Juniper Grave – The Occult rock buona maniera

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Juniper Grave. Scozzesi, di Edimburgo. Tre donne che si occupano rispettivamente di voce, tastiera e chitarra, e un uomo dall’aria molto scoglionata alla batteria. Un mix di Black Sabbath, Jethro Tull, Kansas, Deep Purple e bla bla bla, con testi esoterici. Insomma, la solita sbobba Occult Rock psycho-doomy-gloomy anni 70 tipo Blood Ceremony, Christian Mistress, Alunah e via così. Roba che personalmente adoro. Sarei però poco obiettivo (oltre il lecito dell’umana natura, di cui anche io, ahimè rendo la mia parte) se negassi che tutte ‘ste donnine con i mantelli, le candele, gli sfondi forestali e i pentacoli, non inizino a rappresentare una folla sempre più omogenea e impicciante.

E i Juniper Grave sono all’esordio con questo Hellions & Harridans a ridosso di un momento in cui il genere ormai sembra aver raggiunto lo stallo. E nessuno pretende dal questo quartetto una rivoluzione. Sono carini, bravi compositori e bisogna ammettere che, per quanto non aggiungano nulla a quanto già detto dalle succitate female-occult band britannico-canadesi, pezzi come Rest With Your Dead (così sprofondata nel folk e nel gothic doom) o l’inno da adunata sabbatica Dance Of The Daemon Queen (mistura tra ultimi Opeth e vecchi Candlemass) sono incontestabili prove di bravura tecnica e interpretativa e di estroso gusto armonico. E non è poco, certo. Però se non vi piace il genere, lasciate perdere: i Juniper Grave vi tedieranno e nutriranno la vostra smania incipiente di rispolverare il vecchio Malleus Maleficarum e fare un po’ di pulizia etno-artistica con la pira.

Scherzi a parte e a parte degli scherzi, questo inizio è comunque pregevole. Se i Juniper Grave tenteranno con qualcosa di più personale e audace a livello di stile, magari tra un paio d’anni scriveremo di loro, con smodato entusiasmo, indossando biancheria intima femminile e con il pene ulcerato dalla corteccia di qualche quercia troppo sfacciata. Altrimenti ci resta questo buon lavoro per adepti dell’esoterismo wiccano, innocuo, dolce come il mosto d’ottobre e poetico quanto la luna piena che guida le stregucce alle loro cene a base di cose vegane con aggiunta di saporanti al gusto di capretto e quel fottuto incenso appiccato ovunque.

Discorso a parte per la traccia numero tre: The Bridge Between Words. Picco dell’album capace di rievocare il melodramma dark di Vanilla Fudge. Le chitarre in special modo, ricordano l’epicità di certi fraseggi dei CSNY di Déjà-vu. Tené, l’ho detta grossa, eh? A un certo punto però, cazzo, in questo pezzo c’è una melodia che spacca in due ogni scetticismo, aumentando i battiti del polso e spingendo la mente verso un tiepido sole d’autunno la cui luce scivola come salsa sulla torta dei più reconditi cazzi vostri. Provate a sentirla, è al minuto 03:00.