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Last In Line – Ma questi sono senza Dio!

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II è il nuovo album dei Last In Line, uscito nel 2019.

Non vorrei essere retorico, lungi da me, i Last In Line, vale a dire la band di Ronnie James Dio dei tempi d’oro (una band vera e propria e non un parterre di musicisti in gamba al seguito del divo di turno) è di nuovo in azione anche ora che… Dio è morto. Insomma riepiloghiamo: esiste il progetto del tour con l’ologramma di Dio, esiste di nuovo la band che l’ha accompagnato da Holy Diver a Sacred Heart e in qualche modo bisogna farsene una ragione di queste cose. Non della morte di Ronnie, quella no, ma di queste risposte piccate alla sua scomparsa sì. Dio Never Dies, è chiaro?!

Va bene. Del resto, se musicisti che insieme scrissero grandi canzoni e definirono un sound poi diventato magistrale, si ritrovano per una commemorazione, suonano dal vivo il repertorio antico e scoprono che la magia è sempre la stessa, ci pigliano di nuovo gusto e alla fine, eccoli lì a progettare dischi e tour, che male c’è?

Del resto queste vecchie volpi spesso realizzano disconi. Prendete i redivivi King Cobra, I e II sono stati grandiosi.

E che dire quindi dei Last In Line? Il primo album fu una sorpresa e Starmaker è una gran canzone. Questo secondo lavoro, scritto con ancora Jimmy Bain vivo e registrato con Jimmi Bain morto da poco, è una cosa discreta. Per certi versi ricordano gli ultimi Winger. Il modo di cantare di Andrew Freeman (non chiedetemi chi sia) è molto Kip e la scelta produttiva è rustica e corposa come quella di album come Karma e Better Days Comin’.

Le canzoni canzoni ci sono. Niente da giustificare isteria o violenza esuberante nelle strade, ma Lansdale e The Light valgono più di un ascolto e Sword From The Stone viene dallo stesso formulario incantatore che generò i pezzi dei primi due album dei Dio, e per quanto non abbia nulla di incredibile si insinua nel vostro cervello come una sapiente mano gay in un deretano.

Non si tratta di un lavoro nostalgico o celebrativo del tempo di Dio (il vecchio testamento, per intenderci). Ci sono anche momenti che vanno a caccia di ispirazione in certe zone cupe del grunge anni 90 (False Flag) e l’insieme è una roba sì tradizionale ma che sta bene nel 2019 ed è piena di feeling e mestiere di quello buono.

Sorprende questo dietro-front di Vivian Campbell, considerato da Dio una sorta di traditore fino a pochi anni prima della morte, e che a detta del singer snobbò presto la band e non si godette un minuto nei Dio perché già pensava a trovar posto su qualche palco più prestigioso (poi raggiunto con Whitesnake e Def Leppard) ora è partecipe di questa riconciliazione a babbo morto.

Il bello del metal è che tutti alla fine tornano indietro. Il brutto è che tutto torna.

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