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Iron Maiden – Si aprano le dance of death (Seconda parte)

2003-2006 – Dance Of Death e A Matter Of Life And Death

Come nella prima parte, ricominciamo da Dickinson e un’intervista. Nel 2003, durante la promozione di Tyranny of Souls, (il più trascurabile dei suoi lavori solisti in my opinion), qualcuno gli chiese se fare quelle canzoni negli Irons le avrebbe rese diverse da quello che erano nel suo disco solista. Bruce rispose che per prima cosa di là c’era Nicko, e non era facile farlo stare buono, tendeva sempre a mandar tutto di corsa. E poi gli altri avrebbero rifiutato di suonarle, quelle canzoni, dicendo che: non sono da Maiden!

Quindi nella band, da anni vigeva davvero ancora questa cosa. Le canzoni nascevano e poi continuavano a esistere in base al responso se fossero o no da Maiden. Ma cosa si intenderebbe? All’altezza dei o nello stile dei Maiden?
La seconda, a detta di Dickinson.

Ecco quindi sbugiardato Harris, il quale ha sempre specificato che prima di realizzare un album non si decideva nulla. Una canzone era buona? Allora era da Maiden; poi che “spontaneamente” facessero sempre le stesse robe, era un riflesso non previsto.

In un’altra intervista a Harris (in cui con grande disinvoltura ammise di ammirare band come Him e Within Temptation suscitando collassi cardiaci in tutto il mondo), lui assicurò nel 2003, che a opporsi alle sperimentazioni eccessive non era lui ma gli altri: persino Dickinson era molto deciso a non snaturare la matrice classica della band.

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La pessima copertina di Dance Of Death!

Vacci a capire. Di sicuro in Dance Of Death si tentò qualcosa di nuovo, usando le lunghe durate. L’album a risentirlo oggi non è irresistibile da cima a fondo. Wildest Dream è quello che è, Rainmaker funziona (anche se c’è una stecca, vi giuro, sentitevi bene la conclusione del pezzo). Montségur sorprese al tempo per la massicciata di chitarre ma non tutte le melodie sono così convincenti, a riascoltarle oggi. Sapete, no, la parte che passa in maggiore, dove Dickinson canta:

“As we kill them all so god know his own.

The innocents died for the pope on his throne…

eccetera, eccetera… Beh, fa un po’ cagare, non trovate?

No More Lies poteva anche stare su Virtal XI e il pezzo scritto da Nicko è una merda. Senza se e senza ma, come direbbe Signorelli.

Però ci sono tre capolavori. La tikketetrakkete (folk, narrativa, enfatica e per certi tratti molto inquietante), Paschendale (traccia strepitosa sulla sanguinaria e assurda battaglia tra inglesi e tedeschi durante la Prima guerra mondiale) e la semiacustica e struggente Journeyman.

Questi tre pezzi mostrano al mondo che la band può scrivere ancora dei kolossal metallici in otto, dieci minuti, regalando emozioni autentiche e non echi di vecchie sborrate. I Maiden possono abbracciare la tradizione celtica guadagnando freschezza, o scrivere praticamente, con Journeyman, il seguito di Prodigal Son, ma offrendo finalmente qualcosa di trascendentale. Wow, transchendale!

I picchi di Dance Of Death sono la causa dei momenti più delicati di A Matter Of Life And Death. Journeyman è diventata Out Of The Shadows, Dance Of Death è The Legacy, Paschendale è Brighter Of A Thounsand Suns. Nessuna delle epigone (tranne The Legacy, pezzone) è all’altezza delle matrici, ma l’album successivo è complessivamente superiore a qualsiasi cosa fatta dalla band in tutti e venti gli anni della reunion.

Bum!

E a confrontare meglio i due lavori (Dance Of Death e A Matter…) avviene anche il fenomeno contrario: Montségur è la sorella deforme dell’aggraziata The Pilgrim e Wildest Dream è la zia inguardabile della giovane strafica Different World.

A Matter… è l’album meno capito della reunion. La band in quel disco cerca infatti di sperimentare ancora di più nella direzione di quei tre pezzi tanto riusciti su Dance Of Death. I risultati sono così e così. Ma al di là delle canzoni ci sono altri lati positivi.

Per cominciare la produzione. Finalmente i suoni delle chitarre risultano convincenti, grazie alla decisione saggia di non usare tre chitarristi come fossero due (anzi uno e mezzo) ma stratificandoli su binari differenti dall’inizio alla fine dei pezzi. Anche il missaggio è stato un po’ sperimentale. Di solito le manopole si lasciavano per la fine delle incisioni complete, mentre stavolta la band e Kevin Shirley aveva messo mano ai bottoni alla fine di ogni brano. Se la cosa abbia avuto un effettivo giovamento sul mixaggio io non lo so, il risultato però è innegabilmente buono.

