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LOVEBITES – Il power metal giapponese è meglio di così

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Le Lovebites sono cinque femmine giappe che fanno metal. Power metal. A dire il vero non solo quello, ma prevalentemente sì. Sembrano gli Helloween fatti da cinque ragazze giappe. E personalmente un gruppo che somiglia agli Helloween non mi fa mai impazzire. Sono impazzito per gli originali, negli anni passati, a più riprese, ma un imitatore, per quanto bravo, mi lascia annoiato e basta. Le Lovebites però non fanno solo cose alla Helloween. A momenti guardano a certo hard rock americano anni 80. Soprattutto il modo di cantare di Asami riporta alla mente quelle female rock band che capitava di sentire nei teen-age horror movie o magari in qualche cultissimo della decade più so fuck the future di tutti i tempi.

Si sente, a riascoltare la musica di quel periodo che chi la faceva, immaginava il futuro, magari nello spazio, ma se ne fregava abbondantemente di quello vero. Se oggi ascoltate Boy George o gli Wham, tolti quei classici da cantare con viva consapevolezza di intingere gli alluci nella nutella (ma se vi piace, va benissimo così) è palese che questi musicisti se ne fregavano delle conseguenze.

Non pensavano, i Duran Duran o persino certi Depeche Mode, a come li avremmo giudicati nel 2018. Male. E le Lovebites rimandano a un certo succo anni 80. Ascoltando un pezzo come Empty Daydream, io per associazione penso quindi agli oscurissimi Tahnee Cain And Tryanglz, quelli che piazzarono due brani da paura (ma tremendamente posticci) nella colonna sonora di Terminator, niente popo di meno.

Anzi, molto popo di più. Asami in questo pezzo fa pensare proprio a Tane Cain (che per il nome del gruppo scelse di trasformarsi in Tahnee). O magari penso a più illustri modelli del rock sintetico come Pat Benatar e persino un certo tipo di Lita Ford.

Senza dubbio però preferisco che il quintetto venereo (quintetto venereo non se po’ sentì, ma io un sinonimo migliore non l’ho trovato) si cimenti con la decadenza synth-rock di certi contesti, piuttosto che con la teutonica landa degli allegri ragazzi amburghesi.

Ma se dovessimo giudicare il nuovo album delle Lovebites (Clockwork Eternity è un titolo molto bello; meno la copertina), allora diremmo che è suonato bene, classicheggiante e bla bla. Di sicuro ha il difetto di molte band derivative del power metal. Non ho detto gioia, ma noia. Noia e rabbia, perché hanno la sfacciataggine di infilarti, magari armonizzate e sparate a 180 byte, melodie che tu non ricordi dove ma hai già sentito decine di volte altrove.

È come se le power band se ne fregassero dell’originalità, al punto però di farsi prendere la mano e rendere commestibile, per i loro pasticci di carne surgelata, qualsiasi melodia. Io me li vedo in studio. Uno fa: “ehm, ragazzi scusate, ma questo fraseggio non è l’aria sulla quarta corda di Bach?”
Silenzio. Gelo. Soffi di vento.
E poi un altro: “ehi, vero. Beh, fico no? Somiglia a Bach. Lui era un tipo in gamba. Faceva le cose giuste”
“Ok, ma questo non somiglia, è Bach!”
“Ok, ma c’è la doppiacassa. Non è uguale”.

E non si limitano a usarlo in un passaggio, Bach (che magari qualcuno potrebbe prenderlo per un’innocua e scherzosa citazione, no, ne fanno proprio il momento clou e lo ribadiscono fino allo sfinimento. Finché non ti dimentichi che è Bach.

Timo Tolki è il più maestro di tutti in questa solfa. Va bene, magari la matrice è Albinoni, ma sembrate i Pet Shop Boys ipervitaminizzati, o magari i Ricchi e poveri. E alla fine diventano gli Stratovarious. E silenzio. Insomma, va bene la gioia, l’esaltazione del guerriero che si è riempito di Nesquick prima di prendere la sua spada di gomma e assaltare il fortino dei Playmobil, ma cazzo, questa melodia no.

Ehi, ma questa è Flashdance, cazzo! Non puoi chiedermi di fingere che non me lo ricordi. Non puoi farla così semplice. Le Lovebites la fanno semplicissima, invece. E magari troveranno chi sarà così a digiuno di musica o così di bocca buona o assonnato dalla fica aromatizzata al sushi, che farà sì e sì e in alto le cornine, ma io non credo sia mai tardi per reclamare dove meno ci pensano, un po’ di originalità. Almeno a provarci.

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