I Love My Compulsioni o Dimagrirò quando muoio!

compulsioni
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Vivo da solo. E spesso mi sento solo. Ci rifletto molto. Faccio altre cose che non vi sto a dire, è meglio per voi che non le sappiate, quando mi sento solo. Però penso molto alla mia situazione. Quando ero sposato e avevo in continuazione delle bambine frignanti in giro per la casa o una moglie che esigeva la mia attenzione, non riuscivo a sentire il silenzio famelico che c’era sotto la mia vita. C’è sempre stato. Ora lo ascolto. Mi spaventa. A volte mi disgusta, persino.

A un certo punto realizzo una cosa, però. Abbiamo questo enorme vuoto dentro di noi, giusto? Dico NOI perché penso che, se non tutti, chi legge Sdangher.com, e in special modo i miei articoli della domenica, probabilmente ha il problema del vuoto dentro. Una specie di buco nero in cui gettiamo tutto quello che troviamo, ogni cosa, nella speranza di saziarlo, almeno per un po’; è tipo un orco dello spazio, sappiamo che vuole noi, e prima o poi ci ingoierà, intanto cerchiamo solo di tenergli la bocca piena, e guadagnare del tempo. Tempo che usiamo malissimo. 

Ok, smetto col noi e riparlo di me. Mi sento più a mio agio. Il vuoto che ho dentro, acusticamente è un silenzio pesante. A livello di gusto è una sorta di fame enorme e indiscriminata. Non odora. Spesso mi tocca e mi fa sentire un gran freddo lungo tutto il corpo, dentro fino alle ossa. Ma non odora. O forse sì. A volte sa di minestrone o di candeggina. Lo associo ai bagni delle elementari e delle medie. Anche quando erano puliti facevano schifo. E puzzavano di piscio, merda e candeggina. Quello è l’odore del mio vuoto.

Comunque. Cosa faccio per non sentire il vuoto, per non vederlo, per non farmi toccare e congelare da esso? Tante cose sbagliate. Magari alcune giuste ma la maggioranza sono sbagliate. E non risolvono nulla. Mi fanno stare peggio. Come cambiare aria accendendo una sigaretta. Almeno respiro tabacco e non tubo di scappamento. Volete degli esempi precisi? Mangio cose che mi fanno male; in quantità eccessive. Compro cose di cui non ho assolutamente bisogno. Scrivo a persone che non mi vogliono bene. O che non sono più interessate a me. Lo so. E gli scrivo lo stesso. Ciao, ti pensavo. Come stai? Non so perché, l’orgoglio mi dice: lasciali perdere, sono dei pezzi di merda, chiaramente non gliene frega nulla di te, oppure non ti hanno mai perdonato per ciò che gli hai fatto, ma sai cosa ti dico, tu hai fatto bene a farglielo e non devi sentirti in colpa, mai. E invece eccomi lì che scrivo, ehi, non ti ho mai detto che mi dispiace di ciò che è successo. Ho rovinato tutto io, sono il solito deficiente. 

Ecco, sia chiaro. Se io e voi abbiamo litigato e io dopo mesi o anni di silenzio vi scrivo, non è quasi mai per ammettere le mie colpe, per patetica incoerenza o puro affetto. Siete una mia compulsione. Non vi rallegrate. Siete come la torta al cioccolato Gianduia che ingurgito sebbene a me il Gianduia non piaccia. Siete la mia diarrea di domani. O i libri che non leggerò mai. Dopo averli comprati li metterò sullo scaffale a prendere polvere fino a quando non li regalerò a qualcuno o magari li abbandonerò su una panchina. Senza averli mai sfogliati. Non si possono leggere le compulsioni. E vi odierò più di prima, con o senza il vostro supponente perdono del cazzo.

Non ho tregua. Da quando vivo di nuovo per conto mio, i miei demoni stanno facendo una infinita gangbang con me.  E io ho smesso di urlare e piangere da un pezzo. Ma non stanno solo in casa. Li trovo ovunque. Persino in un posto protetto come una libreria io non riesco a difendermi dai miei demoni. Entro felice e ne esco con sette volumi di filosofia, e cento euro in meno nelle tasche.  L’altra settimana ho caricato la mia postpay. Ci ho messo cinquanta euro. Lo faccio almeno una volta al mese. Di solito poi torno a casa e ordino libri su ebay o amazon. Questa volta però mi sono messo al pc e dopo un po’ ho realizzato di non avere nulla che desidero davvero comprare. E sono andato in crisi. 

Da due giorni continuo a chiedermi, sul serio niente da comprare? Come posso spendere quei cinquanta euro? Magari non spenderli. Tienili per un’emergenza. Ma no, i soldi dell’emergenza sono nel cassetto dell’emergenza. Quei cinquanta sono per i libri. Tu DEVI comprare dei libri!

Pazzesco, no? Compulsioni. Ne siamo pieni. Io prendo quattro caffè al bar ogni giorno. Per un periodo avevo smesso. Ne bevevo solo a casa. Ora ci sono ricaduto. Non mi serve tutta quella caffeina. Mi serve entrare al bar, guardare il culo alla barista, prendere un caffè di cui non ho voglia, spendere un euro e uscire dandomi dello stronzo. Potrei dirle: metti in una tazzina un goccio di acqua liscia e dammi le spalle mentre lo fai. Magari mi fa pagare pochi centesimi. Così alla fine del mese ho una trentina di euro in più da spendere in libri. Un euro a caffè per una media di 4 al giorno per 30 giorni, quanto fa? 120 euro al mese. Sono un mucchio di soldi! Potrei usarli per acquistare biancheria intima femminile da indossare quando mi sento troppo triste!

