Editoriali Pascolando

Osservarsi fare cose

Per prima cosa vorrei salutare il cavallo Giuseppe Lippi, curatore di Urania e traduttore di molti dei libri con cui sono cresciuto. Fino al giorno prima postava roba su fb e poi niente. Morto. Ho letto da qualche parte del web che non era più. Mi dispiace. Sinceramente mi spiace. Spero che ora stia sgroppando felice nel grande pascolo ultraterreno. Ma non mi faccio illusioni. 

Tornando a noi, vi informo che sto scrivendo questa cosa quasi all’ora di pranzo. Mi sono svegliato con poca voglia di farlo. Ho continuato a rigirarmi nel letto, ho guardato un paio di film scemi e alla fine mi sono deciso ad alzarmi. A proposito di fare. Sono tre giorni che cerco di fare una cosa. E non riesco a farla. Sapete di che si tratta? No, ma non c’è bisogno che rispondiate, era una cazzo di domanda retorica. Sapete cosa è una domanda retorica? Va beh, lasciamo perdere. Dicevo, sono tre giorni che provo a fare una cosa che mi ha chiesto la psicologa e non ce la faccio. Devo stare mezzora al giorno senza fare nulla. No, non intendo dire che dovrei stare fermo, con le mani sulla pancia a guardare le ragnatele. Non fare nulla di ciò che ho programmato in precedenza di fare. 

Ogni giorno io mi alzo e so già cosa farò. Ho tutto scritto. Praticamente la mia vita la conosco. E non è la vita. Io ho bisogno di griglie e questo sono io, sono fatto così. Programmo quello che faccio, sempre. Mi organizzo. Un po’ al giorno porto avanti il mio grande, enorme disegno. Che disegno? Le domande le faccio io. Però ve lo dico: diventare un uomo migliore. Ma non basta leggere, scrivere, ascoltare musica, lavorare, fare il bravo padre. Ti puoi dare un sacco di compiti e poi li fai tutti ma alla fine ti resta un senso di insoddisfazione. La vita? 

La vita, quella vera, imprevedibile, fluida, intensa, mi entra in ogni spiffero delle griglie che costruisco. In ogni fessura. E soffia il suo vento freddo, fastidioso, odioso. Ma sento che ha ragione a entrare, quel vento. 

Voglio dire, la vita non è un cazzo di programma. La vita è l’imprevisto che scompagina quel programma. Ho imparato più su di me la mezzora di ritardo di un treno, che in tutti gli efficientissimi minuti in cui ho letto Tolstoj, oppure ho fatto i miei esercizi fisici o magari ho scritto l’ennesima recensione, libro, articolo o quel che è.

Il problema viene fuori quando anziché sopportare gli spifferi, apro la finestra, mi ci metto davanti a petto nudo e guardo e ascolto quello che c’è e che arriva. So aprire la finestra. So dove si trova. Ma starci davanti non mi viene proprio. Il punto però non è stare fermo. Non devo rimanere immobile. Posso fare cose. L’importante è che io mi osservi mentre le faccio. A che scopo? Credo sia per capire solo chi sono. Se siamo quello che facciamo allora questa è la via giusta per conoscere chi siamo. 

Intendo, fare cose che non pensavamo di fare fino a un secondo prima, non quello che abbiamo programmato il giorno avanti. Quelle sono le cose che riteniamo giusto fare. Per la nostra salute, per il nostro bisogno di realizzazione. Programmare una passeggiata dalle 17 alle 18 di domani, non è fare improvvisamente una passeggiata, magari alle 17 e 23. 

La passeggiata che mi viene di fare sono io, in quel momento. Puro. La passeggiata che faccio perché così ho deciso è qualcuno che ritiene giusto, per la propria salute, fare una passeggiata ogni giorno. Non sono io. Si tratta di qualcuno che si preoccupa per me. Certo, principalmente sono sempre io, insieme a qualche medico che in TV ha consigliato agli spettatori di fare due passi ogni giorno, per il loro cuore.

Io ho bene in mente la differenza e anche perché devo osservarmi. Mi osservo, mi conosco e magari provo a impedirmi di commettere sempre gli stessi errori che poi mi rendono infelice. Tutto bello e utile. Ma c’è qualcuno dentro di me che non la pensa così. Non ci crede. O non gliene frega. Trova più scura la vecchia strada degli errori e della sofferenza piuttosto che ritrovarsi su una strada nuova, dove ci saranno nuovi errori e nuove sofferenze. La parte di me che fa resistenza è cinica. Non vede vie di fuga, solo nuovi cunicoli. Pensa che il futuro sia un labirinto talmente grande e complesso, che non basterebbero due vite per percorrerlo tutto. Allora meglio stare nei soliti cunicoli, almeno sappiamo che in quel buio non ci sono mostri più dolorosi, trappole più letali. 

In quel buio non ci perderemo, in quelle sofferenze, più o meno non moriremo. Un po’ come un innamorato deluso che non crede l’amore possa essere diverso da quello che ha già assaggiato, solo peggiore. E allora preferisce tenersi il suo cuore sbreccato, piuttosto che rischiare di farselo spezzare sul serio la volta dopo. Fuori dal mio buio c’è solo altro buio. Fuori dal mio cuore c’è solo altra sofferenza e delusione. 

Sono una persona infelice ma mi scopro a difendere la mia infelicità, probabilmente perché tutto il mio dolore, in tanti anni, mi ha definito. Mi riconosco in quel dolore. E se me ne privassi, cosa sarei?

Quando vediamo arrivare un possibile nuovo amore, magari rinunciamo, ma solo perché potremmo perdere troppo di noi. Potremmo dover rinunciare alla nostra tranquilla e rassicurante infelicità. 

Ma anche se non sembra che stia facendo nulla di utile, io dico queste cose perché in qualche modo mi osservo. Ma mi faccio abbastanza schifo. E finché mi farò schifo, allora andrà tutto bene. Sarà il giorno in cui inizierò a vedermi niente male, che inizieranno a tremarmi i polsi. Perché a quel punto mi sentirò in diritto di darmi una nuova chance. E quindi vieni nuovo amore, vieni vita nuova, venite a finirmi!

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