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Queensrÿche – The Verdict

The Verdict

The Verdict è un album dei QUEENSRŸCHE uscito a Marzo 2019

Qualche settimana fa ho avuto un attimo di smarrimento: nel programma di uno storico locale pisano solitamente presidiato da cover band, appariva un manifesto con scritto Mindcrime e una grafica che rimandava ai Queensryche. Niente di nuovo, ho pensato: sono soliti sparare luccicanti foto di Axl Rose o dei Kiss per nobilitare la più prosaica realtà di qualche ingrigito gruppo tributo dell’alta Valdera. Se non fosse che stavolta appariva anche il nome di Geoff Tate. C’è voluto un po’ di tempo per convincermi che sì, a suonare il tributo c’era veramente Geoff Tate in persona.

L’inevitabile riflessione sul sic transit gloria mundi si è arricchita di sinistre coincidenze quando proprio nell’imminenza del concerto sono venuto a sapere che avrei ascoltato in anteprima e recensito il nuovo disco dei “veri” La Torre-based Queensryche (Latorryche sulla falsariga di Van Hagar l’ha già scritto qualcuno?), che i detrattori definiscono con poca fantasia cover-band di se stessi. Da giorni mi perseguita il pensiero che mi sia rivolto qualche messaggio nascosto in questa coincidenza, voglio dire qualche insegnamento di vita che non sia la sola – scontata e materialista – osservazione su musicisti che si sono sì arricchiti, ma forse non abbastanza per permettersi di vivere di rendita e che non riescono a reinventarsi in un altro lavoro.

Vabbè. Fatto sta che, mentre assistevo all’inappuntabile (sia detto senza ironia) show di Tate, accompagnato da una schiera di bravissimi quanto misconosciuti giovani musicisti impegnati a riproporre pezzi rigorosamente più anziani di loro, pensavo al terzo album consecutivo dei Queensrÿche che cerca di evocare l’aura di un immaginario e fuggevole momento storico sospeso tra The Warning e Rage For Order, ma in realtà suona come qualche generico disco prog-metal di metà anni ’90. Il miglior album della carriera dei Conception, ebbi a dire di Queensrÿche del 2013.

Oooh, ma siccome non ho ancora scritto niente di The Verdict e in una recensione professionale bisogna far capire subito cosa contiene il disco di cui si parla, mi sembra adesso d’uopo digredire su una bella retrospettiva completa della carriera dei ‘Ryche.

Un gruppo che ha la peculiare caratteristica di aver fatto tutto bene fino a un certo punto della carriera e tutto male da un certo punto in poi. Sì, perché, oltre alla non trascurabile evidenza di essere stati probabilmente il miglior gruppo metal del mondo a fine anni ’80, fino ai tempi di The Promised Land (ma già so che i defender retrodateranno) i Queensrÿche non hanno mai sbagliato un colpo, e asserire di ascoltarli non ti faceva sfigurare neppure nei salotti buoni di chi guardava il metal con severa accondiscendenza.

Purtroppo, a partire da Hear In The Now Frontier hanno conosciuto un repentino calo di ispirazione che è proseguito con un altro paio di tristissimi dischi stilisticamente stripped-down, dicono gli americani. Dopo Tribe sarebbe comunque stata una fine di carriera eticamente dignitosa, propria di chi ha scelto onestamente un percorso stilistico pur sapendolo impopolare, senza lasciar spazio alcuno a furberie e ammiccamenti.

Un finale dimesso, with a whimper. Invece no, a metà anni duemila arriva il bang (ah, sto parafrasando The Wasteland di Eliot): Operation Mindcrime II, come un qualunque gruppetto metallaro che cerca di speculare sulla propria gloria passata, col featuring di un già ologrammatico R.J. Dio. Un’impresa talmente improba che non poteva che condannare il disco anche oltre i suoi effettivi demeriti. A dirla tutta non demeritava neppure il successivo American Soldier, il loro disco migliore dai tempi d’oro, ma a quel punto l’impressione era che Tate avesse subito una mutazione antropologica: dal raffinato gentleman dei tempi di Silent Lucidity si era passati a un culturista con la testa lucida che sproloquiava di retorica militarista che nemmeno i Five Finger Death Punch e stavolgeva il profilo del gruppo imbarcandolo nel cabaret tour. Donnine nude e burlesque sul palco? Bello, ma roba da Motley Crue, non da Queensrÿche.

Insomma, nonostante la voce reggesse alla grande e le esecuzioni dal vivo fossero sempre all’altezza, che la situazione all’interno del gruppo stesse precipitando fu mostrato in retrospettiva dall’album-seppuku Dedicated To Chaos e dagli eventi Spinal Tap-esque del 2013, l’anno dei due Queensrÿche: lo split, le accuse incrociate, le lettere lamentose su sputi, risse e mogli invadenti, le diatribe legali.

