La Truebrica del fantino Recensioni

Héroes Del Silencio – I Litfiberici che finirono sul più bello.

Ve li ricordate gli Héroes Del Silencio? Se avete più o meno la mia età (39, mi pare) sì, altrimenti non credo sappiate chi siano. Epperò nel 1992 in Italia vendevano un sacco e ai concerti la gente ci andava convinta di non sprecare il tempo dietro all’ennesimo fenomeno esotico. Erano spagnoli ma avevano uno stile molto vicino ai nostri Litfiba. Ricordo che qualche volta i giornalisti dei quotidiani azzardavano a riconoscere negli Héroes l’influenza dei nostri italiani, ma non è così. Dubito che nel 1990 guardassero a El Diablo per le proprie mosse stilistiche. Però un’affinità c’era. Anche Eroi del silenzio sembra un pezzo scritto da Pelù. Sembra una fusione tra Re del silenzio ed Eroi nel vento, n’est pas? Però tra gli Héroes e i fiorentignos non c’era altro legame se non quello telepatico teorizzato da Mark Twain tanti anni fa.

Non crediate che gli Héroes siano una sorta di meteora, una band che ha goduto di un momento di popolarità e che poi si è spenta nell’indifferenza generale. Ah, non lo credete? Bene, perché io lo credevo. Ma poi mi sono ricreduto, azzo! Gli Héroes hanno iniziato nel 1988 grazie al musicista e producer Gustavo Montesano (so soltanto che è argentino) il quale ha capito ben poco della natura sanguigna e rustica del gruppo. Per fortuna che dal secondo lavoro si è occupato di loro Phil Manzanera dei Roxy Music. Lui ha indurito i suoni e ha esaltato la componente malinconica effettando le chitarre con il flanger goth dei Cure.

Da noi hanno sfondato intorno al 1991-1992, con il secondo Senderos de Traiciòn. Su Videomusic passava spesso il video del singolo Entre Dos Tierras. Clip fico e canzone straordinaria. Ancora oggi è un ricostituente per il mio umore. Se devo provare gli effetti energizzanti del rock and roll io metto su questo pezzo degli Héroes del Silencio. Pochi cazzi… Si sente l’accordo di chitarra che “sbranga” e un vento sotto che soffia sul cuore, poi parte il quattro quarti duro e secco della batteria, ed è come se un aereo sotto il mio culo levasse le rotelle e volasse via non so dove. Poi l’arpeggio e la voce di Bumbury mi fiondano in un pomeriggio estetico di inizio anni 90, con le caffetterie, gli occhiali ray ban posati accanto a un posacenere, il fumo che sale e fuori qualche matto nudo con un cartello che dice qualcosa su Cristo che la farà pagare a tutti quanti. Ma non ci troviamo a Seattle. Qui è Madrid e ci sono questi giovani che vogliono conquistare il mondo senza cantare in Inglese. La loro scelta è vincente.

Perché Entre Dos Tierras non avrebbe tutto questo potere se cantata in Inglese. Sarebbe tipo un singolo minore dei D.A.D. E invece così ha tutta un’altra chimica, un afflato (chissà se è la parola giusta) che inebria e scombussola l’ascoltatore poco avvezzo a certi fonemi. C’è qualcosa di più spigoloso, di sensorio, sangrieto, nello spagnolo e nell’interpretazione gaucha di Bumbury; smuove le budella. Di fronte a questo brano siamo tutti tori indifesi e Bumbury il torero spietato. Nonostante il nome ridicolo Bumbu-ry, lui ci trafigge e noi crolliamo non senza soffermarci, con occhi inevitabilmente bovini, ad ammirare la compostezza plastica del suo busto rigidissimo y verticale, di uno che è stato appena inculato dalla buona sorte. Noi torelli ci accasciamo al suolo e ricopriamo le sue belle scarpettas di sangue e bava densa. Muertos!

Quel suono di chitarra è meraviglioso. Oggi non lo usa più nessuno ma a inizio anni 90 nel rock era molto frequente, anche in Italia. Viene dai Cure, senza dubbio, dai Sister Of Mercy, dai Cult, e all’improvviso nel 1990 era in sella con questi cowboy cupi e vitali quanto bastava per ribaltare la mestizia e scavallare il tramonto sgranato della decade X. Gli Héroes in Senderos sembrano tristi sì, ma in fondo reagiscono tosto. Forse nel loro secondo album si nota poco ma dal successivo El Espìritu del Vino c’è spazio per esprimere meglio ancora la loro natura variamente accesa e positiva. Siamo sempre tra il marrone e il seppia come colori, però nelle gole di Tabernas questi giovinotti con gli speroni ruzzi e il cuore turbinados si mettono a ballare felici sui morti nel deserto di Leone e Tuco.

In Senderos c’è una ballad di un certo riguardo che si intitola Maldido Duende. Il Duende è una roba particolare, interessante. Ricordo che il poeta Lorca ci scrisse su un libretto che dovrei avere da qualche parte. Il duende è una cosa tutta spagnola, fichissima. Una specie di spleen Baudelairiano ma più intellettuale e meno legato agli sbalzi tiroidei. Si tratta di un sentimento d’inquietudine che non va associato all’amore o all’insensatezza della vita. Ha maggior controllo mentale. Si intende più una ricerca sofferta che conduce alla scoperta e al rinnovamento. Forse per gli Héroes va inteso più come un folletto che tormenta l’animo, non so. So regazzi, che vuoi che duendano? Di sicuro non fanno canzoni da piacioni, però. Per Bumbury sarebbe facile tirarla sulle tristezze sentimentali. Nel 1990 era così carino che pareva una versione ancora più sexy di Phil Lewis. Ma non gliene fregava un cazzo. Lui cantava di cose che andavano oltre il corazòn, o magari di mezzo il cuore ci stava ma in un senso meno romantico e più esistenziale, tormentato, randagio.

Nel 1995 gli Héroes escono con un album prodotto da BOB EZRIN. Ripeto BOB EZRIN. Se non sapete chi sia pensate al vero Babbo Natale. Avalancha a dirla tutta non è il mio album preferito perché Ezrin aggiunge testosterone al sound e lo ripulisce di tutte le ragnatele goth ma è un passo che ci sta tutto nel cammino della band. Guarda caso i Litfiba provano a fare una roba simile due anni prima con Terremoto ma alla consolle c’era Alberto Pirelli e come fonico Fabrizio Simoncini (che a detta di Pelù non sapevano quasi dove mettere le mani sui macchinari buoni che c’erano in studio) . Gli Héroes di Ezrin sono una favolosa band heavy-rock che canta in spagnolo e continua a guadagnare consensi nel mondo. Seguitano a raccogliere successi e il disco è bellissimo. A quel punto però tra Bunbury e Valdivia (il chitarristas) non c’è più una grande armonia e comunione d’intenti a sorpresa di tutti, decidono di sciogliere la band.

Si sono ritirati quando erano al massimo. Non hanno trovato l’estinzione qualche anno più tardi sulle coste del mainstream Reggaeton e non si sono nemmeno ridotti a una carriera costante e sempre più anonima tipo Gli Stadio (con tutto il rispetto) o i Nomadi o Mungo Jerry. No, loro hanno smesso di esistere prima di fallire. Ovvio che avrebbero fallito, come tutti, ma si sono fermati in anticipo e quindi come direbbe Schrodinger  ancora non hanno fallito. Da El Mar No Cesa fino ad Avalancha, tutti e quattro i loro dischi meritano una riscoperta. Sentiteveli, cabrones!

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