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Gli Ahriman e l’autismo del metal estremo

ahriman

Őskő è il titolo del nuovo disco degli Ahriman, band ungherese Naturalistic-Ideologycal-Shamanic-Sympho-black-metal, uscito nel 2019 presso… nessuno.

Allora, ascoltando questi signori mi sono venute in mente una serie di cose e ve ne renderò partecipi. Se volete anche sapere com’è il disco faccio presto: così così, molte tastiere e piano, chitarre mediamente mediose, doppia cassa, urla, parole incomprensibili, creatività a livelli discreti ma non è che andrete in giro a dire a tutti che sono nati i nuovi Dimmu Borgir.

Dicevo, ho pensato a un po’ di cose. Spesso è molto più stimolante sentirsi un disco mediocre o pessimo, come ne escono di continuo (con tutto il rispetto per gli Ahriman che invece se la cavano benino) per capire davvero cosa c’è che non va nel metal, oggi.

Cosa non va anche ai livelli più alti, intendo.

Per dire, gli Ahriman usano l’ungherese per dire quello che hanno da dire. Presumo sia ungherese. Magari hanno scelto il cirillico, per quanto ne so di ungherese. Ma presumo che usino la lingua d’origine, come fanno il 70 per cento delle band black metal di tutto il mondo.

Sembra audace la scelta dell’Ungherese, ma in realtà non lo è. Fanno come i Norvegesi, come i Napoletani o i Svervegesi da 30 anni. Solo che loro sono ungheresi e usano l’ungherese o giù di lì.

Probabilmente lo usano per dirci cose molto pagane. Ci parlano dei boschi, della natura madre severa e spietata ma infinitamente saggia. Diranno male dei Cristiani. Sempre loro. E poi ci saranno un bel po’ di osservazioni sul fuoco, e un uso metaforico del fuoco come distruzione, purificazione e liberazione dalle catene culturali di Walt Disney.

E per cantare questi concetti originalissimi quanto fare gli yutuber oggi, scelgono lo scream e il growl. Giusto per essere sicuri che non li capisca nessuno. Gli Obituary trent’anni fa fingevano di avere dei testi, ma nel primo Slowly We Rot non ce n’erano. Oggi i testi ci sono ma continuano a fare in modo che nessuno li capisca. E questo perché fa fico così. Non c’è provocazione. Ci sarebbe se scrivessero di un mago cattivo che sostituisse aspirapolvere a tutte le chitarre o di un mago cattivo che cuocesse tutti i barboncini di facebook a fuoco lento, ma non v’è nulla di ciò nel moderno antichismo blackster.

Ecco, il problema è già questo. Perché cantare in modo così chiassoso ed esasperato?

Lo so, sembra una domanda scema. Sono un metallaro e un motivo per cantare in modo chiassoso e violento c’è sempre, ma mi domando se dietro tanti berciamenti non vi sia alcuna scelta. Solo un automatismo. Faccio Black e quindi bercio in modo maligno di muschi e licheni. Secondo me sono tante le band che nemmeno si pongono il problema. E se non fosse la cosa più giusta per esprimere la rabbia e l’odio? Avete mai sentito la voce di un haters anonimo al telefono? Io sì e vi posso assicurare che fa venire i brividi. Magari cantando sottovoce le chitarre distorte non sono neanche più necessarie. Sarebbe bello.

Insomma, quello che intendo dire è che qualsiasi scelta artistica va fatta in modo consapevole, per una ragione chiara e meditata, che sia frutto di un bisogno espressivo e non perché si fa così. Se uno volesse far soldi con una forma di musica commerciale allora si spiegherebbero determinate decisioni, ma con il black che cazzo di soldi vuoi fare? Allora me lo spieghi perché fai le cose che fanno gli altri?

I motivi sono due: o non sai che altro fare; o speri di essere accettato più rapidamente dagli estimatori di chi l’ha fatto prima di te e per tanto tempo.

