Recensioni Supernatural Horse Machine

Phil Cambell and the Bastard Sons – La prole bastarda porca di uno che smette solo quando glielo dice il dottore… forse!

Phil Cambell sappiamo chi è. Il suo gruppo, Phil Cambell & The Bastard Sons, possiamo immaginare cosa e come suoni ancora prima di spingere play. Rock and roll, Roll and Rock, bei riff pensando alla buon’anima di Lemmy e, udite udite, un paio di lentoni di qualità di cui parlerò più avanti. In effetti non mi ha convinto molto la band e non sopporto gli album dei gruppi che non sono gruppi ma scudieri al servizio di chitarristi già famosi. Per carità: amo i Lynch Mob, gli MSG e la BLS, però è quasi impossibile evitare che il big si divori ogni brano tutte le volte che parte con un assolo. Non si riesce a smettere di pensare a lui, al chitarristone e spesso, come nel caso di questi Bastard Sons, il resto della line-up è fatta di buoni professionisti senza grande personalità: uno sfondo funzionale alla parata di un solo uomo. Phil Cambpell è un gran bravo chitarrista. Nei Motorhead però questo era già evidente e non è suonando nei Bastard Sons che vengono fuori risvolti stilistici inaspettati. Il suo tocco, il riffing da scapoccio, gli assoli mai tecnici ma ricchi di feeling (yeah) e capaci di “riempire” senza dolore i pezzi, come dei plum-cake nel sedere di qualche scimmia, tutte queste sue peculiarità sono ormai fuori discussione. Ma se dobbiamo soffermarci sulla qualità dei pezzi, delle lyrics, la produzione… beh, niente di speciale, via. E del resto lui non voleva mica sconvolgere il mondo, solo incidere un altro disco, continuare a darci di rock, anche ora che Lemmy non c’è più. Perché mica è facile smettere di scrivere pezzi, suonare, andare in tour, sapete? Si crea una specie di dipendenza e bisogna andare avanti, testa bassa, in culo alla critica che invoca la pensione anticipata (e io sono tra quelli, ahimé).

Però questo album, come dicevo, ha un paio di assi davvero notevoli. Entrambi i pezzi, nel titolo, hanno la parola “dark”. Il primo è Dark Days ed è l’hard blues che i Great White non riescono più a incidere dal 1992, mentre Into The Dark, messo in chiusa all’album, è una soft-riding ballad piena di sensualità e malinconia. Davvero, a sentire la chitarra di Cambell che ripete la melodia portante in modo circolare, vengono in mente pali d’argento lucidati da culi botulinici, cascate di brillantini su balconi di carne mammaria e il vecchio Phil aggrappato a una birra, lo sguardo perso nel vuoto, la pappagorgia camuffata dal pizzetto grigiastro, mentre pensa a quanto possa il rock and roll toglierci dal cuore, dopo il tanto che solitamente ci regala. Ciao Lammy, gran bastardo figlio di.

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