Dalle macerie stava però spuntando una storia molto americana di riscatto operaio: i tre comprimari (per quanto di lusso) del gruppo che, insieme al Ripper Owens o Arnel Pineda di turno, realizzano una nuova versione dei Queensrÿche che finisce per essere la più amata da quei vecchi fan per cui l’apice della loro storia non ha mai smesso di essere l’acuto iniziale di Queen Of The Reich.

Io li ho ascoltati alla loro uscita il disco del 2013 e Condition Human, giuro che li ho ascoltati (più il primo che il secondo). Seguendo buone pratiche deontologiche li ho riascoltati anche in questi giorni per potervi a ragion veduta confrontare il nuovo The Verdict.

Però, ecco, il confronto mi viene difficile perché non riesco a individuare differenze salienti tra i tre lavori. Farò quindi le seguenti osservazioni valevoli collettivamente:

1) sono dischi ben prodotti e della giusta lunghezza, che all’ascolto risultano perlopiù piacevoli e non tediosi. Siamo lontanissimi quindi dalla sensazione di noia, morte interiore e angoscia, che dispotica ti pianta sul cranio riverso la sua bandiera nera, tipica degli ultimi vent’anni di produzione dei Dream Theater;

2) sfortunatamente, sono anche dischi che una volta terminati tendi a dimenticare, conservando poco più che il ricordo di un generico piacere epidermico;

3) si è ormai capito che le canzoni migliori e di miglior impatto vengono messe all’inizio della scaletta, e che tali canzoni sono tendenzialmente migliori di quanto prodotto dal gruppo tra il 1997 e il 2012, ma altrettanto tendenzialmente meno belle di quanto prodotto dal gruppo stesso tra 1983 e 1994;

4) Todd La Torre, un Blaze Bailey che ce l’ha fatta, si conferma ottimo cantante-copycat di Tate con polmoni più giovani ma con meno carisma drammaturgico che a ‘sto punto è chiaro che se uno non ce l’ha non se lo può dare;

5) il livello dei tre album è molto uniforme. Non saprei dire quale sia il migliore. Ora forse propendo per The Verdict, ma presumibilmente solo perché è quello che ho ascoltato più spesso ultimamente e quindi mi gira più nella testa, tra qualche tempo chissà…

Dopo aver così sintetizzato pregi e difetti, possiamo concludere con quello che in una sede diversa da Sdangher costituirebbe la totalità della recensione, ovvero un focus sulle canzoni contenute nel nuovo The Verdict, non prima di aver ricordato che per motivi non chiari Rockenfield non ha suonato sul disco, le cui parti di batteria sono state incise dall’onnipresente La Torre (ma questa è materia da commenti dei troll su Blabbermouth).

I sopracitati pezzi più belli in apertura sono Man The Machine, che però manca di un vero ritornello, e soprattutto Blood Of The Levant, dall’efficacissimo impatto rockeggiante e con una notevolissima parentesi melodica nel mezzo, vieppiù apprezzabile se si evita di vedere il tristarello videoclip con La Torre che porge un fiore rivolto alla camera senza ahimè brillare in quanto a bella presenza ed espressività facciale tanto quanto fa su linee vocali pulite e rilassate. Già, perché una cosa che emerge positivamente dal disco è la vena malinconica che spunta a intermittenza in varie canzoni e segna con chiarezza la finale Portait. Un pezzo sorprendentemente bello, che non so perché mi ricorda certe atmosfere di Inside Out (1994) dei Fates Warning: un cantato pienamente a suo agio su tonalità soffuse si dispiega su una notevole linea di basso posta in primo piano, mentre le chitarre si dedicano a un raffinato lavoro di tessiture nella strofa per poi proporsi con più forza ma senza troppa enfasi nel coro. Gli altri pezzi sono meno connotati: in generale ricorre lo schema di strofe cupe e più heavy che si aprono in cori ariosi purtroppo non abbastanza memorabili (Light Years si distingue in negativo per un riff prevedibile, in positivo per un coro sopra la media). Propaganda Fashion ha una struttura più diretta e un uso moderato di filtri vocali ed effettistica, ma la maggiore immediatezza non si traduce in maggiore efficacia. Launder The Conscience ha una breve appendice strumentale molto prog; tra gli altri pezzi si distingue Bent, che in realtà non mi ricordo come fa, al pari delle rimanenti Inside Out, Dark Reverie e Inner Unrest, però mi ricordo che mentre l’ascoltavo pensavo non male questa.

 

Ho fatto quasi 9000 caratteri. Che faccio, lascio?

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