Farmer Boys – Nascila ancora, Sam!

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Farmer Boys. Quattro album in meno di dieci anni 1996-2004 e poi più nulla fino a oggi. Li avete mai sentiti? No? Nemmeno io. Non so cosa facessero prima della reunion e nemmeno ho voglia di scoprirlo per il momento. Mi attengo all’album del ritorno. Si sente che vengono dalle paludi del nu-metal, anche se forse loro con quella roba non hanno mai avuto a che fare direttamente. Ho trovato un articolo su un sito in cui ne parlano come fossero i System Of A Down redivivi, ma non credo siano mai esistiti nella mia dimensione. Sono americani d’ispirazione ma tedeschi di natura, e si capta. Non dalla pronuncia di Matthias Sayer, ma dal fatto che sì, faranno il verso ai Korn, agli Stone Sour e ai Linkin’ Park, però io ci sento pure gli Scorpions. Non chiedetemi perché. Da oggi che ascoltandoli penso agli storici tedesconi, prima ancora di accertarmi se questi Farmer Boys fossero un gruppo americano o cingalese.

I Farmer Boys hanno una qualità sempre più rara di questi tempi. Sanno scrivere melodie vere, i pezzi non somigliano uno all’altro, in una specie di reiterazione dello stesso riff, lo stesso suono, lo stesso concetto artistico. No, loro vogliono farci tirar fuori la rabbia, ma anche le lacrime, i ricordi, la voglia di vivere e lo fanno usando vie diverse. E per me, un gruppo che cerca di farmi sentire vivo è sempre da elogiare. Posso dire di averci trovato la freschezza dei Filter con Bob Marlette, ma voi che cazzo ne sapete dei Filter meravigliosi prodotti da quel genio di Marlette? Per farvi capire è un hard rock d’impatto, modernarale ma che poi ha questi ritornelli senza tempo che ti prendono al collo e ti mordono forte un bacio dal petto.

In The Last Days per esempio ha questa melodia così dolce, con cui Sayer ci esorta ad ascoltare la lezione del mondo, ed è un crescendo meraviglioso che potrei aspettarmi dai Sigur Ros, magari e invece bang, questi barilotti tedeschi me la stendono lì prima di tornare a zompettare con un riffone pastoso dall’accordatura sotto le scarpe. Odio quel suono di chitarra bodom bodom bodobodom (mi sa che lo usano solo i Lacuna Coil, ormai) ma ci scendo a patti se poi ci sono linee vocali così toccanti. Non me ne frega nemmeno del nome. Farmer Boys. C’è gente che si è rovinata la carriera per molto meno. Sapete che è il titolo di un libro per ragazzi scritto da Laura Ingalls Wylder. Laura. Ingalls. La casa nella fottuta prateria. Loro però non sono di quei gruppi postmoderni che giocano con i cappelli di paglia, le zappe e le vanghe e il trattore sullo sfondo. Questi Farmer Boys vogliono volare sopra i filari e i covoni, spingersi tra le nuvole e far cadere quintali di pioggia. Fatte delle nostre lacrime.

Gli piacerebbe. Probabile che non sentirete più parlare di loro, però vi assicuro: il disco è bello e merita. Merita i vostri soldi perché c’è da cantare e strizzarvi la tetta guardando l’orizzonte e lasciando che la Isle Of The Dead, si riduca a un puntolino dietro le vostre spalle. Che traccia da paura, anche quella.