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LAHMIA – Il lungo cammino verso l’azzannamento dell’universo

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Resilience è il nuovo album dei Lahmia, uscito nel 2018, mi pare.

Per titolo ha la parola preferita dalle ragazzette di buone letture: resilienza. E pensare che i Running Wild l’hanno usata prima di tanti poser intellettualoidi. Che in effetti come concetto alla base del termine, vale a dire la capacità di assorbire i colpi senza rompersi, è roba da truemetaller; da gente che non accetta compromessi, che sta sul proprio pezzo mentre intorno il mondo si scompone e ricompone, le maree del commercio spazzano via le civiltà e il sole monetario ne nutre altre. Ma gente come i Running Wild sono sulla loro zatterina e continuano a saltare sul posto, convinti che per avere un mondo pieno e accogliente non sia necessario più di quello. I Lahmia sono anche loro dei bei defenders. Ma come, diranno i membri della band capitolina? Ehi, come sarebbe defenders, noi non somigliamo mica ai Manowar!

No, ma siete molto Amon Amarth, tanto per dire, e loro sono i nu Manowar, se volete. Non volete? Statece, me spiace! È così o poco ce manca. Ma non solo Amon Amarth (The Frayed Lines Of Time, per dirne una), ricordate pure gli In Flames e i Dark Tranquillity del periodo 1992-1998. E quella fetta di passato metal, così ben rievocata da voi Lahmia, è una piccola delorean su cui avete scelto di salpare per il mare magnum del metallo odierno.

In fondo non c’è nulla di male e il disco dei Lahmia è anche piacevole da ascoltare, con il pregio non da poco di saper emozionare l’ascoltatore e sorprenderlo grazie a delle armonizzazioni e inghippi di chitarra per nulla scontati. Peccato che resti quella sensazione di capsula temporale. Come succede sempre più spesso a tanti gruppi.

Speriamo che i Lahmia, nati nel 2001 (un colpo di tosse dopo Clayman) e approdati al primo disco ufficiale sei anni fa (Into The Abyss, un omaggio a Peter Tagtgren, don’t you?) e ora alla seconda prova, speriamo, dicevo, che aprano i pori della mente e liberino le tossine delle proprie nostalgiche passioni rivolte a un mondo che non esiste più dalla fine degli anni 90, e inizino ad assorbire qualche corpo estraneo che li conduca verso uno stile più personale.

La mano per realizzare musica buona ce l’hanno. Perché accontentarsi di essere un revival come tanti? Non dico che lo siano, ma fuori la testa dal guscio e iniziate a mordere il culo dell’universo. La vita è una scorreggia, cazzo.

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