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Europe – Si era Prisoners In Paradise!

Ancora gli Europe? Sì. E non sarà neanche questa l’ultima volta che ne scriverò. Io li amo e li sostengo, punto. Voglio che siano rivalutati, anche se con Prisoners In Paradise nemmeno ci provo. 

Senza dubbio è l’album più triste e deprimente della prima vita degli Europe (quella che si chiude con la raccoltona 1984-1994). Ascoltandolo oggi risultano chiare diverse cose che all’uscita non parevano tanto evidenti.

Per primo che non ce la poteva proprio fare.
Secondo, però è l’album meglio prodotto della band; rispetto a tutti i dischi precedenti, almeno. Prisoners In Paradise è forgiato da Beau Hill, produttore che non sta lì a impartire ordini o magari a tacere tutto il tempo e poi blatera di colpo sparate mistiche comprensibili solo da lui. Beau si tuffa nell’arrangio, suggerisce, si adopera e si spacca fino quasi a diventare un altro membro del gruppo.

Joey Tempest, dopo l’esperienza con Hill, ammise che The Final Countdown non aveva avuto una vera produzione. Tranne che per due pezzi, Carrie e Cherokee, il resto del disco era stato registrato paro paro come l’avevano già strutturato e inciso sui demo. Il cantante però disse questo nel 1991, quando aveva capito che un album prodotto sul serio poteva aver dietro un lavoro sodissimo, altro che parapapa!

Purtroppo dicendo così, Tempest si pisciò sulle scarpe e sbugiardò l’intero albo dei producer. Allora voleva solo sminuire il best-seller di cui non poteva più sentir parlare e che guardava come una gabbia da cui fuggire (con paradiso-prigione credo alludesse a questo) e invece finì per smerdare solo il nuovo album. In pratica quello che disse oggi suona così: non ci vuole un produttore a salvare un disco (Prisoners In Paradise) e se un disco vale qualcosa ottiene successo anche senza chissà quale produzione (The Final Countdown). Metteteci una pezza.

In conferenza Tempestone disse anche un’altra cosa: che gli Europe erano una perfetta band degli anni 90, in buona armonia con se stessa e quello che accadeva intorno. Oggi fa ridere rileggere una cosa del genere. Piuttosto nel 1991 gli Europe erano la classica band che aveva avuto successo negli anni 80 e che alle soglie del nuovo decennio non ci stava capendo più un cazzo. E per darsi il colpo di grazia, segno della scarsa lucidità generale, aveva coinvolto il solo produttore che stava colando a picco pure lui con gli anni 80. Io amo molti dei dischi prodotti da Hill, ma è un fatto che nel 1991 fosse un residuato bellico arrugginito a tempi di record, il produttore più datato e bollito che ci fosse in giro.

La seconda cosa chiara oggi e un po’ meno nel 1991 è che la band ha perso dignitosamente una partita invincibile. I critici diedero addosso a Prisoners In Paradise, dicendo che gli Europe stavano trastullandosi con delle imitazioni poco riuscite di Bad English, Aerosmith e Bon Jovi. Per i giornalisti il quinto album della band era una formalità che bisognava sbrigare prima di archiviarli nei campionati minori come ex meteore baciate dalla fortuna.

Per me oggi Prisoners In Paradise e Out Of This World sono due lavori riusciti per un mercato che non esisteva più. Due titoli che mostravano anche una notevole evoluzione per la band. Da Ninja e Rock The Night a Superstitous e Homeland era palese che quei cinque svedesotti non erano una boyband metal, ma musicisti di gran classe e con bei margini di miglioramento. (Basta sentire tutti i lavori della reunion per averne conferma). Prisoners In Paradise un coacervo di citazioni e false piste? Puttanate. Un pezzo come I’ll Cry For You non poteva che essere una cosa di Joey Tempest. E lo stesso vale per episodi come Little Bit Of Lovin o Til My Heart Beats Down Your Door.  

Per Prisoners In Paradise il gruppo compose 30 pezzi e ne scelse 17. Uno di essi, è risaputo che il batterista per registrarlo come si deve, lo eseguì completamente nudo, davanti a una ingegnera del suono che non si scandalizzò più di tanto. Dei 17 pezzi sull’album ufficiale ne finirono 12. Dei 5 rimasti fuori ne ho potuti sentire solo tre come b-sides, nel corso degli anni. Inutile dire che se aggiunti nella track-list non l’avrebbero appesantita, anzi, forse sarebbero serviti a riavvicinare di più gli Europe alle origini grintose. Erano brani più dinamici e cazzuti, nulla di speciale ma è un peccato che siano stati relegati a bonus track. Parlo in particolar modo di Mr. Government Man.

Nel 1990 poi girava questa news fake mai smentita da nessuno, che per il disco nuovo, Tempest e gli altri avrebbero virato in direzione del thrash! Ricordo di averla letta io, con questi occhietti cisposi. Prisoners in Paradise non ha nulla di aggressivo rispetto ad Out Of This World. Di sicuro è meno metal di The Final Countdown, però recupera con il loro must-album l’atmosfera sentimental sci-fi. C’è qualcosa di algido e spaziale nella title-track (singolo peggiore non potevano sceglierlo) e soprattutto nella maestosa Girl From Lebanon o in Seventh Sign, scritta anni prima e si sente.

Non bisogna giudicare male gli Europe di allora, comunque. I Def Leppard, ben più talentuosi e fortunati di loro, fecero la stessa figuraccia con Adrenalize, un anno dopo, quando misero il culo fuori dalla porta e ripresero a dire Let’s Rock, come se si fosse ancora nel 1987, mentre sotto al palco, al posto delle pure some sugar girl con le tette di fuori, c’erano dei pischelli con i berretti di lana, l’aria sfavata e depressa che si davano fuoco ai calzoni perché giocavano sovrappensiero con l’accendino.

Nel 1991 gli Europe erano ormai incapaci di salire di livello sulla macchina infernale descritta dai Motley Crue nel libro The Dirt. E la macchina se non riesci a saltare sul piano successivo, cosa che la band non fece già cinque anni prima, ti schiaccia e sputa via. Visto come sono maturati, direi che agli Europe è andata fin troppo di lusso.

Piuttosto la title-track è un singolo completamente sbagliato. Ricordo che gli Europe la presentarono su Italia 1, tra un Jovanotti appena ammesso nella Tribù che balla e un Vasco palesemente ciucco, senza suscitare il minimo clamore. 

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