La Truebrica del fantino Recensioni

Badlands dei Badlands è una roba che levati – Riflessioni neanche troppo ponderate su quanto la riscossa di Jake E. Lee sia comunque stata una svolta per l’hard metal anni 80

Badlands dei Badlands è un disco importante e bla bla bla. No, fermi, non voglio fare la solita tirata critica sul gruppo di Jake E. Lee e Ray Gillen e tantomeno ripetere la storia di una delle band più rimpiante e sottovalutate insieme del metal anni 80. Dico solo che sto riascoltando l’esordio e madonna delle fiamme quanto pesta!Nel 1988 usciva Reach For The Sky dei Ratt (che io adoro) e il primo dei Lillian Axe (tra l’altro prodotto da Robbin Crosby), dall’87 già dominano le classifiche i Def Leppard, gli Whitesnake e i Guns. Dietro l’angolo si soffrono ancora gli effetti della sbornia pomp dei Bon Jovi con Slippery… e Jake è l’ex chitarrista di Ozzy, trattato un po’ in casa Osbourne come il figlio dopo il figlio morto. Tanta voglia di amarlo ma non c’è stato verso. Ray Gillen per un cazzolino di mosca non fa la fine di Tony Martin nei Black Sabbath e invece ecco i Badlands. Prendete e godetene tutti.

Questa band fa una cosa notevole. Prima di tutto non è il classico progetto di un chitarrista famoso. Non ci sono dei pezzi cuciti intorno a un gigantesco assolo a orgasmo ritardato ma canzoni di una band con un solista da paura. Non sto dicendo che i Badlands siano dei geni e che abbiano anticipato le nuove tendenze ma di fatto, nel 1988 c’erano ancora Michael Wagener, c’era Beau Hill, Mutt Lange, gradi producer, per carità, ma che continuavano a rivestire i suoni di glassa sintetica. Invece ecco che Paul O’ Neill e i Badlands smettono di guardare a Dokken, Ratt, Motley e Bon Jovi e ritornano alle origini: Led Zeppelin, Bad Company, Deep Purple Mark III. Inoltre i Badlands non sono dei giovani con i capelli fonati che si muovono su un palco e ammiccano alle ragazze della prima fila. Si vede che sono uomini maturi, parlano di cose profonde, di dolore, anima e oscurità. E vincono. Con una sterzata danno una botta al parabrezza della Hair Cady e permettono agli sborniati all’interno di vedere la voragine che si sta spalancando tra la strada e il tramonto laggiù.

Badlands però non inaugura la zeppelitudine che assedia l’hard rock dal 1988 al 1991. Ray Gillen potrebbe planteggiare come un qualsiasi guaglione con i calzoni a vita bassa in pezzi tipo Winter’s Call ma non lo fa. Se l’avesse fatto quel pezzo sarebbe stato solo un tributo a Jimmy Page e invece no. Si tratta di una gran bella canzone. Punto. E anche se nel disco ci sono pesanti e referenziali occhiaticci agli anni 70, Jake E. Lee non finge di essersi risvegliato sul tour bus degli Humble Pie. Si spoglia dei trucchetti e gli imbellettamenti delle sale d’incisione di Ozzy e si lancia nel vuoto ma è il mondo di oggi che sorvola come un fottuto angelo del meteo.

Se prendete Dreams In The Dark si sente che quest’uomo ha scritto The Ultimate Sin e Bark At The Moon (perché è lui l’autore di quegli album, lo avete bene chiaro in testa). Si sente che siamo nel 1988 e non nel 1978. Un po’ come i Cinderella di Long Cold Winter (ancora 1988) Ed è un bene. Non esiste ancora il concetto di vintage. Badlands è solo la cosa più diversa che ci si potrebbe aspettare da Jake E. Lee pur riconoscendo che è sempre lui. Badlands è un vaffanculo agli ultimi quattro anni della sua vita appresso a Sharon e il suo pupazzo antipeta. Di sicuro nell’incipit di Dancing On The Edge, dove suona un riff in modo sporco e neanche tanto bene a tempo, è chiaro che quest’uomo ha le palle e le scopre per farcele annusare. Puzzano? Sì, sono umano, gente. Sudo e le mie palle puzzano, specie quando suono a duemila all’ora come sto facendo da circa venti minuti in questo discone!

Il produttore è Paul O’ Neill, l’ho già detto. Ma rivoglio segnalarlo. Paul O’ Neill. Pace all’anima sua. Molti di voi sapranno che era la mente dei Savatage assieme a Oliva. Lo sapevate, no? E O’ Neill ha tirato fuori questi suoni crudi che per gli anni 80 sono avveneristi. Perché i Black Crowes e i Monster Magnet dovevano ancora venir fuori, e il grunge era uno spermatozoo concettuale nella mente di qualche giornalista che si rigirava tra le mani l’avance-tape di Ultramega OK dei Soungarden (sempre dell’88). I Badlands già razziavano in nome dei padri come da Metal Health dei Quiet Riot non si faceva. La festa continuava, per carità, ma dalle birre e le pippe potevamo passare al Wiskey e il caldo corpo di una compagna di vita.

 

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