La Truebrica del fantino Recensioni

Tempo di Ceremony in memoria dei Cult!

Bisogna dire una cosa sui Cult. Ci mancano. No, però aspettate, capiamo bene di cosa parliamo quando parliamo dei Cult. Io intendo la band metal che visse dal 1988 al 1991. Non quella di Love, che era postpunk o Goth Rock e nemmeno la hardrockabillydark band di Electric. Adoro quei dischi e anche Dreamtime, ma non sono i Cult migliori secondo me. Perché non erano metal e perdonate l’ingenuo sfogo ma quando iniziai ad ascoltare musica metal loro c’erano e volevo che ci fossero ancora e ancora. Li trovavo sulle copertine di Metal Shock! e HM e sembravano esserci sempre stati, nella trincea del metal. Figuratevi lo shock quando nel 1994 se ne uscirono col disco del caprone, l’omonimo, pieno di dediche a Kurt Cobain e River Phoenix, morti entrambi da poco.  Ma non era solo quello, facevano un alternative rock grungettone che nulla aveva a che dire con le pesantezze di Sonic Temple e Ceremony. Ma non era nemmeno quello. Ian si era tagliato i capelli. 

E vi pare poco? I Cult, al tempo in cui li scoprii io erano, ma per tutti e non solo per me, quelli col cantante che aveva i capelli lunghissimi, meravigliosi e lucenti come la coda di un cavallo lunga, meravigliosa e lucente. Erano la band di quel tizio dalla criniera sansonica. Quello che pareva un indiano. E le canzoni parlavano di indiani, non di River Phoenix che era morto. Da quando in qua erano così amici della comunità grunge? mi domandai nel 1994. Gente più grande di me non si stupì di quel cambio così drastico di stile e quelle scelte che puzzavano di opportunismo lontano un oceano. I Cult erano così. Facevano quello che cazzo gli pareva. Erano con i generi tipo Ibra con le maglie e le bandiere. Oggi direi bravi, ma allora li disprezzai. Se fai metal non puoi smettere di farlo o sei un buffone traditore. 

Eppure i Cult erano così. Non avevano tanti scrupoli. Se andava una tendenza la seguivano. Nel 1988 vendevano le band glam di Los Angeles e loro seguirono la scia proprio quando la baracca del goth crollava a pezzi con dentro i cadaveri di Bela Lugosi e Ian Curtis. Però anche da metallari i Cult fecero gran bei dischi. Lanciarono praticamente loro Bob Rock, e non era da tutti passare ai riffetti e i fraseggetti di Love alle scale veloci e gli stacchi audaci di Ceremony e Sonic Temple. E anche nel 1994 bisognava ammettere che tolti i suoni, il look, l’alleggerimento, quelli erano sempre i Cult. La voce di Ian, le melodie, lo stile era quello.

Al tempo di Ceremony però cosa erano i Cult! Pare che Ian, l’ho letto su un libro di Valeria Sgarella, pare che lui conoscesse molto bene Chris Cornell e simpatizzasse per il Grunge in tempi non sospetti. Poi sempre Valeria racconta che prima di esibirsi, nel 1991 restava in camerino per due ore a farsi pettinare i lunghi capelli dalla fidanzata, senza parlare; come se lui fosse una bimba che deve andare a dormire. Dolce, non trovate?

E poi invece saliva sul palco e diceva: It’s a Ceremony, yeyehayeyeah do it! E giù pedalare con quei bei riffettoni alla Ledzeppelèn e quei capelli infiniti, shakespeariani. Sì, infatti quell’album ricondusse la band all’esoterismo di Page e Plant. Qualcuno allora li definì proprio i Pagepplant degli anni 90. Figurarsi… però il verso glielo facevano, eccome. Ci si ispiravano forte, come tutta la comunità metallara di allora. Quando uscì Ceremony poi c’era una percezione un po’ diversa dei Cult band rispetto a come oggi li vediamo in quel periodo. Per dire, Sonic Temple era stato visto dalla critica come un perdersi per strada, anche se fu un perdersi in cima alle classifiche. Era un lavoro massiccio, potente e quadrato tipo blocco di cemento ma i giornalisti e gli espertoni lo videro tipo una sbandata.

Ceremony invece lo salutarono tutti tipo il ritorno alla lucidità dei Cult. A dirla tutta, a oggi, io preferisco Sonic, però Ceremony è senza dubbio un gran bel disco metal. Ci sono pezzoni come If (semi-ballad che mi fa lacrimare e agitare il pugno insieme) ed Earth Mofo, che è un continuo cambio di ritmi e spunti di notevole intensità. C’è Indian, che mi fa sempre pensare a una casa nel bosco in bianco e nero con una sedia a dondolo vuota e un’indiana che si pettina i capelli davanti allo specchio (tipo la videocassetta di Ringu, solo che avevo queste immagini dal 1994, rabbrividite pure). Il suono ideato da Ritchie Zito è più leggerino e tradizionale rispetto a quello di Bob Rock; c’è una riscoperta degli anni 70, cosa che stava avvenendo un po’ ovunque dopo i Badlands e i Kingdom Come.

Ricordo che appresso all’uscita dell’album, alla band capitò una bardella tremenda. Avevano messo il viso di un ragazzino indiano in copertina  ma senza chiedere il permesso alla famiglia. Si era fatto vivo il padre chiedendo un sacco di soldi. E pensare che Ceremony voleva celebrare gli Indiani D’America. Che poi non era neanche vero. Su Wikipedia c’è scritto che è un concept sui Pellerossa ma non ci credete. Ian già lo specificava nelle interviste promozionali di allora: i Cult stavano anzi cercando di prendere le distanze dagli Indiani come Bon Jovi nello stesso periodo faceva con i Cow Boy. Ian E Duffy parlavano di tutte essere interessati a trattare e ispirarsi a tutte le popolazioni indigene perché capaci di mantenere una sorta di purezza culturale. Ancora non esisteva il concetto di globalizzazione ma il fenomeno era già percepibile. 

A quanto pare Ian e Duffy erano in crisi come coppia artistica, nel dietro le quinte di Ceremony. Altro che yehyehyeha, altro che nuovi pagepplànt. Di sicuro non era un buon momento. I Guns e gli Skid Row vendevano più di loro… molto più di loro. Tutte le riviste e i giornali riportavano le bravate di Sebach e Axl. I Cult li disprezzavano con il tipico livore ingessato degli Inglesi. Ma senza mandargliele a dire. L’aplomb altero che si erano sforzati di mantenere durante i fischi nel tour assieme agli Aerosmith e soprattutto le tempeste di pomodori ricevuti a quello con i Metallica. Bei tempi, comunque.

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