La Truebrica del fantino Recensioni

Si può parlare di Dirt senza praticare necro-retorica da due soldi?

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Dirt è un disco degli Alice In Chains, uscito nel 1992.

Perché non scrivere su di un album magnifico come Dirt senza iniziare il solito pianto inconsolabile condito di particolari disgustosi sulla decomposizione avanzata di Layne Staley?

Perché almeno non provarci, una buona volta?

D’accordo, quell’album è la cronaca della sua dipendenza dalle droghe, è un vero inferno in diretta, una testimonianza di come possa marcire un’anima ancora prima del proprio corpo, ma insomma che palle! Dirt è prima di tutto un capolavoro e  bisognerebbe sospendere almeno una volta la retorica mortifera e rancorosa in tributo del suo sfigatissimo cantante, morto nei propri escrementi e nell’indifferenza eccetera.

Dirt è un album che esce e segna l’evoluzione di tutto l’hard rock. Non possiamo parlare strettamente di grunge e a volte io mi sento un po’ scemo a usare questa etichetta. La crearono i giornalisti mettendo insieme una serie di band che avevano in comune giusto qualche capo d’abbigliamento e la residenza.

Nel caso degli Alice In Chains personalmente li trovavo quasi insostenibili. Dirt non era una passeggiata. Forse lo è oggi che ho fatto le orecchie a tutte le canzoni o quasi, che conosco a memoria ogni gargareggio di Rooster o Junkhead ma in quegli anni ricordo che a tratti mi rompeva le palle, un po’ come Far Beyond Driven dei Pantera.

Non mi vergogno ad ammetterlo: i capolavori a volte li capisco e apprezzo fino in fondo dopo decenni. Mi ci vuole un po’, ok? Nel 1992 Dirt suscitò in me più di una perplessità. E con me molti altri metallari non lo capirono granché. Forse il problema era che il pubblico metal fu il primo a dover decifrare gli Alice In Chains.

I canali di promozione puntarono verso gli appassionati di rock pesante perché quella band lo era e veniva dal metal, pochi cazzi. Dicevo però delle perplessità. Ero un quattordicenne con delle perplessità, sapete? Per prima cosa non ero sicuro che sapessero suonare. Me lo chiedevo.

Ogni volta che Cantrell partiva con un assolo si riduceva a una serie di pentatoniche sporche e qualche fischio o melodia di poche note. Perché mi soffermo su questo? Semplice. Nel 1992 la gente era abituata a mettersi seduta e giudicare l’esibizione virtuosa del gruppo.

Gli Alice In Chains non concedevano spazio a virtuosismi di alcun tipo. Oggi mi rendo conto che suonare un qualsiasi brano di Dirt non sia una passeggiata ma allora l’assolo di Angry Chair mi sembrava una porcata vigliacca, questa è la verità.

Dirt riprendeva l’approccio degli anni 70, la crudezza di certo punk e una forma di psichedelia metallica, se vogliamo. Usava il linguaggio heavy per raccontare uno stato mentale depressivo condito da tutta una serie di schifezze chimiche, quindi capitava di sentire roba bislacca come Godsmack o Hate To Feel, che sembrava una rivisitazione plagiara di Dazed And Confused dei Led Zeppelin.

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come fecero la copertina di Dirt!

Non era semplice individuare gli ingredienti di questa minestra, sapete? Ricordo che Signorelli scrisse una recensione che diceva più o meno: “Fico, ma io sia dannato se capisco che razza di musica è!”.

Passiamo a Staley. Tutti si fissarono sul look degli altri tre ma Layne non centrava quasi nulla con l’estetica grunge, ne converrete. Aveva i capelli pettinati all’indietro, occhiali a goccia e chiodo. Sembrava una verzione zombie degli Wham! e il suo modo di cantare dava l’illusione che fosse imitabile, un po’ come per Hetfield o Piero Pelù.

Sfido chiunque di voi a non ammettere di aver ascoltato almeno una volta gli Alice In Chains senza provare a intonare quel miagolio catarroso di Layne e pensare che tutto sommato vi riusciva. Io lo faccio ancora oggi. Mi trovate al volante che “naseggio” sulle arie di Would? o Junkhead, giuro.

Ciò che mi piaceva sul serio degli Alice In Chains in quegli anni era la loro capacità di uscirsene con dei ritornelli pop sbalorditivi. Non sapevo da dove pescassero quella combinazione di voci e accordi ma ogni volta che partivano i ritornelli, la matassa di rovi dei riff arabeggianti, il lamento sbilenco di Layne e Cantrell, tutto veniva incenerito da questi squarci lunari di emotività armonizzata.

Ridefinirono la poetica sentimentale del rock pesante. Tra il 1992 e il 1995 tutte le band hair metal cercarono di scrivere un lento alla Down In A Hole, fallendo alla grandissima. Quel brano sembra la versione senza speranza dei Crosby, Still, Nash & Young. Quegli intrecci di voci riportavano al sogno ottimistico di Deja-vu ma dopo un incendio di delusioni e tragedie.

Oggi scrivono che Dirt è l’emblema di una generazione senza ideali, preda delle droghe chimiche e altre scemenze ma io ricordo o almeno ci provo, che quando uscì fu solo un disco originale e di non facile metabolizzazione. Dopo la morte di Layne fu come se quella colonna sonora avesse finalmente il suo orrido e triste film su cui scorrere.

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