Editoriali Pascolando

Temple Of The Dog – Music Saves – Riflessioni su morte, vita, artisti morti, suicidati e su tutti quelli che puntano il dito invece di infilarselo nel…

Superdisco di un supergruppo; uno dei pochi supergruppi ad avere avuto un senso; uno dei dischi di una superband ad avere ancora senso; non dopo uno solo ma quasi trent’anni. Overdose da punto e virgola. Vonnegut diceva che il punto e virgola serve solo a far vedere che si è fatta l’università. Può darsi. Io l’ho fatta ma non l’ho finita. Da quello che ricordo davano punti e virgola gratis davanti all’ingresso principale ma non li voleva nessuno. Io me lo sono presi tutti e ogni tanto li uso.

Cazzo, ho pensato parecchio prima di scrivere di Temple Of The Dog, perché è dura farlo. Si tratta del più bel disco(rso)funebre mai realizzato. Andy Wood dice ciao al Paradiso e noi crediamo davvero che lo stia facendo, è sospinto dalla voce di Cornell, suo grande amico che l’ha visto scivolare via e si è sentito impotente. l’Andyboy che veniva da un’isola ed è morto a causa della strada. No, non l’hanno investito, scemi. Si tratta di un verso di Say Hello To Heaven, brano di apertura stupendo. Andy è morto per overdose, come le grandi rockstar usano fare. Ed Andy Wood lo era una rockstar. 

Non voglio scivolare nella retorica finto-giovanista da Rolling Stone, però è dura non parlare del signor Wood senza tirar fuori un po’ di poesia, per quanto sgrammaticata e facile. Di sicuro Andy è responsabile di questo album quanto gli altri Temple Of The Dog, nel bene e nel male. Perché non è un album perfetto. A distanza di anni mostra qualche ruga. Però ancora regge alla grande l’insieme ed è dannatamente puro. Perché Cornell e gli altri Pearl Jam non è che avessero intenzione di sfondare con queste canzoni, volevano solo rendere omaggio al proprio amico, metabolizzare nell’unico modo che conoscessero, il dolore causato dalla sua morte improvvisa. E se l’album poi ha venduto da far schifo è merito di Ten.

Improvvisa morte? Diciamo di sì, anche se non tutti devono essersi stupiti, al tempo. Indicativo che il grunge nasca con un suicidio, per quanto a rate, come quello di Andy Wood, e dopo il suo massimo ispiratore, il movimento di Seattle abbia continuato a seminare cadaveri lungo trent’anni di scioglimenti e reunion fiacchissime. Adesso si parla di un ritorno dei Nirvana non so con quale cantante ma non è affar mio. Parliamo di Temple Of The Dog dei Temple Of The Dog. SEO Rules!

Vi dico subito una cosa che non sopporto: gli undici minuti e rotti di Reach Down. Anzi, diciamo che non mi piace proprio Reach Down. Troppo lunga e quella saturazione da Jam dei Seventies nella seconda parte, non è che mi travolga. Io sono quasi sempre sobrio nella vita e non credo nei pezzi lunghi che non cambiano mai giro e si affidano alle svise. Poi però arriva Hungher Strike. I Queensryche hanno tentato di riscriverla dal 1994, senza mai riuscirci. Ogni volta gli veniva fuori o una cagata radiofonica o una cagata triste. Anche Zakk Wylde ha tentato più e più volte di rifare roba come Reach Down o Call Me A Dog e uno o due pezzi buoni gli sono riusciti ispirandosi a queste canzoni, ma saranno sempre delle b-side rispetto agli originali.

Ma torniamo a Hunger Strike. L’arpeggio parte come una macchina in folle su una strada vuota, alle cinque di mattina. Sembra la macchina calda del Liga ma soprassediamo. Un uomo è al volante e potrebbe essere in qualsiasi altro posto. Vedo la faccia di Chris Cornell mentre sento la sua voce, ma le labbra non si muovono, come fosse uno spirito o un angelo. Canta in modo telepatico. Sembra sapere dove si sta dirigendo. Sul ciglio c’è Eddie Vedder che attende l’avvicinarsi dell’auto e con uno scatto salta sul cofano. Arrampicandosi finisce per infilarsi dentro l’auto, passando dal finestrino aperto dal lato del passeggero. I due proseguono sempre sullo stesso accordo. Una macchina che va ad accordi e note alte lungo una strada piena di crepe e ciuffi d’erba. Una strada morta. Vanno a trovare Andy. Sapete no che per andare dall’altra parte bisogna prendere i binari abbandonati o le corsie chiuse? Ecco, Hunger Strike è una corsia chiusa che porta in cielo. 

