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Achille L’africano – Ovvero come Netflix usa il razzismo per coprire i veri difetti di una serie poco riuscita

Quando la critica non sa a cosa appellarsi, guardiamo il colore della pelle degli attori. È questo che concludo al termine del nono episodio di Troy La caduta di Troia, la nuova serie Netflix che si mi sta lasciando con un punto interrogativo: mi piace veramente?Per quanto alcune scelte narrative siano proprio da prendere sceneggiatore e regista, unirgli le teste e spiegargli cosa significa scrivere e dirigere una cazzo di serie sulla guerra di Troia, ciò che meno sopporto è questo disprezzo per la scelta di attori neri nei ruoli che solitamente vengono dati a dei bianchi, tipo quello di Achille. Per la serie, tutta colpa dei perbenisti e i PC Bro, ma ciancio alle bande e i Salvini di turno, perché accecati dal lavoro rubato a personale ariano dimentichiamo altresì i veri macroscopici difetti della serie, che poggiano sopratutto su una trama lenta, che inizia a correre ‘quasi’ all’ultimo episodio, ma distrutta da una sceneggiatura piatta, con dialoghi inconcludenti tipo far parlare due attori per riempire momenti morti che solo scene di sesso insensato potrebbero sostituire, lasciandoci con una potenziale serie alle stregue del già visto e fatto pure peggio.

Netflix non è nuova a queste trovate di ‘prendiamo un racconto/storia/notizia/fantasia e trasformiamola in una serie’, ma per dire un esempio che mi è piaciuto, dove in Inside Look: The People v. O.J. Simpson, American Crime Story avevano colpito in pieno il centro, tra un cast ottimo e una sceneggiatura solida, in Troy hanno fatto la troiata e la colpa NO, non è di Achille. E basta, è nero, l’ho capito, ma non posso andare su IMDB per leggere vere recensioni in cui la gente vera critica altro, come la trama che non è proprio fedele all’originale. Modifiche percettibili se si è li con l’Iliade a fare ‘vedi? vedi? vedi che invece del piede destro Agamennone ha appoggiato il sinistro?’, comunque non rendono la serie ingodibile.

Vogliamo criticare questo Troy: Fall of a City? Benissimo. Perché non è tutto oro quello che pubblica Netflix, sono il primo ad ammetterlo, ma focalizziamoci sul feedback che dobbiamo rilasciargli: cioè che non ingoiamo tutta la merda che loro ci propinano come già facevamo con la TV. Perché all’epoca cambiavamo canale per insegnare cosa apprezzavamo, ora basta cliccare un pollice, ma motiviamolo.

Pessima recitazione (Elena… non riesce manco a farsi distinguere dai personaggi terziari, per dire), sceneggiatura bucata più d’un groviera, con dialoghi che sembrano scritti nel cesso durante la diarrea da cozze avariate. Davvero, quando Menelao e Agamennone vogliono fare i boss di turno ti viene voglia di dargli un calcio nei testicoli per riportarli nel gregge dal quale vengono, mentre Achille non sbaglia per razza, ma per espressione. Un po’ più incazzato, un po’ più temerario. Non ti abbiamo chiesto di fare Bread Pitt (e per fortuna aggiungo), ma almeno provaci dai.

Giovedì vedrò l’ultimo episodio, ma non lo commenterò. L’articolo uscirà prima o dopo non lo so. Dopo un Mindhunter, Blood Line e Stranger Things forse avevo le aspettative troppo alte, e devo imparare a volare basso come un cavallo, invece di puntare al sole come Icaro.

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