C’è chi dice che si vive una volta sola. Possibile che dobbiamo farlo cercando di guarire da noi stessi? Possibile che dobbiamo sprecare una vita intera a risolvere problemi che noi stessi ci causiamo?

Ma eccovi la domanda da un milione di zoccole a gratis: siamo così sicuri che quei problemi si possano eliminare? Io credo che sia impossibile separarci da quei problemi, perché quei problemi SIAMO noi. Sono come i nostri organi, le ciglia, le dita. Siamo noi. Quindi passiamo la vita a cercare di separarci da noi, di buttare a mare pezzi di noi che non rientrano in un ipotetico schema ideale di come dovrebbe essere “il tipo giusto”.

Ma secondo voi chi è il tipo giusto? Provo a dirvi il mio. Sposato, felice, innamorato e ricambiato, figli sani e belli, genitore premuroso, amante sempre attivo e appassionato con la propria moglie. Fedele. Sincero. Buon lavoro. Stipendio da 4000 euro. Autore di successo presso un grosso editore. Ecco chi non sono e chi sento di dover essere. E non mi riesce. Ci ho provato e per un po’ mi sono illuso di essere diventato quel tipo giusto. E non ero felice. Mi dicevo: cosa hai che non va? C’è tutto lo schema e non ti dai tregua? Ora capisco perché: era uno schema suggeritomi dal mondo. L’approvazione degli altri era necessaria più della mia felicità.  Pareva che dicessi: “hei, sono sposato, ho due figlie, guardatemi, sono abbastanza normale, adesso?

Lo schema ora è saltato. E non sono felice nemmeno adesso. E non lo ero neanche prima. Dopo la nascita di Matilde andai in depressione. Una cosa orribile da dire, ma vi interessa la verità o volete che vi prenda per il culo? La nascita di un figlio non produce automaticamente solo gioia e spensieratezza. Diventare genitori può sconvolgervi al punto di farvi uscire di testa. E io ero depresso. Ma ero un uomo sposato, amato, con figlie sane e belle e un buon lavoro, non lo capiva nessuno perché stavo male, a stento nemmeno io. O meglio nessuno di quelli che credevano ciecamente nella validità dello schema: amore-matrimonio-figli-famiglia-gioia. Ed erano quasi tutti single senza figli. Ed erano tutti frustrati perché cercavano di rispettare lo schema e non ci riuscivano. E stavano in ritardo. Perché nello schema l’età giusta era 30-40 anni al massimo. E loro ne avevano 45.

Ora la mia infelicità la capiscono tutti, ma solo perché adesso non sono più in quello schema. Quindi sono infelice perché non rientro più nello schema felice. Uscirne è stato magnifico. Non volevo quel ruolo, non era per me. Ci ho messo dieci anni ad ammetterlo. Ci ho provato con tutto me stesso, ma non funzionava.  Ma ora, soffro perché non voglio nemmeno questo ruolo: genitore separato, single, che vive solo. Cazzo, mi viene da ridere ma la verità è che io soffro sempre, porcaputtna. E non ho un nuovo schema. Non vorrei averlo. Perché sarà limitante e insoddisfacente come ogni schema. Il mondo è acqua, energia. Lo schema è quattro tubi di cartone in cui cercare di contenere gli ingredienti cangianti del mondo. Ma la mente lavora in questo modo. Crea schemi in cui entrare, programma, organizza strategie di battaglia per la nuova vita. Per il nuovo amore. Siamo sempre in guerra.

E io so che mentre dico no e provo ad ascoltare la mia vera voce dentro, il caos, la paura, il gelo o come vogliate chiamare il vuoto che mi mangia vivo, sta già avendo la meglio. E se pure un giorno io riuscirò a riempire quel vuoto, poi dovrò morire. E la morte, rispetto al mio piccolo buco nero, è un immenso tunnel di pece. Così terribile che il mio buchetto quasi è accogliente e mi dispiacerebbe dirgli addio.

Eppure sono certo che è sano rifuggire la solitudine, il vuoto, il buio e la morte. E farlo con qualsiasi mezzo è sempre meglio che non farlo. Le mie compulsioni sono un problema. Averle però è sano. Perché questo mondo terribile non ci insegna a parlare con noi stessi e soprattutto ad ascoltare noi stessi. Non ci dice nessuno come gestire certi dolori, paure. Quindi esco, vado a prendere un caffè di cui non ho bisogno, compro un libro che non voglio e al ritorno scrivo a una ragazza che chiaramente non me la darà mai. Ma mentre esco, con questo programma bene in testa, mi sento leggero e per un attimo il vuoto è mio amico. Faccio quello che vuole lui. Fino al mio ritorno io divento il vuoto. E mentre sono il vuoto io riempio di azione e movimenti la mia esistenza. E sorrido. E chi mi guarda magari si dice: ecco uno che sa godersi la vita.