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SONS OF LAZARETH – Don Rodrigo con la motobestia!

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Blue Skies Back To Gray è il nuovo album dei Sons Of Lazareth, uscito nel 2018.

Appena ho letto il loro nome ho pensato subito a una specie di ospedale ricavato in qualche antica struttura fatiscente, con i malati sui letti, e Don Rodrigo che impazzisce di paura e rabbia mentre la peste se lo divora.

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uanamaaaa!

E poi questi piccolini in fondo al letto che gironzolano tra i corpi, (sapete, i Sons) che siano cadaveri o moribondi ai bimbi cresciuti nel Lazaretto, tutto questo non interessa. Si sa come sono i pargoli, possono fare il girotondo anche sopra il culo dell’Apocalisse.

Pensate al videoclip dei Sigur Ros, avete presente? Così struggente, con questi bimbi che indossano le maschere antigas in un paesaggio post-nucleare e si rincorrono e fanno scherzi tra loro… quanti pianti ci ho fatto, gente, quanti pianti…

Per i Sons Of Lazareth mi è venuta un’immagine simile perché da buon italiano che non mastica troppo l’Inglese, ho subito associato per assonanza alla cosa più vicina alla mia cultura. Il lazzaretto. E loro sono i bimbi, i figli del lazzaretto, nati da qualche grembo pestilenziale, cresciuti in mezzo a quello schifo eccetera.

E invece niente del genere. Cerco su google e (come cavallo Simon Broglio pure mi confermerà) trovo che Lazareth è una specie di moto a quattro ruote.

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sto bestiolone qui…

Una cosa ultra-tecnologica e molto tamarra. E loro sono i figli della moto. Magari era meglio gli schiavi della moto, come il John Holmes di Elio e le storie tese. Slaves of the Lazareth (the motorcycle and not the Manzonian place full of sickness and bacteriaz).

Insomma sono figli della moto, ‘sti qui. Un connubio di tecnologia e carne, una cosa magari ballardiana. O si tratta di qualcosa di meno cyber e più poetico? Tipo, che so, i seguaci del vento, i cavalcatori della strada; gli stalloni dell’autostrada di cui cantava Byfteccone Byford nel 1979.

Boh. Con questi interrogativi dispendiosi mi approccio alla musica dei Sons Of Lazareth, e devo dire che sembrano dei cazzo di americani. Stoner rock, psych rock stoner wanaghenen. Quindi sarebbero tipo fattoni persi nella sabbia, come i Kyuss?

A dire il vero ci ho sentito più i COC, nel sound. E i Foo Fighters (elencati tra le loro influenze più consapevoli). Poi ci ho scorto un po’ di Incubus e persino gli Anthrax calanti con Bush.

È una cosa strana ma ormai la accettiamo come se niente fosse. A che alludo? Beh, questi ragazzi eseguono alla perfezione un genere che non fa parte della loro cultura. Se chiudiamo gli occhi sembra di vedere i drugstore, gli hammer pieni di fucili, le ragazze con i capelli da cow boy. E invece magari ‘sti giovani vengono da Pavia. Hanno scritto i pezzi davanti al computer, nella loro cameretta che sa di chiuso perché forse stanno lì da giorni senza aprire le finestre, perduti nel loro sogno sudista.

In ogni caso, senza farla ancora tanto longa, devo ammettere che hanno realizzato un grandissimo disco. Ci sono canzoni incredibili. Suonano bene, sono convincenti. Il lavoro è ben realizzato. Ma probabilmente se lo stopperanno al culo della statale, continuando a sognare un mondo lontano fatto di John Wayne con le emorroidi e ragazzi stonidi che fumano gli assorbenti sporchi delle loro sorelle.

E mi dispiace, perché in un mondo ideale i Sons Of Lazareth dovrebbero starsene in giro per gli States a macinare date, riempiendo locali di camionisti sporchi e terroristi in incognito; e tanti di quei grassoni sudati da farci una crema dopobarba per gli yeti.

Mi domando per esempio di cosa stiano parlando nel brano My City. Abbiate pazienza, è un pezzone. Tolto il riff che è Vulevù cuscè avek muà. Ma va beh, nulla si inventa, tutto si distrugge. Però mi domando il testo a che si riferisca. Alla provincia italiana? O a quella nel New Jersey? Si parla di un posto che sta stretto e con cui bisogna scendere a compromessi (mi pare parli di questo). Però la musica apre scenari da America rurale, mentre questi non hanno mai messo piede fuori dalla bassa Gucciniana. E allora io non so che immaginare, e chi sto ascoltando. Un bambino perso nel proprio sogno sulla route 66 o un adulto che vorrebbe dirmi qualcosa di sincero, usando un suono culturalmente non suo?

Ah, sapete che altro ci ho sentito? I Cult. Quelli di Ceremony. A parte il pezzo che si intitola Ritual, con la chitarra effetto avvolgimento e i delfini che berciano, ce ne sono pure in Escape To Nowhere e Punctually Late.

I Sons Of Lazareth sono massicci e molto lucidi. La psych c’è ma è racchiusa in qualche parentesi strumentale con gli effetti allucinogeni. Per il resto siamo più sul grunge e il southern metal. A tal proposito c’è un brano che è una bomba. Don’t Come Looking For Me (Cut The Crap) ha un appeal che praticamente è una pinza che ti si stringe intorno ai maroni e tu vai dove ti dice. Sentite il cambio al minuto e 25. Spaventoso.

Credo, comunque che il pezzo più riuscito, il biglietto da visita, quello che i Sons Of Lazareth dovrebbero far sentire a un produttore americano di passaggio, con la preghiera implicita di portarseli via e dargli asilo politico, è Vultures. Dopo un minuto c’è una melodia degna dei grandi nomi che ho citato più sopra. Bellissima. E poi mi piace l’interpretazione di Ale D’Amato, perché in certi momenti sembra quasi perdere la voce; la cosa che conta è tirar fuori la rabbia e lui si fa male come un vero soldato, pur di portare a casa il culo oltre il muraglione dell’ultimo accordo.

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