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Diabolical – Una eclissi totale per la band svedese!

diabolical

Eclipse è il nuovo album dei Diabolical, uscito nel 2019 via qualche etichetta.

Ho ascoltato questo Eclipse dei Diabolical conoscendo nulla o poco della band, se non una vaga ma fallace familiarità con il loro nome.

E ce l’ho messa tutta, davvero, per cavare fuori una qualche opinione, perlomeno, clemente ma il mio apparato uditivo si sente così violato che la cosa è poco fattibile. Se mi fai male io rispondo.

Già dal primo brano, We Are Diabolical (wuuu!), l’album mi ha fatto storcere il naso fino quasi a deviarmi il setto nasale. E parlo dei soli primi secondi della traccia iniziale. Una lagna lenta a metà tra un qualsiasi pezzo degli ultimi Dimmu Borgir e i Duran Duran di inizio anni 90, che lascia davvero poca voglia ai meno volenterosi di continuare l’ascolto.

Con il secondo pezzo, Betrayal continua il martirio per i timpani ma in salsa diversa e peggiore. Non mi vengono altre definizioni per definire il genere se non un aberrante symphonic black che con grande orrore strizza l’occhio alla peggiore fattispecie di progressive metal. Opeth e co.

Dando un ascolto superficiale alla storia dei Diabolical, il gruppo sembra avere un decente curriculum discografico ma che non ha mai influito in alcun modo sulla scena. Eclipse mi ha ricordato, per alcuni versi, il suono dei Dark Tranquillity (che da sempre cerco di evitare come la peste più nera) e solo casulamente scopro che il “Gothenburg Metal” (aka melodic death metal) della band svedese prende spunto proprio da lì.

Attivi dal 1997, i Diabolical trovano originariamente dove fare il nido nella scena death/trhash per poi acquisire uno stile personale più orientato al progressive death melodico con influenze black, anche se a me sono sembrati più una brutta copia dei più recenti Rotting Christ.

Il piano focale dell’intero album sembra essere quello di creare una atmosfera iconica, quasi surreale, mediante però l’utilizzo a sproposito della voce pulita che, dopo il terzo brano, viene facilmente a noia. Una parola di riguardo, però, è da riservare a The Fire Within, un pezzo che a mio avviso merita e Failure, che nonostante il titolo riesce bene a patto che se si cerchi di chiudere un occhio sugli intermezzi sinfonici con voci femminili. I riff qui si fanno più aggressivi, forse per la prima volta, a differenza di altre track dove la chitarre sfornano pezzi che possono fare da colonna sonora al vecchietto col basco a righe che, alle otto del mattino, cerca parcheggio a bordo della sua Fiat Panda.

Nonostante ‘altalenanza di alti e bassi, Eclipse resta difficile da portare a termine, soprattutto se si finisce con un pezzo come Requiem del quale ci ho capito davvero poco. A tratti ci sono riff che mi ricordano quelli dell’album Mirrorworld degli Eucharist. Il resto poi mi sembra un miscuglio insulso di generi ed influenze, noiosissime pause con riff scontati come il modus operandi dei serial killer delle serie tv francesi e, per chiudere in bellezza, un suono stentato di piano dai toni melanconici alla Lifelover dei poveri.

Insomma, se volete passate quarantuno minuti e quarantadue secondi in apatia cosmica o se cercate un rimedio omeopata alla stitichezza, ascoltatevi Eclipse. Altrimenti girate al largo.

 

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