Editoriali Pascolando

Il metal e la crisi di mezza età del metal!

Qui a Sdangher ci siamo lagnati per anni di quelle giovani band travestite da Exodus che giocavano al cosplaying metal; dei vecchi e bolsi grupponi che non si scioglievano più anche se continuavano a fare dischi penosi e di quelli che invece si riformavano, per quanto in line-up restassero vivi uno e mezzo della formazione originale e magari l’apice della loro carriera fosse stata tra un demo e un EP di vent’anni prima. Ci siamo lamentati del fatto che tutti i grandi nomi che negli anni avevano imposto ai fan il concetto di “evoluzione” cambiando vestiti, stile, suono, genere, adesso fossero tornati a fare la cosa sicura, per soddisfare un mercato comunque ormai inesistente e inesplicabilmente più condizionante di prima.Ma la ragione di questo revivalismo spinto a tutti i livelli, sia da parte di chi dovrebbe rompere le regole nella feroce e impavida ricerca di identità della giovinezza che da parte di chi un tempo aveva fatto saltare gli schemi alla faccia di sconfinate platee, poi meritatamente perdute, la ragione non è la grana.

Il metal sta attraversando la classica crisi di mezza età.

Ovviamente stiamo generalizzando ma pensateci. Nel 1968/1970 il metal nasce (con i Sabs) e ci mette dieci anni per scoprire di essere il metal, così come un neonato impiega dieci anni per realizzare di essere ciò che è: un uomo, un mortale in preda agli istinti sessuali e alle emozioni. Dopo dieci anni il metal diventa il METAL. Le band smettono di parlare di rock and roll (solo i Saxon ancora si esprimono in questi termini ieri come oggi quando fanno riferimento alla loro musica nei testi) e iniziano a definirsi METAL!

Metal Gods, Metal On Metal, Kings Of Metal e così via. Negli anni 90 il metal entra nella fase di messa in discussione, ricerca di se stesso, depressione, cambiamento, crescita, è adolescente: ha diciotto anni, come canta Coop, non è più un bambino ma non è un uomo, e gli piace.

Intorno al 2000 il metal ridefinisce se stesso. Recupera con le proprie origini, riparte da zero. Abbandona sperimentazioni e velleità per ridurre tutto alla vecchia base fatta di cavalcate, riffoni a quattro quarti e cori anthemici. Nasce il concetto di true metal, e inizia la via crucis di band reunion. Gente che aveva indossato la flanella riprende a scapocciare, a fare le vecchie pose ma con una effettiva consapevolezza. In altre parole il metal si scopre ironico e distaccato, in pace con certe pacchianerie che negli anni 90 l’avevano fatto vergognare da morire. I Manowar erano di nuovo una grande band e non più quegli zii imbarazzanti che qualsiasi bill festival avrebbe voluto lasciare per strada.

E poi nel 2010, a quarant’anni è iniziata la discesa verso la crisi. I gruppi si sono messi le toppe, i giacconi di cuoio. Dalla rivisitazione si è passati alla reinterpretazione di un gioco di ruolo. Il metal ha interrotto qualsiasi possibile contaminazione e si è messo a cannibalizzare se stesso. La follia è nata dopo che alcuni degli dei del metallo hanno iniziato a morire: non i grungies (quelli meritavano la morte perché non erano parte del vero metal) ma Lemmy! Lui doveva essere immortale, cazzo!

E ora eccoci qui: cosa vediamo? Gente di cinquant’anni e più che se ne va in giro a ubriacarsi, calciare culi e scapocciare alla faccia del fisioterapista, come se avesse vent’anni. Ma non parlo solo di chi anagraficamente si trova nella crisi di mezza vita e oggi suona metal. Qui è il genere stesso, a tutti i livelli di età, che ha un solo modo per reagire alla morte che avanza: ritornare ai tempi gioiosi di quando Metal era bello, di moda, fatto di groupies, interviste su interviste, party all night e grandi riff. Peccato che il contesto attorno al metal non sia più lo stesso che favorì questa meravigliosa e arcadica festa!

Il metal oggi è un vecchio motociclista che, barba bianca, la panza gonfia, vestiti sdruciti comprati su EMP, che torna in strada e fa un ultimo giro di sbornie, fughe, scopate e corse epiche prima di consegnarsi una volta per tutte alla forza di gravità.

Secondo questo schema tipicamente umano possiamo fare una previsione su come sarà il metal nei prossimi dieci anni, vale a dire nel 2020-2030. Una parola sola: R-A-S-S-E-G-N-A-Z-I-O-N-E.

Il metal si riscoprirà sereno, pacifico. Conviverà con i rimpianti e con le paure della fine. Le band tenteranno ancora meno di incidere e ridefinire il genere. Chi farà metal sarà felice di farlo e basta e chi lo ascolterà pure. Tutto il mondo del metal vivrà la gioia della disintegrazione: della serie: inutile agitarsi tanto. Il Painkiller sta veramente arrivando e dopo ogni cosa sarà stata quella che poteva essere. Amen!

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