La Truebrica del fantino Recensioni

L’ultimo Amorphis non sarà mai ultimo di nulla!

Mi è successa una cosa, anni fa. Ho ascoltato gli Amorphis per circa un paio di mesi… o forse tre. Ininterrottamente. Andavo su e giù lungo la loro nutrita discografia alla ricerca di spunti, considerazioni, e mi segnavo tutto su un diario in vista di un articolo che avrei scritto. Sarebbe stato il pezzo definitivo sulla band finnica. Non me ne fregava una ceppa. Io avrei fatto capire all’Italia la grandezza degli Amorphis, e che tutti avevamo un bisogno totale di loro. E dopo la pubblicazione del mio pezzo, lo sapevo di sicuro, non ci sarebbe più stata un’affluenza ignobile ai loro concerti da noi. Mai più cento persone ma migliaia, a far esplodere i locali. Chiesi a un certo Biani di aiutarmi nell’impresa. Ci mettemmo sotto con grande vigore finché non uscirono fuori due grossi articoli che pubblicai quasi in sequenza.

Furono un totale insuccesso. Col senno di poi non me ne stupii affatto, ma è facile capire le cose col senno di poi. L’assenza di senno dell’ora è ciò che importa davvero. Non solo gli Amorphis hanno continuato a fare grandi album nell’indifferenza generale degli Italiani (e non solo) ma io ne ebbi abbastanza di loro.

E ne ho abbastanza anche adesso. Dopo quei due o tre mesi di ascolti forsennati, sono andato in overdose da Amorphis. Dal 2012 hanno fatto tre dischi in sei anni, tre grandi lavori, che io non riesco a sentire più di una volta ogni dieci giorni e con grande stress per le mie mascelle. Circle, Under The Red Cloud e quest’ultimo Queen Of Time sono davvero ottimi lavori, talmente belli, riusciti, arrangiati da paura, ispirati che… spaccano le mie palle con la violenza ineluttabile del grissino sul tonno Riomare. Avrei voluto un disco orrendo degli Amorphis. Qualcosa di indifendibile. Una pecionata. Cazzo, un lavoro talmente brutto e sgraziato da suscitare la mia pena infinita e con essa una reazione profonda, di odio, disprezzo, radicale disgusto. E magari al fondo delle mie ingiurie sarebbe rinato l’amore. Invece sono qui a sentire le grandiose melodie, il sound massiccio, sempre uguale, sempre maestoso e inarrestabile; sono qui che ammiro la bravura di Tomi Joutsen, che ancora una volta mostra privo di agitazione come sia il più grande singer in circolazione da quasi quindici anni.

E gli Amorphis allungano altre pennellate di un affresco che più viene fuori e più non finisce più. Non bastano The Bee, Message in the Amber, Heart Of The Giant. Sentite quanto riescono a essere grosse, decise… nemmeno i Blind Guardian raggiungono più certi picchi con i loro cavalloni sinfonici, eppure non è mai una catarsi definitiva, l’orgasmo creativo natale. Qui si continua a scopare e farsi scopare in un’orgia dove il piacere si appiattisce in una perenne ondata che sta bruciando lo strato sensibile fino a condurlo a livelli di totale indifferenza cadaverica.

Non è colpa degli Amorphis: siamo noi abituati troppo bene a loro. Del resto trovarsi di fronte a una immensa distesa di ghiaccio e neve può condurre all’incoscienza, alla pazzia o alla noia del bianco eterno. E in un certo senso la finnicità degli Amorphis è proprio questa. Sembra che abbiano deciso di trasportare nella loro discografia la molossità della Finlandia. Con un secchiello.

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