Credo che ci sia voluta la morte di un ragazzo meraviglioso per tirar fuori il verso più cazzuto e imponente dell’intera scena di Seattle e dell’intero rock di una generazione del cazzo come quella degli anni 90. I’m Grownin’ Hungry… Io cresco affamato o sto crescendo la mia fame o qualsiasi altra cosa voglia dire; credo esprima il senso di insoddisfazione cieca e inarrestabile di un pugno di artisti convinti di non avere speranza di saziarsi, perché la fame cresceva con loro. Più andavano avanti e più i morsi si facevano sentire. Più andavano avanti con gli anni e meno li saziavano le cose che secondo tutti quelli che c’erano da prima di loro avrebbero dovuto nutrirli e farli maturare per bene. I suicidi tardivi di gente come Cornell e Weiland sono emblematici in questo senso. La depressione in fondo è un morso che non ti lascia mai. Come una fame atavica. Uno pensa che dopo una certa età l’uomo la sfanghi con le cazzate. Sempre che il suicidio sia una cazzata da adolescenti in fissa con la piromania esistenziale. Sapete, no quella cosa della candela che deve bruciare subito e il resto? Beh, non era una cosa da adolescenti. Non era per via delle droghe o per gli ormoni sballati o magari solo una posa nichilista da petto glabro sfuggita di mano.

C’è sempre la tendenza a vedere nella merdosa storia di una tossicodipendenza di un artista qualcosa di più di una merdosa storia di tossicodipendenza. Ci si accorge che dietro la voglia di autodistruzione c’è comunque la creatività, c’è la speranza di superare con l’arte il buio e invece tac!, direbbe Pozzetto: si muore. E io penso che sia giusto salvare gli artisti da un aggettivo come “merdoso” o “merdosa”, qualsiasi morte facciano. Perché gli artisti, i grandi artisti come Cornell o Andy Wood avevano un sentire diverso da quello di tanti voi che puntate quelle dita sporche di caccole e merda dicendo che non avevano le palle ed erano stati troppo ottusi ed egoisti a non pensare alla famiglia che abbandonavano, che c’erano i soldi, che c’erano i figli e che c’era l’amore e c’era il successo e invece la morte, la morte, la follia, la stupidità di chiudere la porta in faccia alla vita che è come una enorme puttana pronta a bocca aperta a farti il più grande bocchino che un’esistenza possa rimediare. Ma come si può avere amore e rispetto per una vita che vuole solo spompinarti senza neanche stare a sentire il tuo dolore?

Tacete, lasciate che parli la musica. Sentite cosa succede nell’album Temple Of The Dog. Il vostro dolore non produrrà mai certe canzoni così. Pezzi come Hunger Strike o All Night Thing. Cazzo, gente, queste sono carezze sulla vostra faccia fradicia di lacrime. Ci sono persone che hanno il cuore con le orecchie e queste orecchie coronariche sentono anche il fischio dei cani e le urla disperate dei moscerini che state schiacciando distratti o spazientiti contro il vetro della vostra capsula a motore. E la realtà è che il fischio del cane e le urla di morte degli insetti sono perenni e sopravvive chi non li sente.

Chi sente costantemente il fischio e le urla, alla lunga non ce la fa più. Usare le canzoni per dire al cuore cose che la voce non può dire, quanti di voi ci riescono? Ebbene, credete, voi che non sapete neanche da che parte si tiene in mano una chitarra, che non avete idea di cosa debba passare un cuore prima di scrivere versi come “New Like A Baby, Lost Like A Prayer”, di quanto abbia dovuto cantare contro i muri di casa uno come Chris Cornell prima di riuscire a buttar giù le vostre carcasse e toccarvi il cuore. Credete di sapere. Sapere quanto sia difficile scrivere la più grande musica possibile, le più grandi poesie possibili, i più grandi romanzi possibili? Rispondete che in fondo l’arte è inutile. Ma parlate così perché ne avrete sempre in abbondanza e questo per i tanti artisti che sacrificano se stessi pur di lasciare uscire le giuste parole che liberino ciò che hanno dentro. E ciò che molti di voi hanno dentro e nemmeno sanno di avere. Un artista non avrà pace finché non sarà ascoltato e finché tutti voi con lui non sarete ascoltati. E morirà quando realizzerà che, pur ascoltato da milioni di persone, in fondo in fondo non sarà mai davvero capito. Nessuno sarà mai davvero capito, purtroppo. Ma non conta essere capiti. Conta liberare il cancro che abbiamo dentro e trasformarlo in qualcosa di bello. Perché la sementa delle grandi opere artistiche è qualcosa di profondamente nocivo, credetemi. Di nocivo per se stesso.

Insomma, state zitti e chiudete gli occhi quando attacca Call Me A Dog. E lasciatevi guidare. La vostra testa ondeggia. Là fuori c’è ancora una valanga di spettri addolorati e questo disco parla per loro, non solo Andy. Lui è ancora un leader, proprio come da vivo, per i morti. Potrete sempre vegliare la morte di lui e di Chris ogni volta che vorrete, spingendo play e abbassando le palpebre su questo disco. Temple Of The Dog. Spero di non aver scritto troppe cazzate, Valeria.

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