La Truebrica del fantino Recensioni

Little Caeser – Un primo album degno di un Cesare, nonostante Bob Rock.

Il cantante dei Little Caeser era un fico. Sembrava una versione spensierata di Chris Cornell e aveva una voce simile a lui. Ron Young, si chiama, già. Ve lo ricordate nel film Terminator 2 nel ruolo di un motociclista che si mette a litigare con Schwarzy? Io no. Ron suonava nei Little Caeser (e pare ci suoni ancora, se esistono) che esordirono nel 1988 e morirono nel ’92, peggio di un’eiaculazione in fase barzotta. Bisogna però dire che il primo disco era un bel cazzo dritto e tosto come il marmo.Oh, beh non esageriamo. Si tratta di una produzione strana. Oserei dire non proprio giusta per loro. Di Bob Rock, esatto. Ditemi se ho torto o ragione, non c’è problema potrei sbagliare, ma in più di un’occasione ho pensato che il sound dei Little Caeser del disco d’esordio abbia una veste fin troppo patinata rispetto allo stile e al materiale che propongono. C’è chi li ha avvicinati alle ruvide e polverose southern band anni 70 e chi ha nominato i Bad Company, capite? C’è chi li associò addirittura ai Guns, ma più perché messi sotto contratto dalla Geffen a un anno e mezzo dalla loro formazione. Cazzo, pensate un po’. Questi tipi si mettono insieme e neanche 700 giorni dopo firmano con la Geffen e si fanno dare un calcione nel culo per la cima delle classifiche. Forse fu questo il problema, altrimenti non si spiega proprio come mai la carriera dei Little Caeser sia finita tanto presto. Li hanno bruciati i discografici presi dalla smania di piazzare subito un nuovo blockbuster del rock and roll abraso.

Tornando alla produzione soft, dai, si sente che questi ragazzi suonano la nostra schiena con le unghie lunghe, eppure Bob Rock ha messo su quelle unghie dei bei cuscinetti di gomma spessi così. E i Little Caeser finiscono per farci un bel massaggio invece di massacrarci il derma.

Pezzi come Down And Dirty e Hard Times erano roba cagata nel bayou, se li sentivate dal vivo nel 1988, sono sicuro che sapevano di buco di culo di red-neck lontano un miglio, yeah. E invece sono così cristallini e rifiniti che sembrano venire da un disco di Cher. Con tutto il rispetto per i dischi di Cher che io adoro. Nel primo Little Caeser c’è quella batteria espansa, che è un marchio di fabbrica di Bob Rock, per carità ma che qui non funziona ovunque. Sarà che il gruppo mette in mostra due polmoni di una stessa anima respiratoria. Ci rifilano sozzi inni rock and roll e poi partono per la tangente delle melensaggini da classifica come neanche i Whitesnake. Tipo In Your Arms (gran pezzo AOR) o From The Start . Non si tratta semplicemente del momento bagnafica inevitabile per un gruppo hard rock anni 80, qui è praticamente un’altra band. Una grande band ma un po’ dissociata dalla prima. Insomma, pare che qualche matto di manager spedì i Little Caeser al sud per una serie di concerti, in quelle topaie alla Budhole Boys dei Blues Brothers e questi non solo tornarono integri ma dissero di aver fatto pure degli spettacoli molto apprezzati dai burini di lì. E non me li immagino a suonare In Your Arms. Di sicuro avranno fatto Down And Dirty con il sangue al culo, se non una serie di cover di Willie Nelson a testa bassa fino all’uscita.

Teniamo presente che nel 1988 Big Bob Rock non era ancora il megapresidente di tutti i produttori hard rock anni 90, quindi ci può stare che non fosse così infallibile. Non lo è mai stato. Alle spalle aveva già il primo dei Kingdom Come, che ha la stessa batteria di questo dei Little Caeser, bella tondola, che fa spishhhhhh e pouuuuuuum e crasshshshhhsh, ma ha una risoluzione complessiva diversa. Sa di Bonham, ecco. Lì c’erano i Led Zeppelin con il glitter e andava così. Qui non so, magari ci voleva qualcosa di più ruvido, sporcaccione. Invece siamo quasi dalle parti di una band rock con l’alito che sa di Colgate.

Ed è l’unica obiezione che mi viene di fare perché Little Caeser è un signor disco. Sissignore, un signor disco pieno di belle canzoni in cui il top è praticamente la cover. Lo so, direte che allora non è proprio un buon segno, ma vi assicuro che Chain Of Fools (cavallo di battaglia di quel meraviglioso culo di cioccolato della vecchia Aretha) ha qualcosa di grandioso. Ci hanno fatto pure il videoclip, e sta terza in scaletta, in piena area vip-single, quindi ne erano consapevoli anche loro. O forse è un’idea di Bob Rock. Del tipo, no ragazzi, questa dovete piazzarla prima che il pubblico si rimetta a fare le proprie cose e dimentichi che vi sta ascoltando. E ha ragione perché gli viene davvero bene. Dopo sono venuti i Commitments e li hanno scansati con un rutto, ma nel 1988 è una roba davvero senza avversari. Nel senso che i Little Caeser la prendono e se la infilano in saccoccia e con la faccia di bronzo ci dicono, è nostra. Non vi crediamo ma lasciamo fare perché in questa reinterpretazione del brano della Franklin c’è qualcosa di moralmente rock. Fanculo il soul o il vecchio blues. Qui è rock da prendere e infilarsi sotto l’ascella sudata come una gustosa baguette. Se penso a una interpretazione migliore di un brano non heavy, mi vengono in mente solo i Great White. Cazzo, i Great White hanno reso a mille Gimme Some Lovin’ dei Traffic e Afterglow delle faccette. Sono stati dei mostri con queste due cover ma i Little Caeser qui non sono da meno. E pure l’altra cover dei Temptetion è fichissima. I Wish It Would Rain. Se vi capita sentite anche l’originale, è meraviglioso. Vi mette bene con il mondo, sebbene siate tutti voi un po’ negri con la scopa in culo a ramazzare nel retrobottega di qualche ricco e sudato signore della carbonara. Diciamo che la versione dei Little Caeser fa piovere sul serio. Ma quella dei Temptation vi mostra cosa manca al rock. La musica nera accarezza, il rock prende a pizze in faccia. Forse noi metallari ogni tanto dovremmo farci una pera di Motown.

Bisogna dirlo, anche se Bob Rock non tira fuori le palle ai Little Caeser e le mette come un lungo grappolo di carne sotto il nostro naso c’è tanta buona musica sul loro primo album. Forse un paio di canzoni di troppo, ma è un esordio da leccarsi i baffi della fica di chi vi pare.  E poi non si sa che fine abbiano fatto. O meglio, è la solita solfa del grunge, ma i Little Caeser avevano i mezzi per sopravvivere al nubifragio, erano muniti di pinne e fucile e occhiali. Un po’ come i Love/Hate. E invece li hanno recuperati al largo, con la bocca piena di alghe e l’espressione di chi davvero non era in grado di affrontare neanche la rientranza costiera di una spiaggia privata ma si atteggiava a lupo di mare.

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