Editoriali Pascolando

Lo chiamavano “Er carnaro”… ma era tutta un’illusione

Quando mi domandano che lavoro fai, io rispondo così: l’autista. Poi mi sento di dover specificare meglio e aggiungo: consegno la carne nelle macellerie e nei negozi. Di questi tempi non nascondo di sentirmi un po’ a disagio. Ormai è così pieno di vegani, vegetariani, “respiriani”… non si sa più con chi si stia condividendo il languore di stomaco sul treno. E io per alcuni di loro sono peggio di un criminale. Autista? Un corno, tu distribuisci carne innocente morta ammazzata a scopo di lucro. Messa così è orribile, no? Eppure a me non sembra. Anzi, se non fosse per gli orari, la paga irregolare e la bassa aspettativa di vita per chi passa 8 ore al giorno a guidare un mezzo che non fa una revisione seria da dieci anni, direi che è un buon lavoro.

La mia psicologa però dice che parlare di “bel lavoro” a proposito di un qualsiasi lavoro che non sia inventare storie per il mondo dell’infanzia o dirigere attori internazionali in film ad alto budget, è solo un’illusione. E il vero problema di chi è infelice non è la difficoltà oggettiva di vivere la propria vita come vorrebbe ma illudersi che le cose stiano andando alla grande mentre così non è.

Questo perché di solito chi nega la realtà e le sue fonti di stress perenne, finisce per scatenare una reazione fisica talvolta irreversibile: tipo ulcere o al peggio dei tumori.

Io vengo pagato per fare una cosa nell’arco di un certo numero di ore ogni giorno. Durante questo tempo accadono cose stupende. Per dire, vedo l’alba tutte le mattine. Prendo un caffè al bar lasciando indugiare lo sguardo dal bel culo della barista a fuori dalla finestra, mentre le onde spumano sul bagnasciuga.

E mi viene da pensare che il mio lavoro sia guardare l’alba, i culi alle bariste e il mare tutti i giorni. Sarebbe un bel modo di pensare alla vita, no? Che lavoro fai? Scrutatore di albe, guardone e bevitore di caffè sulle onde.

L’illusione è così potente che già mi sento meglio… Difendo l’importanza e l’utilità dell’illusione, la suggestione autoindotta, l’inganno perpetrato verso se stessi. Siamo troppo fragili per vivere una vita senza negarcelo mai del tutto. A volte il bisogno di illusione è tale che si preferisce credere all’Inferno, alle fiamme terribili e all’eterna dannazione piuttosto che a un mondo che non abbia una vita dopo la vita. E c’è chi crede a un dio dalle fattezze di un gatto, che gioca con noi come tanti topolini prima di mandarci giù nel suo gozzo, in un eterno precipizio per le viscere dell’inesistenza. Tutto piuttosto che ammettere che siamo vittime solo di noi stessi e che nessuna mente superiore ci ha voluto, nessuno ci ama incondizionatamente, a meno ché non abbia dei peli sul viso e ci pisci sul materasso quando si sente trascurato.

Scusate, sono troppo letterario.

Difficile poi liberarci di un’illusione, perché sotto ce ne sono infinite altre. Lasciamo nostra moglie perché finalmente consapevoli (e abbastanza coraggiosi da ammettere) di non amarla più. E poi ci accorgiamo che non è proprio così. Molliamo il vecchio lavoro che odiavamo nel profondo e dopo ci manca.

La realtà è sempre un’altra. Fateci caso. Non si riesce a beccarla mai, quella maledetta. Al punto che forse non è l’illusione una scelta, bensì una condanna che ci tiene al sicuro da un mondo privo di scelte, in cui abbiamo una sola faccia, una sola vita, un solo proiettile e nessun centro da colpire all’orizzonte che non sia il nostro cranio.

Buona domenica equina a tutti.

 

 

 

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