Io sono solo anche quando non mi sento solo

solo
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Questo titolo va letto a mente, con la voce di Jovanotti, così suona meno amaro. La solitudine. Amata mia. Me la immagino come una donnina fragile, bianca bianca, che sta lì e mi aspetta. Mi guarda mentre vado avanti e indietro per le stanze di questa casa, sfuggo alle zone grigie, agli spifferi, le ombre, con i miei libri, la mia chitarra, il mio cazzo, i miei dischi, i miei film, i miei sproloqui shakespeariani tra il divano e la tazza del cesso. Attende, e mi sorride, sicura che prima o poi mi siederò. Mi fermerò. Tacerò. 

E allora lei si alzerà e mi si metterà vicino. Appoggerà una mano sulla mia coscia e io sentirò come un grosso cubetto di ghiaccio iniziare a colarmi lungo la gamba e da lì propagarsi per il resto del corpo, e proverò un gran freddo, ovvio. Il suo freddo. Non è mio ma suo, quel freddo. E poi lei mi solleticherà dietro la nuca, con le sue ditine lievi, mi passerà l’indice lungo la punta del naso e poi in vari punti del corpo. E io mi gratterò via il suo tocco, la sua impronta, il suo lieve accarezzo ma sarà come combattere le pulci. E proverò a non ascoltarla, ovvio. Ma le sue labbra secche e screpolate riverseranno inarrestabili, nelle mie orecchie, antichi ricordi di malinconia, disperazione e matematiche certezze che niente mi andrà mai bene se farò ancora l’errore di affidare il mio cuore e le mie pudenda a qualcun altro che non sia lei.

E allora dovrò attendere di avere di nuovo le energie sufficienti per alzarmi, divincolarmi dal suo abbraccio lascivo, malato, supplichevole. E a quel punto riprenderò a muovermi, ad agitarmi, a correre qui e lì. A darmi da fare, a sognare, progettare nuove soluzioni che mi possano tenere lontano da lei anche quando sarò di nuovo stanco, sfinito e dovrò arrendermi ancora, sedermi e attendere di averla di nuovo accanto. Lei è lì. Sta silenziosa, come una di quelle amanti devote, fedelissime, che bevono ogni parola del loro compagno, che stravedono per lui, che hanno la fiducia sicura dell’amore più folle. E sanno che prima o poi, tutto l’agitarsi di lui produrrà ancora stanchezza, e quella stanchezza lo riconsegnerà a lei.

Circolo vizioso, non trovate? Fuggo dalla solitudine e la fuga mi stanca. Mi fermo, e lei è là che allunga una mano e mi riprende.

Tutto questo correre e ritrovarmi sempre al punto di partenza. Sfinito. Con lei accanto. Mi capite? Ha atteso dieci anni. Paziente. Ha assistito alla nascita del mio amore per Mara. Ha sorriso come una brava zia quando ha visto la mia prima bambina gattonare per casa. Ha atteso mentre mi aggiravo con la piccola al collo, maledicendo la mia decisione di essere padre, così sconfitto dalla stanchezza, incapace di fare altro, se non tenere al collo quella piccola urlatrice avida e irrefrenabile all’una di notte. Ha aspettato la fine del mio amore. La separazione. E non mi ha abbandonato mai, è rimasta lì, con me.

Nelle pieghe dei miei libri, nella polvere dei miei mobili. Nella parte fredda del grosso letto che non riuscirò mai a scaldare per conto mio. Dormo con lei, ora, sapete? Parlo con lei. E quando mi risponde rabbrividisco. No, non sento le voci. La solitudine ha una voce ben diversa dalle voci che sentono i matti. Non ha un tono. Non si ascolta con l’udito. O meglio, anche con quello. Pensate a uno scricchiolio. Un improvviso tonfo. Siete soli. Soli. E quel tonfo. Quello scricchiolio. Ecco, lei ha parlato. Vi sentite tristi, all’improvviso. Vi sentite sconfitti. Lei ha parlato. E non sapete da quanto che parla e parla. Vi svegliate e andate al lavoro con un senso di catastrofe soffocante intorno al cuore. Chissà quella puttana quante ve ne ha combinate mentre dormivate? 

Lucio Dalla ha scritto una canzone, una delle più belle, che si intitola Madonna Disperazione. Lui la chiama così ma è la stessa mignotta di cui canta il suo grande amico Gianni Morandi. Bella Signora. Gianni è sempre buono. Lui fa complimenti anche alla Solitudine. Dice che è avvenente. La ascolta. “Parlami di te, del tuo mare nero nella notte scura”. Curioso perché in fondo, se confrontati, i testi di questi due brani sembrano dire la stessa canzone. E io con loro, canto di lei, senza pensarci. Per Dalla è una specie di fiera che si avventa all’improvviso, in coda a una risata, nel fondo di un bicchiere, all’inizio della sera. Si frega le mani, si pettina i capelli e disfa le pieghe del letto. Secondo me chiamarla disperazione però non è esatto. La solitudine non sempre ci rende disperati, a volte ci fa sentire protetti, altre persino più intelligenti degli altri. Il problema è che è una compagna morbosa e crede di poterci tenere a sé anche facendoci sentire svuotati, terrorizzati, disperati appunto. Bellissimo dire Madonna disperazione, ma fuorviante. Non c’è una Madonna disperazione e una Signora solitudine. Sono la stessa puttana. Mettiti a pecora, bella Signora, che stasera mi voglio divertire!

Mi sento solo ma non disperato. Se lo fossi non scriverei questo articolo. Ma ora mi ci sento, solo, in questo istante. Vi scrivo da qui, dalla stanza più buia del mio cuore, con lei al fianco. Sorride, guarda lo schermo. Legge e annuisce. Sembra lusingata. Non ha paura che io la denunci. Sa che ce ne sono tante come lei. Che sono legione. Ce n’è una accanto a tutti voi. Che annuisce e si saluta con la mia. Sono come fidanzate e segrete amanti, streghe terribili e innocenti bambine, nostre sorelle amorose perché nate assieme a noi.

Chissà perché dire che è lei, poi… Chissà perché immaginare una donna e non un uomo. Magari le donne immaginano la solitudine come un uomo, un appiccicoso, insopportabile omuncolo, un persecutorio amante che non vuole saperne di andarsene e se ne sta seduto sul divano di casa, con un mazzo di fiori secchi, grigi stretto tra le dita bianche e screpolate e con un sorriso in faccia, scemo, convinto…

Io mi figuro una donna perché credo che, in quello che avverto, in ciò che la solitudine mi offre, nel suo essere al mio fianco, io sento che c’è amore. Una forma sterile, deviata ma infinita d’amore. La solitudine mi protegge. Lei assiste e nutre i miei sforzi, a volte. Lei, se le gira bene, mi suggerisce ottime idee. Lei mi ha insegnato che c’è la scrittura, per dire e che con quella, qualunque cosa accada io posso aggrapparmi, salvarmi, scappare via. Mi ha mostrato i libri, il cinema, la masturbazione e mi promette ancora tante sorprese. Ma diventa terribile se provo a fuggire. Aspetta che crolli e poi mi fagocita. Come una mamma potente e terribile, che attende il mio ritorno prodigo, dopo l’ennesimo tentativo di fuga. Il suo abbraccio è magnanimo ma anche pieno di rabbia e gelosia. Me la fa scontare. E poi mi perdona. Mi perdona sempre. Purché resti un po’ con lei. Qualunque cosa accada, chiunque possa arrivare.