Dirge – Si sente che sono franzosi

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Non ditemi come ho fatto ma, a sentire i Dirge, prima ancora di andarmi a informare, ho sgamato che erano francesi. Non lo so, c’è qualcosa nel metal che viene da lì che… Noi italiani siamo sempre pronti a disprezzarci, dicendo che persino il Portogallo e il Brasile hanno dato una grande band al genere, ma anche Francesi e Spagnoli non è che se la siamo cavata tanto meglio di noi. I Mago de Oz e Tierra Santa? Ma per favore. Gojira? Sì, niente male, però se li mettiamo vicino ai nostri Sadist, non è che abbiano tanti motivi per arrossire, eh?

I Dirge fanno sludge. O meglio, sono un misto di sludge, space metal e c’è pure qualche varicocele industriale qui e lì. Lost Empyrean è l’ottavo, dico ottavo album. Praticamente questi girano dal 1994 e io me ne accorgo solo ora. E scommetto, anche voi! In ogni caso il disco non è male. I pezzi hanno tutti questa enorme andatura da obeso al supermercato degli scafandri, con le tastiere che gravano sulle chitarre, i vocioni catarrosi o mugugnanti da qualche parte e la sensazione che magari ogni tanto avrebbero potuto anche alleggerire un po’ la mole di arrangi. Insomma, non è possibile che sia tutto così imponente e greve dall’inizio alla fine. Non incute timore. Non mette angoscia. Annoia. Le band metal non riescono a spogliarsi del casino, ogni tanto. Non tutto deve per forza essere estremo, marcio, pesantissimo per quasi un’ora. A ogni pezzo si cerca sempre di mettere lo stesso vestito e alla fine ecco otto tizi in divisa che ci guardano senza dire molto. La violenza esce meglio se alternata a passaggi meno estremi. La melodia… 

Ma che parlo a fare? Va beh, i Dirge non mi spiacciono. Vi direi qualcosa in più su ‘sto disco ma le informazioni sono davvero poche. Credo che la line-up sia composta di quattro persone. Probabilmente hanno prodotto l’album da soli. Di buono c’è che tolto Marc T., che si diletta anche nel mixing di altre band, il resto della band non fa altro, a parte suonare nei Dirge. E questa è cosa buona e giusta. Sapete cosa ne penso di quegli abulici che tengono in piedi diciotto formazioni differenti, vero? Che poi fanno diciotto dischi in tre anni e magari mi tocca pure recensirli tutti quanti. I Dirge hanno realizzato troppa roba per avere ancora ragione di esistere. Voglio dire, altri tempi sarebbero falliti e amen. Oggi invece nessuno fallisce più. Si spende poco, si vende niente ma si tira avanti. E quindi ci tocca sopportare anche i Dirge. Il metal finché aveva un valore commerciale era mortale, come tutte le cose che rientrano nel mondo dell’economia e non della velleità. Ora che non c’è più economia e tutto è amatorio, si finisce per non morire praticamente più. Ci vorrebbe un altro grunge, ma cosa farebbe? Nulla. I Dirge, i Tierra Santa, i Fifth Angel o persino io e il mio gruppo power che non suona più dal 2005, tutti potremmo fare un altro album e metterlo in rete. Esisteremmo ancora. E qualcuno dovrebbe recensirci. Altri come me. 

Magari in Francia i Dirge sono come da noi i Meshuggah o i Fear Factory. Chi lo sa? Lì ogni cosa prodotta in casa ha un seguito nutrito. Forse intorno a Marsilia sono rispettati e tutto il resto. Voglio dire, i Francesi sono accorsi in massa a vedere La cena dei cretini e adorano Christophe Gans e Gaspar Noé. Voi neanche saprete di cosa io stia parlando, specie se avete meno di 28 anni. 

Avrei finito ma se non cito qualche brano pare che questa non sia una recensione. Allora ecco qua: mi piacciono molto Algid Troy. E dicendo che mi piace Algid Troy, praticamente ammetto di gradire anche le altre tracce. Perché sono tutte uguali, sia chiaro. Lunghe tirate rarefatte in cui fraseggi post-punk gongolano su riff alla Fear Factory e Deftones. L’intero Lost Empyrean fa pensare a un’astronave piena di morti che vaga nello spazio in cerca di un buco nero che la evacui. Sembra un relitto di vecchie poesie dimenticate. Va ascoltato passeggiando lungo una strada che attraversa dei campi, possibilmente una mattina d’inverno, con la glassa di brina ghiacciata che copre l’erba secca e qualche carcassa di gatto scalzato via da una macchina in corsa durante una delle lunghe notti precedenti.