Demande à la poussière – chiedi alla polvere e avrai altra polvere

demande à la poussière
demande à la poussière

Sono un po’ arrugginito con il Francese, quindi Demande à la poussière, senza impegnarmi tanto, così a intuito, credevo volesse dire qualcosa tipo, “domande di una pescivendola” o magari l’equivalente italiano di “i dubbi della serva” o qualche roba del genere. Sapevo che non poteva significare una cosa tanto fuori contesto dal metal, però diciamo che questa traduzione sbagliata ha continuato a ronzarmi nel cranio per tutti i due giorni di fitto ascolto del disco d’esordio di questa band franzosa. Va beh…

Demande à la poussière significa Chiedi alla polvere, che tutti quanti conoscerete come titolo del più celebro romanzo di John Fante. Ammetto di non aver mai letto una riga di Fante, giusto i titoli delle sue opere. Ho qualche suo romanzo e persino una raccolta di racconti, in giro per casa, ma sento che non è ancora arrivato il momento di fare i conti con Fante e sono sicuro che nemmeno i Demande à la poussière pensassero a lui quando hanno scelto di chiamarsi così. 

Il titolo Chiedi alla polvere è molto metal, più di quanto John Fante avrebbe mai potuto essere. Polvere, disfacimento, decadenza, morte… la polvere è metal, non c’è dubbio. E questa band è metal, alla maniera in cui vogliono esserlo i francesi di nuova generazione, in modo intellettuale, tormentato, indigesto: vale a dire doom, sludge e black. Esisteranno anche gruppi power, thrash bay area e glam, però, la mia esperienza diretta dice che i metallarhi con la borchia sotto il naso prediligano le frange più impressioniste, sperimentali, oscure e prive di sense of humor del metallo internazionale. 

I Demande à la poussière fanno sludge-black, all’incirca, con qualche digressione progressiva, intimistica ed evocativa. Per quanto mi riguarda, chi urla tanto, dopo un po’ mi stufa. Lo sludge e il black, se pistati sempre al massimo, finiscono per diventare monotoni e pallosi. E anche i Demande fanno questa fine in brani come l’apripista L’Univers e a seguire in Le Lendemain. Fortuna che proprio sul finire della seconda traccia, la brutalità si stempera in un arpeggio tristerrimo, e nel successivo pezzo Etrangle, le cose diventano più varie, con parti pulite, bei cambi di tempo, qualche svarione pych (che male non ci sta) e cori femminili un po’ monastici. 

Poi torna il chaos, la violenza e le urla nasali con la erre moscia, ma bisogna ammettere che gli arrangi d’atmosfera continuano a mitigare il chiasso con belle aperture sinfoniche e tanta disperazione.

Rendez Moi Ma Baghette, Chocon! Le Soleil est comme une bignè andé a mel! La mort! LA MORT! Je suis alléz a la mare et le mare il n’y a pas. Pourquoi! Pourquoi!

Ehm, scusate… Se c’è una cosa che i francesi riescono a far bene è trasporre Lovecraft in musica. Hanno sempre avuto un rapporto di grande complicità con lo scrittore americano, ma c’è da dire che nel metal, la Francia sa come rievocare certe arie mefitiche sprigionate dalle purulente piaghe del tempo. Yeah. Prendete la traccia cinque, intitolata Le Parfum Des Cites Perdu, e vediamo se non vedete anche voi rovine e rovine polverose sotto cui qualcosa di vivo e vermiforme guizza all’angolo estremo della vostra vista. 

La conclusiva 360° è una suite di rumori industriali, chiacchiere ed Erich Zann. Provatela quando siete soli in casa, accendendo qualche candela e spegnendo tutte le luci.