Komatsu – Nu Stoner metal!

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I Komatsu sono quattro ganzoni olandesi provenienti da Eindhoven, per la precisione la provincia di North Brabant. Molto che ve ne frega, lo so. Ma pur essendo gente cresciuta in mezzo ai tulipani, con grandi canne tra le labbra e vetrine piene di schizzi vaginali messe di traverso a far da serra per i tulipani stessi, i Komatsu si sono messi nome Komatsu. Vale a dire qualcosa che in giapponese significa qualcosa. O meglio, qualcuno. Komatsu infatti è la protagonista di un manga. Anche questo molto che ve ne frega.

Passiamo al disco. Quarto disco. In otto anni. Uno ogni due anni, e questo esce per Argonauta Records. Come il precedente. Che si intitolava More Thath Interesting You! Per chi non lo sapesse, questa etichetta è italiana. Argonauta Records. La voglio citare una volta e fatto bene, perché spesso mi mandano cose buone dal mondo e io neanche dico che sono le loro. Che pessimo cavallo… E i Komatsu sono decisamente piacevoli. Non so nulla dei lavori precedenti e nulla mi importa, a dire il vero. Non ho tempo di sentirli. Devo recensire millemila nuovi promo per la fine del mese, cazzo. Ma questo, vi assicuro che è davvero un album fico.

Album fico, sì. Ah, troppo informale? Ok, allora: questo è un lavoro di pregevole fattura. No? Bene: il platter ha un esito complessivamente felice. Vi va bene così? Ma perché vi piacciono tanto i recensori che scrivono come avessero un palo su per il culo? Insomma, A New Horizon è un bel disco, scivola via come un buon vino tra le tette di una vecchia zia riprovevole. La cosa che mi ha colpito è l’equilibrio tra stoner (loro si definiscono così) alla Fu Manchu e COC e il nu metal. Non sto scherzando, vi basti prendere Prophecy o la title-track. I riff sembrano usciti da un album a caso degli American Head Charge ma quando entrano i fraseggi di chitarra, il suono, certe variazioni ritmiche, vira tutto decisamente nel freakettame odierno di tanto underground cannaiolo. 

I Komatsu però sanno scrivere dei pezzi. Ritornelli, you know? Riescono a lasciarvi qualcosa nel cranio dopo che avrete stoppato il lettore mp3 o il giradischi o il cacchio di attrezzo anal-ogico che usate per sentir musica. E ogni pezzo ha un sapore diverso. Magari la produzione non sempre riesce a esaltarne tutti i sapori. A momenti ho avuto come l’impressione che il mixer attufasse un po’ tutto, però è innegabile che non è una taranta ripetitiva con la stessa idea messa in croce da cima a fondo in nome dell’impressionismo furbettismo di tanto metallismo undergroundista. Qui c’è diversa robetta intrigante. Sentite l’attacco di Walk A Mile e ditemi se poco dopo non state lì con lo sguardo perso a fare sì e sì al muro? E non avete nemmeno fumato. Secondo me questo pezzo è un singolo cagato e servito. 

La title-track poi si regge su un testo apparentemente da fattoni in preda a una sbobba ottimistica su qualche fantomatico cambiamento atmosferico e ideologico sia in procinto di, mentre la musica esprime sofferenza e oppressione. Belli. Belli!