Editoriali Pascolando

A sei mesi dalla rottura continuo a trottare avanti!

Buongiorno, miei cari equinidi. Qui è il Padrecavallo che vi scrive, ancora adagiato nel pagliericcio dopo una notte passata a sognare vecchi amici irrecuperabili e grandi amori ormai conclusi. Quando mi riprendo da questo genere di viaggi notturni devo smaltire una certa malinconia e mi ci vuole il giorno intero. Sono passati quasi sei mesi da quando ho rotto con mia moglie e una così bella primavera, mai stata così aggressiva nei confronti delle mie povere vie respiratorie, provo a guardare avanti e a godere dei miei nuovi progetti ma senza aver minimamente superato questa separazione. Me la sento addosso ogni minuto. Magari passo dei bei momenti, mi godo un film o un disco, un cielo o un panino ma è come farlo con un lieve mal di denti. Diciamo che nei mesi passati era un vero e proprio ascesso. Adesso è assai più leggero ma sempre lì, da qualche parte nella bocca del mio stomaco. Abbiamo i denti anche lì? No, ma talvolta il mal di denti c’è.

Faccio una vita strana. Ho una routine difficile da gestire. Per fortuna dormo tutti i pomeriggi e questa cosa mi aiuta a non dare troppo fuori di testa. Se poi ci aggiungo che non devo più tentare di recuperare un matrimonio, ecco che la mia vita è persino facile rispetto a un anno fa. Dormo circa sei, sette ore al giorno ma spezzate. Faccio 250 km al dì al volante di furgone pericolanti. Non uso più la mia macchina e viaggio in treno. Leggo molto. Ascolto un sacco di musica. Scrivo tantissimo e non ho la minima intenzione di abbordare qualche donna. Ammetto di soffrire molto la mancanza del sesso. Ci sono dei giorni che mi ritrovo a indugiare su corpi femminili che nemmeno dovrei desiderare e invece sono lì, come un mendico che si perde a contemplare un pezzo di pane sporco di terra lasciato in giro.

Durante il giorno trovo il tempo per allenarmi ma ho smesso di andare in palestra. Il mio problema era che il cinquanta per cento dello sforzo io lo impiegavo proprio per muovermi da casa e cambiarmi, fare la borsa e recarmi all’Active Space. E un altro 20 per cento mi serviva per non squagliarmela dopo dieci minuti che ero lì. Adesso ho comprato un set di pesi e li faccio nella mia cameretta, con la musica che mi piace sparata a palla. Se ho voglia di sudare e muovermi faccio dei mini percorsi che invento da solo. Per dire: dodici volte su e dodici volte giù dalle scale di casa, poi dieci flessioni in terra, trenta secondi di ripresa e di nuovo correre su e giù per i gradini. M.C. Escher sarebbe orgoglioso di me. Per il resto svolgo lavoro specifico ogni giorno su una precisa zona muscolare. Lunedì bicipiti, martedì tricipiti, mercoledì spalle, giovedì pettorali e così via. Sabato faccio un workout completo a caricare e scaricare cassette al mercato e portare pezzi di ciccia da 80 chili sulle spalle per 200-300 metri.

Ieri eravamo a Roma, in uno dei mercati coperti. Dovevo consegnare una pera a una macelleria che stava in quel cacchio di capannone. Inutile dire che tutta la zona riservata al carico e scarico era occupata da macchine di privati cittadini che la sfruttano come parcheggio. Io e il mio collega quindi siamo stati costretti a fermare il furgone in doppia fila un bel po’ su lungo la via. E così ho abbracciato il pezzone di carne e sono andato con passo sostenuto fino alla macelleria. Arrivato lì, il macellaio come sempre mi ha chiesto se non mi fosse dato di volta il cervello per aver deciso di trasportare la carne in quella maniera. Non gli ho risposto, ormai non lo faccio più. Qualsiasi metodo usi per consegnare la carne pesante, il macellaio di turno ti dirà sempre che è quello sbagliato. Ne ho provati tanti e va sempre così. Io la abbraccio dal basso e mi bilancio bene il peso sulla schiena, poi faccio forza sulle gambe e arrivo anche a una distanza di 300 metri senza vomitare o svenire. Certo, altri quindici passi e trovo una brutta fine, ma fino a 300 metri va tutto liscio. A volte il problema è che nel momento in cui sei giunto a destinazione e non ne puoi più, il macellaio ti chiede un ulteriore sforzo. Devi alzare la pera fino al gancio, che magari è 50 centimetri di troppo sopra la tua testa.

Lavoraccio, eh? Lo so. Però di meglio non ho e non voglio fare il martire, tranne quando nevica è un lavoro che mi piace assai. Prendo lo stipendio quando voglio loro e non so mai che ora torno a casa, non ho ferie, corro un sacco di rischi ma non prendiamoci per il culo, oggi nel mondo del lavoro questa è la media: chi conosco, tranne rare eccezioni, si trova nella mia situazione. E lasciare un posto per un altro significa mollare un titolare schiavista per un altro titolare schiavista oppure fare la fame a casa di mamma e papà. Ho due figlie e per quello che mi porta io devo lavorare.

Al sabato e al giovedì torno a casa che puzzo di vitellone peggio di Henry Lee Lucas dopo che rientrava dalle scampagnate pasquali assieme al suo grande amico Ottis Toole. Oltre a questi massimali tremendi con la carne bisogna tenere alta la lucidità perché si guida un grosso furgone in giro per Roma, spesso in mezzo a un gran traffico e in posti che non si conoscono. Però mi aiuta a non pensare ai miei casini, tutta sta baraonda. Inoltre tra me e il mio collega sta nascendo una bella amicizia. Erano anni che non mi capitava di avere un amico vero. L’ultimo era il mio datore di lavoro alle Pompe funebri. Ci ho scritto un libro, ma ormai lo sapete. Come sta andando? Bene, direi. Non mi lamento. Tombini in fuga, dodici euro. Se lo ordinate direttamente all’editore Ghaleb sul sito, pagando con paypall, vi risparmia le spese di spedizione. Se lo specificate posso sporcarvi la copia dei miei residui organici personalizzandola in maniera irrevocabile.

E questo mi apre un’altra piaga della mia vita di scrittore: le dediche. Io non sopporto di farne. Spero sempre che non me le chiedano. Ho una pessima scrittura e non so mai cosa scriverci. Pensavo di prepararmene due o tre e usare quelle ma ogni cosa che mi viene in mente sembra una scemenza.
Tutti dicono che le vogliono perché se poi un giorno io divento il nuovo Hemingway loro hanno un tesoro in casa. Sarà… tutti investitori di reliquie, questi lettori moderni. Allora ho pensato, senza che deturpo il libro con qualche frase del cappero, posso sporcare il libro con un cerchio di caffè, una sgommata di cibo, un appunto ordinario come “ricordati di comprare il latte” e poi ci piazzo vicino la firma. Sono sempre testimonianze del mio passaggio terreno sulla vostra copia, no?

E va bene, sdangheri. Vi abbraccio forte dopo essermi fatto una doccia e cambiato di vestiti, tranquilli. Tra poco esco e porto al pascolo le mie due puledrine. Inizia a essere caldo, vero? Io odio il caldo. Credo che morirò un giorno d’estate. O forse in una delle mie precedenti vite ho fatto una fine di merda nel cuore di luglio, chissà?

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