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Nailed To Obscurity – Il ghiaccio nero sulle scarpe!

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Black Frost è un disco dei Nailed To Obscurity, uscito nel gennaio 2019.

I Nailed To Obscurity sono tedeschi, al quarto album e fanno una specie di prog-death con influenze doom. Per chi non fosse avvezzo a questo gergo da metallari nerd, diciamo che la band usa la voce da vomito alternata a una più pulita e un po’ lagnosetta, con parecchie varianti ritmiche e un minutaggio qualche volta lunghetto. Ok? Siccome chi non capisce una pippa di metal, a questo punto della lettura, se ne sarà già andato, torniamo a parlare tra noi nerd con le borchie e facciamola finita.

Il nuovo Black Frost non è un discone irrinunciabile, come vogliono far credere quelli di Metalforce, di cui ho apprezzato comunque l’ottima intervista, ma riescono a cavarsela. Alcuni dei pezzi non si limitano ad accozzare Opeth e Paradise Lost senza metterci niente di proprio, anzi. Direi che la tikketetrakkete, dove l’influenza della band di Mikael Åkerfeldt fino a Still Life è palese, sia tra le cose più riuscite. Buona idea metterla in apertura.

E ancora meglio aggingervi subito la spiaggiante Tears Of The Eyeless, che nei momenti in cui punta sull’emotività e non tanto sulla potenza in tempi dispari con scaracchi poetici in reiterazione, risulta un brano davvero toccante, da promenada cimiteriale in una notte di vento in compagnia della vostra mortosa, per intendersi.

Anche se ricalcano troppo le movenze dei loro sensei creativi (Opeth, Opeth e ancora Opeth) i Nailed To Obscurity riescono con una certa timidezza ad allungare gli artigli e trattenermi il cuoricino malconcio con una serie di carezzevoli sviolinate dark di arpeggi desolati che rimandano pure ai Tiamat, volendo. Il cantato in clean di coso, ehm, Raimund Ennega, a volte ricorda Tilo Wolff dei Lacrimosa e altre è più una versione emo di Joey Ramone, ma va bene così. Tutto fuorché rifare il verso a Mikael Åkerfeldt o Alex Britti.

Dopo lo sprint iniziale Black Frost si opethizza troppo e passa via senza infamia né liebe: The Aberrant Host è un titolo bellissimo per un album dei vecchi svedesi logorroici, non trovate? Ci si ridesta però su Resonance, dove la vena più alternative-goth dei Paradise Lost, tra Symbol Of Life e l’omonimo, per intenderci, fa il paio con un disco a caso dei Tool. Bel pezzo, senza dubbio.

Se dessimo un voto, gli rifilerei un 7 -, dai.

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