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Antimatter e le basilari incertezze di Mick Moss!

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Black Market Enlightenment è un disco degli Antimatter, uscito non ho capito bene se nel 2018 o il 2019 ma poco importa.

Scopro che è poco gli Antimatter. E apprendo una serie di cose interessanti: 1) la band è britannica, fondata dal bassista Duncan Patterson degli Anathema, alle falde del Millennium Bug (1999). “) Duncan se ne andò qualche anno dopo, lasciando la baracca al cantante Mick Moss, inglese, semicalvo e del segno del leone, se vi interessa.

Se l’astrologia fosse una scienza esatta ora vi potrei dire senza tema di smentita che è un tipo aggressivo, tenace e valoroso. Siccome sono tutte scemenze devo basarmi sulla musica per dedurre anche un profilo umano di Moss. O meglio, basarmi su questo album dal titolo scomodo da scrivere:Black Market Enlightenment. Avete capito? Enlightenment. Mavaff.

Mick Moss è un emulatore. Uno che ha basato la sua personalità artistica, almeno dal punto di vista estetico-stilistico, sul modello di qualcun altro. Nello specifico: Eddie Vedder e Dave Gahan. Non li commistiona, ma ne dismette le sembianze laringiche a seconda del tipo di pezzo che deve cantare. Nulla di male, probabilmente in ambito rock sono quei due i singer più imitati e sbertucciati insieme a Madonna, però a me, che amo Vedder e Gahan, non piace sentirli imitare, anche se molto bene. Quindi 0-1 per me, Moss!

Mick Moss è un umbratile, introspettivo e anticonformista. Le canzoni di questo album degli Antimatter lo lasciano immaginare così, se lui fosse le sue canzoni. Di sicuro un uomo solare e un po’ scemo non uscirebbe con uno stile tanto greve e intenso. Black Market Enlightenment è fatto dell’essenza piovasca di una giornata funebre, una distesa di arpeggi e uggiolii poetici in grado di inumidirvi le midolla del buon umore, se glielo lasciate fare. Siamo in Inghilterra, e va bene così. Piove sempre e ci sono gli spettri. Allora, Moss, è 1-1.

Non tutto è così entusiasmante nel nuovo Antimatter, almeno per questo cavallo. Insomma, This Is Not Utopia ha una buona melodia centrale ma è troppo Pynk Floyd (senza dubbio un difetto intollerabile, per chi scrive) mentre Betweens The Atoms è troppo scadente, fa pensare al progressive metal sterile dei Queensryche di Tribe, quindi per carità.

Però ci sono così momenti suggestivi che levati. Per esempio in apertura The Third Arm. Lasciamo stare che Moss fa l’Eddie Vedder dello spazio per un paio di minuti, su una barchetta al largo, in un mare nero e molto agitato di synth, io vorrei però vedere lo sguardo cambiarvi se vi spingete oltre i bastioni del terzo minuto, quando le tastiere sommergono Eddie con tutta la barchetta e vi lasciano in un maestame degno dei Depeche di Violator (per me un irreparabile pregio).

Cazzo, io ho letteralmente strippato di piacere, come si diceva nei film americani del 1995. Stripped for pleasure!

Poi c’è Wish I Was Here con quel piano da un’altra stanza. Vagate con noi per dei corridoi pieni di sporcizia, in cerca della fonte di quelle note e trovate solo altra polvere. Camminate e camminate, come in un sogno da porchetta cotta male. Mick Moss e la sua stempiatura, il fisicaccio da pub e piadelle vi sussurra la sua incapacità di credersi davvero reale. E sembra chieda a voi se potete fare di meglio.

Si passa quindi dal Vorrei che tu fossi qui dell’anaffettivo Waters rivolto a Syd Barrett, al Vorrei credere di esser qui degli Antimatter. A ogni epoca il proprio casino esistenziale e anaffettivo. A oggi non siamo più dei tossici che reclamano la presenza di altri tossici (che anche fossero presenti non lo sarebbero, data la gran caciara che certe droghe sono riuscite a fare nel cranio di un amico); a oggi siamo noi i Syd Barrett di noi stessi, e anche i Roger Waters. Siamo tutti e nessuno. Siamo qui e non ci siamo ma vorremmo tanto esserci. Qui. Ovunque sia.

Gran roba, sto brano, davvero. 1-2 per Mick Moss.

E siccome mi piace citare tre episodi salienti in ogni disco, eccovi il terzo titolo che mi ha colpito in Black Market Engleccetera: What Do You Want Me to Do? Chitarra e voce,una cacatella di tastierine e la magia è fatta. Il vocalizzo tremolo di Moss è più intorno alle pose vocali di Gahan, anche se il modo di scandire le parole è più sfatto e lipidico, quasi alla Morrison. Sembra un Gahan ferito e solo, mollato dai Depeche lungo la strada del tour della fede e la devozione. Vatti a cercare la fede e scordati la devozione, Dave.

Moss scivola alla chetichella fin dentro il nostro stomaco, con una sonda semi-acustica di tre minuti circa, e calpesta la marea di foglie secche che abbiamo lasciato accumulare tra esofago e intestino tenue. E come un vento gioviale e volenteroso di inizio primavera, il brano ce le spazza lontano, via dagli occhi, dalla mente, in forma di lacrime stantie che ci escono dall’ano.

Ma insomma, la musica a volte è davvero una cosa da cristiani, un miracolo, non trovate? 1 – 3 per Moss. Partita per lui.

 

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