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Funeral Horse – Salmi per un brumoso mattino

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Psalm Of The Mourning è un disco dei texoidi Funeral Horse, uscito nel 2018 per un’etichetta indipentende come tante.

Ovviamente non ci sogneremmo di offrire spazio all’ennesima stoner-doom band americana sfiga/figa, se non avesse un nome tanto meraviglioso. Funeral Horse. Respect. Punto. Fateci sentire qualcosa, cari Funeral Horse, anche se come voi ne abbiamo visti già troppi, uomini anti-sessuali con gli occhiali e l’aria intellettualoide e da sussidio, il sound grezzone anni 70, lo stile che oscilla tra Kyuss, 13 Floor Elevator/Rocky Erickson e tutto e niente fino al 1979, incluse le sigle dei cartoni animati della Warner Bros diluite.

Fateci sentire, dicevamo, anche se in fondo sappiamo già cosa aspettarci e con molta probabilità ci annoieremo un po’. Ma no. Invece no, bisogna ammettere che i Funeral Horse se la cavano davvero bene. Non sono una rivoluzione ma sanno il fatto loro e in alcuni momenti riescono anche a sorprendere (Even Knievel Blues). Reverberamilanograssamente. Stupire beh, sì, per quanto possa riuscirci una band stoner ortodossa.

Di buono c’è che i Funeral Horse sono molto più dinamici e muscolari di tante altre psycho-loffariposta band venute dal deserto dietro casa. Psalm Of The Mourning pesta forte in certi momenti. Specie nell’incipit Better Half Of Nothing e soprattutto in Sacrifice Of A Thousand Ships.

I momenti migliori però sono nei pezzi da collasso respiratorio (stavo per scrivere di maggior respiro ma nel caso dei Funeral Horse non sarebbe azzeccato). Quelli con accelerazioni e rallentamenti nebbiosi, che fanno pensare a un thriller acidulo in stile David Lynch (No Greater Sorrow Than My Love fa venire in mente ballerine piene di cicatrici che agitano il culo davanti a uomini lipoproteici dall’aria affaticata ma sorniona) mentre Divinity Of The Wicked (che, wow, attenzione, si intitola come il loro primo album dove però non c’è una canzone chiamata Divinity Of The avete capito) apre ai Beatles in modo abbastanza deciso dopo averci fatto attraversare una maestosa reggia di colonne pentatoniche piene di geroglifici strani.

Purtroppo le cose prendono una piega del cazzo quando i Funeral Horse ci danno dentro di Black Sabbath ma è una roba quasi inevitabile se fai stoner doom. Il momento più riuscito è senza dubbio il pezzo lungo del lotto: Emperor Of All Maladies, che si chiama come un libro di un oncologo il cui sottotitolo è Biography Of Cancer. Non possiamo sapere se il tema sia lo stesso, visto che le liriche della band non si trovano da nessuna parte in rete.

Quindi fanculo. Pensiamo alla musica di Maladies, che randella i mignoli dei piedi con una serie di riffazzi spigolosi e lascivi che arrancano lungo un vicolo buio fin sotto la finestra di Roger Rabbit e qualche puttana strafatta della Maroon Cartoon.

Poi al quinto minuto, giusto in tempo per mettere in salvo i nostri testicoli, ecco che il brano si alza in volo, per dove non si sa, ma con un freaseggetto davvero borioso, di quelli che ti mettono un braccio steso avanti, il pugno chiuso e come un Superman d’altri tempi te ne vai in cielo gridando porcodddddddddindo! Yeah. Rock!

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