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Dead World – The Machine, un disco industrial macchinoso

Scavando nel passato dei Deathpile, mi sono imbattuto nel precedente progetto Dead World, nato dalla mente di Jonathan Canady, che vede tra l’altro il 7 pollici Flesh Ripping Sonic Polka come la prima assoluta pubblicazione della Relapse Records. Aggiungiamo anche che 
Jonathan Canady ha lavorato come art designer per la Relapse, e questo chiude quegli ultimi buchi narrativi sulla storia delle case discografiche, per quanto mi riguarda.

Se il primi disco poi, Collusion, vede anch’esso la sua uscita presso la Relapse Records, il secondo disco sotto esame The Machine esce per la sotto etichetta Release Entertainment. Non stiamo qui però a discutere di queste inutili scelte di mercato.

Ciò che sappiamo è che appunto la Release Entertainment era più soggetta a produzioni “sperimentali”, e forse potremmo anche dare ragione alla pubblicazione di appunto The Machine lì, invece che per l’etichetta ufficiale. Almeno hanno avuto il naso di non pubblicare il successivo, noiosissimo Thanatos Descends.

Chi sono i Dead World?

Insomma, perché dovremmo parlare di una band di cui ho già criticato due dischi? Ah, non ho ancora detto male di Collusion? Dico solo che dopo il primo ascolto ho capito non era necessario un secondo.

Insomma, Canady ha lasciato un migliore contributo alla collettività con i Deathpile, ma è certo anche i Dead World non siano stati ‘sta gran cagata. Un ascolto da fare con gli amici per sentirsi intelligenti forse! (Perché loro l’industrial non lo capiscono anche se gli sbatti i Godflesh sotto al naso). E infatti di Godflesh qui ne sentiamo molto… troppo. Troppo e basta).

Non solo dei cloni…

È il 1993. I Godflesh hanno già prodotto sia Streetcleaner che Pure. La Earache Records ha appena insegnato al mondo come si produce l’industrial metal. Non c’è bisogno di correre se hai i riff buoni. Non c’è bisogno della progressione se hai i ritmi marziali. Siamo tutti d’accordo che in quel periodo i Godflesh erano dei.

Non so che cavolo è venuto in testa a Jonathan, però è chiaro che in studio stavano ascoltando Streetcleaner in una sessione infinita tra una pausa e l’altra. Un po’ come quando Kubrik costrinse il suo cast a vedere Eraserhead durante le riprese di Shining, con almeno la differenza che quest’ultimo ha pensato di filmare qualcosa di diverso sia dal film in (os)sessione che dal libro. A King gli rode ancora oggi mi dicono.

Quello che voglio dire è: siamo tutti d’accordo che l’industrial tirava duro nei 90,s intorno ai sobborghi acculturati del metal, ma vorrei ricordare che i Fear Factory avevano appena pubblicato Soul of a New Machine, cambiando la concezione di industrial metal e contaminazione/crossover musicale, quindi un cambio vinile sul giradischi non avrebbe fatto male.

… forse

Quindi che dovevano fare? Se seguivano un percorso naturale erano i Godflesh, se ne seguivano un altro più furbesco, avrebbero imitato i Fear Factory. Non cito tutte le diramazioni possibili, che se no divento prolisso. Limitiamoci all’osso ok? Che ricordo su encyclopaedia metallum questi vengono definiti industrial death metal, ma io la parte death non l’ho ancora identificata.

Lo so, noi del pubblico, noi ascoltatori siamo bambini viziati, però quando qualcosa ci stona lo diciamo. Perché il metallaro la sa ingoiare la minestra riscaldata, basta che non la ripassi nel microonde.

E infatti poco più avanti uscì un altro nome che imitò i Godflesh, di nuovo, ma mischiando tribal e quel post-metal che iniziava a chiedere il suo spazio sotto al riflettore, lasciando una tinta di urla alla Fear Factory, perché del resto le voci ci piacciono così; lerce.

Non basta corredare ritmi marziali con testi sporchi, leggermente gore, e voce distorta, ma mai in growl, urlata, quasi parlata.

Infatti il disco alla fine non è malaccio. Solo Orgy of Self Mutilation è una traccia riempitiva, che diventerà il suono ridondante del successivo Thanatos Descends.

Levata quella, l’album scende a ben tre quarti d’ora di ascolto, fluidi, accettabili, poi però s’inizia a selezionare le migliori del lotto, come quando passano i pulcini sul nastro e cerchiamo le femmine per le uova e i maschi per il patè. E poi niente. La gallina fa il suo lavoro, l’ammazzi, ma la carne in conclusione è insipida pure per un brodo.

 

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