Editoriali Pascolando

Black Stone Cherry riscoprono le origini delle origini delle origini!

Fino a Magic Mountain, ero convinto che il sound dei Black Stone Cherry si espandesse di pari passo alla stazza del loro frontman Chris Robertson, poi però lui è rimasto più o meno un fottuto ciccione dall’aria paciosa e negli ultimi due lavori della band, Kentucky e questo Family Tree le cose si sono un po’ ingarbugliate.

Non si può dire che i Black Stone Cherry siano il classico gruppo Southern rock/metal felice e contento, che prospera nel proprio bozzolo cotto dal sole sudista. Chi li conosce in modo superficiale può pensarlo ma basta esplorare un momento la loro discografia per accorgersi che non è così. Sono quattro ragazzi che amano mettersi in gioco. Non intendo dire che siano dei grandi sperimentatori, ma una certa irrequietezza la dimostrano fin dal quasi esordio omonimo del 2006. Se li sentite in quel disco vi accorgete che del buon vecchio sud c’è qualche linea vocale e un paio di ritornelli, se no, il mix di influenze oscilla più sul nu metal  e l’alternative rock anni 90 dei Rage Against The Machine, Red Hot Chili Peppers e Alice In Chains. 

Poi i Black Stone Cherry hanno incontrato il più figo dei produttori americani (quello inglese è Andy Sneap), Bob Marlette, e se ne sono usciti con un disco che più sud di così non si può. Qualcuno deve avergli detto, ehi, basta con sti riffoni alla Tom Morello, voi siete quattro pischelloni del Kentucky, cresciuti a pane, Allman Bros e Black Sabbath. Che sia vero o no, poco importa. Questo è il modo giusto di proporvi, quindi sotto. Ed ecco che finalmente i Black Stone Cherry si sono messi a sedere sulla seggiola giusta per il proprio culo, altrimenti non avrebbero mai saputo scrivere Blind Man o Reverend Wrinkle.

Cazzo, Blind Man è un inno confederato di gran classe, dall’appeal commerciale ma non ai livelli di sputtanamento dei vari Nickelback e Shinedown. I Black Stone Cherry si muovono molto in quel territorio lì, fatto di ballatone iper-prodotte, suoni di chitarra molto pompati e riffoni gonfi come genitali che non eiaculano da tre settimane ma non si spingono mai troppo sotto le gonne del mainstream.

Folklore & Superstition è una specie di EP gonfiato (sette inediti e tre versioni acustiche di brani presi dall’omonimo) ma vale un disco intero e promette grandi cose. E i Black Stone Cherry le mantengono tutte nei lavori successivi. Basta sentire Between The Devil And The Deep Blue See e Magic Mountain (due pesche grasse e buone di musica hard South blues metal, che solo gli ingratissimi tempi di download compulsivo, zapping frenetico su un milione di canali you tube e mindtasking del cazzo, non hanno permesso di trasformare in una doppietta epocale, in un binomio generazionale definitivo).

Io sono convinto di una cosa, tra tante incertezze che mi levano il sonno:  Peace Pipe è una delle poche canzoni interessanti che l’America rock è riuscita a darci nel nuovo millennio. Peccato, e forse non è un caso, che da quando la band ha smesso di farsi aiutare da un producer esterno, le cose sono gli vengano un po’ meno bene. Per cominciare i dischi sono più rapsodici e in calo d’ispirazione. Non fraintendetemi, questa è una super-band e su Kentucky ci sono ottimi pezzi e una certa propensione oscura che avrebbe potuto far evolvere i Black Stone Cherry oltre le paludi in cui ha deciso di piantarsi abbracciando il Southern comfort e la ruralità concettuale. On Your Dreams è un pezzone in questo senso. Però manca quella spinta lucida che rende le cose davvero decise, grandi e sviluppate fino a farle sentire bene anche a noi. Il nuovo Family Tree è meno cupo e più inquadrato sul classic rock. Ed è un peccato. Anche perché non so voi ma io di Classic Rock suonato dai trentenni, o peggio ancora dai diciottenni, mi sono un po’ rotto i coglioni.

I Black Stone Cherry trasudano già vecchia scuola (Skynyrd, Zep, Bad Company, Neil Young) ma anche, sanamente, roba più recente, come i Pantera (Holding On To… Letting Go), gli Stone Sour, gli Alter Bridge; questo ritorno al passato leva di torno tutte le influenze post 1994 e ripesca dritto dagli infallibili padri. E se questa scelta di fare i classicisti, nell’insieme rende le cose più coese e meno randomiche come in Kentucky (sto infatti parlando di Family Tree) allo stesso tempo manierizza un po’ troppo la creatività pregevole dei Black Stone Cherry, bloccandola dentro i confini di un certo manierismo sicuro, senza rischi ma nemmeno raschi, per non parlare dei figli maschi.

Non c’è niente che sorprenda o che possa farci alzare la testa per un momento. Non ci sono ballad melense, questo è vero, non avrei retto a quattro o cinque tirate romantiche, magari con l’Hammond sotto. C’è tanta energia e a forza di agitarsi i Black Stone Cherry rigurgitano fuori pure i Pearl Jam, però alla fine dell’ascolto non resta granché. Ci si ricorda che a un certo punto Robertson parla di essere come James Brown in un pezzo che si intitola James Brown e poi ci si rigira in testa lo slide delle chitarre nel finale di Family Tree, brano-che-da-il-titolo-al-disco, che in effetti è degno delle cose migliori scritte dalla band in passato.

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