Noisy Horse Recensioni

Deathpile – G.R

Quando si parla di metal, ma sopratutto quando si parla di death metal, la prima cosa che salta nella mente d’un ascoltatore affezionato al genere è il fanatismo per un immaginario truce, che trae ispirazione da una realtà venuta a galla decenni or sono con un termine preciso: serial killer.

Certo, un mondo gore di alieni umanoidi che si nutrono di carne umana, zombie e demoni sono peculiari, ma le notizie di cronaca nera che tanto hanno macchiato di rosso i quotidiani mondiali sono da sempre la base d’ispirazione di numerose band, tra cui per dire forse il nome più sputtanato: i Cannibal Corpse, i cui testi tanto ricordavano un b-movie, quanto estratti a caso del diario d’un serial killer nell’apice della sua carriera.

Come, se non più d’altre band, i Deathpile con G.R. decidono di fare quello che già i Macabre a loro modo fecero con Dahmer. Se però i secondi col loro death/grind si limitavano a raccontare come una biografia le avventure del cannibale di Milwaukee, i Deathpile invece decidono di narrare attraverso il loro aggressivo power electronics le gesta del Green River killer, ma in prima persona; un po’ come fosse lo stesso assassino a spiegarci le motivazioni dei suoi macabri gesti.

Anti-metal

Un disco anti-metallaro, perché quello convinto già lo vedo in lacrime. Ce ne vuole per superare i muri di rumore alzati dai sintetizzatori usati per l’occasione.

Anche se ho citato la power electronics, non mancano episodi di pura cacofonia in cui l’unica cosa capace d’emergere è la voce di Jonathan Canady, che racconta come fosse lui il Green River Killer, la follia di quei gesti. La prima puttana, la ex moglie, la seconda donna sposata, che ha conosciuto meglio la sua mente in conflitto tra la ferrea religione e le torbide fantasie sessuali, la sua prima vittima. Dopo di che tutte puttane.

My fucking prostitute wife took ten years and gave me back a fucking disease

Urla strazianti, coperte solo da muri di rumore inconcepibili come musica.

L’ossessione

G.R. è un disco che mi ha perseguitato per anni, tra persone che l’hanno condiviso, consigliato, affermato essere tra i migliori ascolti per un suicidio sociale anti musicale. Chi ha bisogno d’un disco metal a caso quando i Deathpile hanno sezionato la mente stessa dell’assassino?

Un azzardo il mio, disco anche criticato per le sottili somiglianze con chi è arrivato prima (numerosi gli accostamenti con Whitehouse). Ma in un mondo, quello underground, dove di fare i soldi non gliene frega niente, sopratutto quando la scena, quelle della radio, si moltiplica come un cespo di funghi tutti uguali, tutti velenosi, perché tarpare le ali quindi all’ultimo  progetto basilare? Un disco cardine con cui ribadire che nell’undeground non sono i soldi a tenere in piedi la musica, perché di musica qui non c’è un cazzo.

C’è solo il manifesto d’un serial killer efferato, che s’è macchiato di ben quarantotto omicidi (quelli accertati). Incuranti  della risposta del pubblico i Deathpile hanno deciso di essere la voce del suo cervello, usando un metodo ortodosso, fatto di urla e rumori; come avessero collegato dei microfoni alla mente del Green River Killer e questi fossero solo i neuroni che lanciano un messaggio.

Freddo, inaccessibile.

Se vi definite patiti d’underground e assassini, non aver ascoltato questo disco è il vero omicidio mai condannato che avrete mai commesso.

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