La Truebrica del fantino Recensioni

Dying Fetus o della nuova Morte!

Quando nel 1996 uscì il loro Purification Through Violence fu una ventata di aria estremamente nociva per il metal estremo di matrice death/grind, i cui massimi esponenti erano ancora imbambolati a fissare gli abbagli inutili delle grosse label, mentre il black norvegese si rubava la scena a colpi di morti ammazzati, chiese bruciate e suoni oltranzisti, pose nichiliste e colate di fiele.

I Dying Fetus furono il guizzo di un nervo morto e mostrarono quanto ancora c’era da dire seguendo gli stessi principi di Cannibal Corpse, Carcass e Terrorizer. Il loro sound era ultra-compresso, minaccioso, i brani intricati ed eseguiti in modo impeccabile ma con momenti di grande scapoccio ed energia sudorifera e distruttrice. A livello di testi, in quel primo disco, la band non fa che diffondere un senso di odio, disgusto e insofferenza per la razza umana, ma senza sconfinare troppo dai temi cari a certo splatter-gore o grindcore primordiale. Abbiamo una sfilza di vaffanculo a voi, minacce di morte irremovibili, goliardiche ode alla guerra sfrenata e all’odio più incistito,

A partire dall’esplicativa dichiarazione d’intenti in apertura, nel brano Blunt Force Trauma, che esplode con un concerto di scaracchi amplificati in maniera orchestrale prima di trasformarsi in un budelloso e furente concentrato di chitarre e rigurgiti così veemente che la frase Salve: Noi esistiamo per distruggervi tutti cazzo. Tutti voi, Vaffanculo! Quasi neanche ci sarebbe da dirla, è scontata, diventa l’unico messaggio possibile per condire con parole un incipit dall’impatto così possente e irresistibile.
La band però non è solo una colata di cemento su di noi e i cadaveri dei nostri famigliari. Subito dopo l’attacco frontale di Blunt… parte Beaten Into Submission, e il freddo vento scuro penetra con dolore. Attraverso i campi ghiacciati, Ai margini delle Ardenne, pennellate eleganti narrativamente che mostrano come il gruppo sia da non sottovalutare semplicemente come una cricca di odiatori di metallo iper-vitaminizzato.

Di certo poi in un brano dal titolo Skull Fucked, omaggio fin troppo evidente alla mente malavitosa di Chris Burnes dei Corpse, c’è un elemento in grado di rendere questo spaccato di patologia bestiosa e triturante in un muggito pieno di odio lussurioso di rara misoginia: Ti odio figli di puttana
Ti odio figli di puttana Ti odio figli di puttana Ti odio figli di puttana tanto per rispondere alle invettive incontrovertibili del black più solengo e disgustoso. Inutile pezzo di cazzo, Massa di merda umana, Ritaglio gli occhi, la merda sul tuo viso, Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo.

Per non parlare di Raped On The Altar, che inizia con la voce sconvolta di una ragazza mentre racconta di uno stupro subito: Lui mi ha puntato la pistola alla testa e ha spinto a forza il suo uccello nella mia bocca e mi ha costretto a succhiare… e dalla scarsa qualità dell’audio e il tremore nella voce di lei sembra quasi un nastro autentico trafugato in qualche archivio della polizia. Difficile tener testa a questo preambolo così realistico ma i Dying Fetus ci riescono spronando muraglioni death e groulanti descrizioni necrofile e violentissime in un monologo disturbantissimo e in equilibrio tra l’esplicito confessorum di un maniaco e il talento evocativo di un sacerdote pazzo.

I Dying Fetus sono una lovecraftiana macchina di morte guidata dall’istinto della triturazione. Cose come i conflitti internazionali vengono smaltiti con poche semplici domande: Perché non possiamo ucciderli tutti Che cazzo firmato le “truppe di pace”.

Concludono con un tributo ai Napalm Death, coverizzando Scum, però non prima di aver inserito uno stornello di scaracchi e vomitose odi nei meandri del cesso.
Dopo questa partenza la band non fa che crescere, perfezionando la proposta in Killing On Adrenaline, spingendo molto sulla componente politica e la loro essenza anti-mainstream coagulata nel capolavoro punk purulento: Kill Your Mother Fuck Your Dog

Uccidi tua madre e violenta il tuo cane
Uccidere, uccidere, uccidere, uccidere Fanculo queste aziende e i loro negozi di dischi del cazzo
Uccidere, uccidere, uccidere, uccidere.

Il tutto è ancora più articolato e pungente nel terzo album, considerato dai più come il capolavoro definitivo della band. Destroy The Opposition colpisce per un suono ancora più grasso e ruvido e una maggiore consapevolezza e maturità nel voler esprimere dei messaggi attraverso i testi. Gli argomenti sono classici: tirate sulla guerra, la religione, ma con un furore agnostico quasi biblico, che però non è nulla rispetto a quando la band ricomincia a prendersela col nemico giurato, lo showbiz. Pissing In The Mainstream è forse il più lucido e virile attacco al mercato discografico mai sferrato da una band metal estrema. Il mondo dello spettacolo, gli uomini di potere gestiscono le masse riempiendogli il cervello di bisogni inutili, opere d’arte innocue e ottimistiche con cui vogliono tutti convincerci che le cose vanno bene mentre il mondo è una merda e noi moriamo davanti allo specchio, tutte le mattine. I loro patetici esseri umani che vivono in un eccesso di pubblicità mentre noi divoriamo con passione quello che il mainstream vomita.

Difficile fare meglio di così e i Dying Fetus avrebbero anche potuto sciogliersi, lasciando un testamento e un esempio da seguire per il metallo più schietto e vivo. Secondo alcuni elementi del gruppo era infatti ora di cambiare. Nehterton, Voyles e Talley hanno formato i Misery Index lasciando il solo John Gallagher ad amministrare il patrimonio dei Fetus. Lui rimette insieme una line-up e prosegue in una routine sempre più autoreferenziale e superflua, ma quello che il gruppo è riuscito a fare nei primi tre dischi è un monito, un avvertimento e un’incitazione per chi pensava e pensa ancora che il metallo più pesante non possa più dire sul serio qualcosa al mondo.

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