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Stone Temple Pilots – Ri-Stone Temple Pilots nel 2018!

A otto anni dall’ultimo lavoro, intitolato con il nome del gruppo e con Weiland alla voce, gli Stone Temple Pilots ritornano con un altro omonimo album e un singer nuovo di nome Jeff Gutt. Che siano dannate le mie briglie se so chi sia. Non vado neanche a cercare notizie in rete. Non so chi sia, punto. Però devo dire che se la cava bene. Avrei voluto sentire questi pezzi cantati da Chester Benninghton, non riesco a immaginarli con la sua voce. Avrei anche desiderato sentire Weiland cantarli e sì, lui mi viene facile figurarmelo che si dilunga sulle nuove linee melodiche create dai fratelli DeLeo.

Io avrei preferito Richard Patrick dei Filter alla voce, senza dubbio. Del resto lui e i DeLeo erano riusciti a realizzare con gli Army Of Anyone, nel 2006 o giù di lì, un lavoro della madonna che vi consiglio di andare a sentire appena potete. Qui siamo allo stesso livello. Stone Temple Pilots del 2018 è superbo. E gli Stone Temple Pilots del 2018 riescono ancora a piazzare brani incredibili come hanno sempre fatto, nell’indifferenza generale del dopo 1994. Sono diventati famosi grazie alla moda grunge e sono morti appena il grunge è diventato fuori-moda, eppure questa band ha continuato a scrivere grande musica in modo coerente e davvero brillante.

Vi parlo giusto di tre pezzi, tanto per gradire. Middle Of Nowhere e The Art Of Letting Go e Finest Hour. Il primo apre il disco ed è una bomba spaccagangheri dal beat infuriato ideale per falciar via l’intero vicinato alla guida della vostra tosaerba 4×4. Vi giuro, è una roba capace di infilare una caccola di adrenalina pura su per l’aspiraneve che usate al posto del naso. Autentica coca omeopatica! Il secondo è sempre droga (tutta la buona musica è droga!) ma questo è un confettone di tepore, ovatta felice. Appena parte l’arpeggio è come se qualcuno avesse chiuso lo sportello di una spaziosa e calda vettura sul temporale che annega i gatti lungo le strade. Poveri gatti. Un fraseggio di gran classe che tira per le orecchie qualsiasi depressione. Siete stati felici anche negli anni 90, da qualche parte, quando i cuscini blu velvet erano un tocco di classe in uno studio dentistico in finta pelle mentre sulle riviste si parlava della svolta comica di Swarzynegro e magari Kurt Cobain era in giro a far la spesa. La Huston danzava sul cuore di Balla coi Lupi e ogni locale sapeva di sigaretta e acqua di rose. Il terzo pezzo è il sole sui marciapiede fradici di pioggia. Uscite a passeggiare e la strada profuma di cessi scoppiati e pop-corn al formaggio ed erba falciata dagli angeli. Sono le cose che sapevano scrivere i grandi di vent’anni fa, quando si cominciava magari con un paio di accordi cupi e ci si ritrovava in maggiore senza capire come e già si cantava alla grande prima che un treno di fraseggi frullasse tutto e ce lo scaricasse davanti a un nuovo incrocio di arpeggi e melodie alla crema esistenzialista . E non era neanche passato un minuto! Chissà che ottovolante sarebbe stato il ritornello! Ecco, Finest Hour è una roba così.

Sentite questo disco e amerete un po’ di più la vita. Sentite la vita e vi confesserà di amare questo disco.

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