Quello che emerse, attraverso le critiche rivolte a Dance Of Death (e soprattutto A Matter Of Life And Death), fu l’impressione generale di una certa sciatteria negli arrangiamenti. A dire il vero la band non scriveva quasi nulla prima di entrare in studio e più che altro c’era, e c’è ancora, la fissa di non menarla troppo per le lunghe, sia perché ormai i ragazzi hanno una certa età e non li si può costringere a sessioni estenuanti, ma soprattutto perché loro si illudono con il criterio del “buona la prima” di catturare la potenza che sprigionano quando suonano dal vivo.

Si tratta di una bella contraddizione: vogliono realizzare canzoni molto complesse e articolate ma cercano di inciderle come fossero brani punk. Alla fine però che volete dai Maiden? Se volessero, potrebbero anche registrare un album di peti e intitolaro Petis of the Beast e venderebbe.

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L’artwork un po’ più fico di A Matter Of Life And Death

Il tempo di A Matter… segnò la fine degli alibi e della luna di miele con i giornalisti e i fans. Quasi tutti iniziarono a sfogare la propria insofferenza nei forum (anche se in forma anonima) sull’eccessivo minutaggio dei brani, la noia e il senso di “sciatteria” nell’assemblare passaggi in apparenza troppo slegati tra di essi.

Ed era grossa, questa ondata critica verso l’album più fragile, quello che avrebbe richiesto più attenzione e pazienza. Ma la diga si era rotta e il primo villaggio a farne le spese fu A Matter…

Ricordo infatti che dal 2000 al 2003 c’era stato un tacito, patologico, accordo nel mondo metal: quello di non dire mai più niente di male sui Maiden: erano tornati, silenzio e basta. Brave e Dance Of Death avevano messo a dura prova questo embargo all’intelligenza critica, ma A Matter fu davvero troppo.

Fino al 2004 l’attitudine dei pennaroli del metallo era: “Viva i Maiden, sono tornati e hanno dimostrato di essere loro i re di tutto!” Dal 2006 le cose si trasformarono, e in concomitanza col successo di facebook, il mondo iniziò a sparare sulla croce rossa.  Il rapporto tra Iron Maiden e la critica internettara, soprattutto quella social.

A riascoltarlo come si deve, A Matter Of Life And Death, vale a dire almeno una decina di volte, con calma, senza aspettarsi nulla di preciso, vengono fuori i pregi. Non è Powerslave, però, a ripassarci con la giusta predisposizione, potrebbe stupirvi.

Per prima cosa c’è l’uso vario e intenso della voce di Dickinson. Lui stesso ha detto di aver finalmente trovato in questo disco un accordo armonioso tra l’esperienza solista e gli Iron Maiden. In effetti in pezzi come The Longest Day o Out Of The Shadows canta in modo molto diverso, più profondo e senza tutta l’autoreferenzialità stucchevole delle ultime prove.

La band in sede promozionale era così soddisfatta di A Matter… che il pubblico davvero non capiva e pensava: “ok, ormai ‘sti bacucchi ce li siamo giocati. The Legacy era, a detta di Bruce, “la Bohemian Rhapsody della band!” e Nicko McBrain sosteneva che forse A Matter Of Life And Death era il lavoro più completo e maturo mai registrato dal gruppo!

Non un concept, perché a livello di testi le canzoni non sono collegate, ma musicalmente rappresentava, secondo il batterista, una sorta di unicum… com’è che disse? Ogni pezzo gli faceva pensare agli “arazzi variegati e raffinati di una grande stanza maestosa”. Abbiate pazienza, è Nicko, mica Neil Peart.

E Bruce, sempre parco di complimenti verso il resto della band, si sbertucciava sulla prestazione di McBrain, dicendosi paralizzato dallo stupore per come il batterista aveva inserito durante le incisioni, varianti ritmiche pazzesche. Tipo che dopo 33 anni finalmente Dickinson si era accorto di quanto fosse in gamba Nicko. Da menarlo, no?

Per quanto mi riguarda, A Matter (e poi finisco di rompervi) è un album estremo, senza compromessi, che si prende certi rischi e delude sì, provoca, annoia, sfianca gli ascoltatori, ma nessuno mi toglie dalla testa che sia un prodotto genuino e per certi versi spericolato.

E The Legacy, che non è nemmeno la Spread Your Wings della band, resta un grande pezzo dall’afflato quasi messianico. L’incipit mette angoscia e traduce dal nulla un gran senso di minaccia in avvicinamento. Adoro come Dickinson interpreta la propria parte, omaggiando lo stile istrionico e spiritato dell’Alice Cooper di Welcome To My Nightmare (magari è una fissa mia, ma sticazzi).

Mentre a proposito di The Reincarnation Of Benjamin Breeg sfido chiunque a non ammettere che sia un pezzo trascinante come quelli dei bei vecchi tempi (anche grazie al lavoro fantasioso creato intorno su internet a questa figura di Atlante dei dolori umani, cliccate e vedrete) di smuovere le regioni della sofferenza e quelle della paura.

(Fine seconda parte)

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