Chuck Schuldiner o Jeff Walker o Dead, usarono questo tipo di voce gutturale dopo averci pensato a lungo. Passavano le giornate a divorare film gore e splatter e tra Evil Dead e The Exorcist e intanto meditavano su come fare per scombussolare la gente delle paninoteche peggio di quanto avessero mai fatto gli Slayer e i Venom.

Erano pischelli ma intendevano farsi valere. Necessitavano di qualcosa che rendesse la loro musica più brutale e minacciosa di qualsiasi altra. Avevano bisogno di farla così: brutale e minacciosa. Che volete, erano pischelli!?

E appena Kam Lee (e non Evil Chuck) iniziò a scoperchiare le pizzerie durante le esibizioni dei Death, ecco che iniziò una forma molto utilitaria di cantare metal. Era brutale e impresentabile. Era semplicemente troppo anche per i thrasher. Dopo 40 anni è la cosa più scontata che si possa fare in una band metal.

Se parlate di metal a uno che non ne sa molto, vi dirà: ah, ma a te piacciono quelli che vomitano sul palco. Segno che ormai nell’immaginario comune metal non sono più Maiden e Priest, ma Cannibal Corpse e Mayhem. Quindi growlare e screamare è per chi ama vincere facile.

Oggi io credo che le band metal dovrebbero ridefinire le armi da usare per sfidare il mondo. Questo sempre che vogliano sfidarlo e non farsi solo i cazzi propri in una cantina, cantandosela e suonandosela.

Al tempo del grande metallo estremista occorreva artiglieria molto pesante per lasciare un segno, per fare qualcosa di rivoluzionario. Magari oggi invece i gruppi dovrebbero optare per armi meno veementi. Anche perché il growl e lo scream, tranne rari casi, appiattiscono tutto. Sfido chiunque a riconoscere la voce di Lambert Lédeczy, pur bravo, degli Ahriman rispetto a decine di altri screamer o growler del circuito black/death.

Anche l’uso del blast-beat, serve davvero così tanto?

Questa tecnica, come tutti saprete, la inventò Dave “Grave” Hollingshead dei Repulsion, per raggiungere i livelli di velocità delle thrash metal band degli anni 80, sopperendo alle carenze che aveva col doppio pedale. Era una pippa che fece di necessità virtù. Da lì una marea di batteristi molto più dotati di lui adottarono questo tipo di tecnica, capace di mandare la musica così su di giri da far venire le convulsioni agli epilettici entro un raggio di mezzo chilometro… e la tendinite a tutti gli altri.

Negli anni 90 molte band black pensarono che il modo migliore di dire al mondo fanculo, fosse usare un sacco di blast-beat, mandando ogni cosa al massimo della velocità, spappolando contro un palo il cervello degli ascoltatori.

Oggi però non c’è più bisogno di correre. Anche perché reiterando il growl, lo scream e il blast-beat come ingredienti base, si è finito per ribadire all’infinito le vecchie idee di gente che potrebbe avere l’età dei papà e degli zii dei nuovi pischelli che vogliono cambiare il mondo. Schuldiner non prendeva spunto dagli Uriah Heep e nemmeno dai Testament. I Mayhem si ritagliarono i loro modelli di resilienza e partirono da quelli. Oggi i gruppi onorano i padri ma dovrebbero per prima cosa rubargli la dote e pisciargli sulle scarpe. Invece eccoli che ripetono la lezioncina capostipite e a furia di rimandarla in ogni nuovo disco l’hanno fatta diventare vacua come un mantra del cazzo.

Non mi dite che è il genere. Perché secondo me non esiste alcun genere. Esiste solo gente che non è davvero arrabbiata. E sapete perché? Semplice: la rabbia è energia e non dura sempre. L’unico modo che ho per spiegare una discografia di 8 o 10 dischi in cui l’unica base espressiva è la rabbia, è la maniera, la reiterazione di una forma arrabbiata e non un’autentica boria distruttiva.

I grandi gruppi fecero uno-due o al massimo tre dischi genuinamente rabbiosi, poi si ammorbidirono e dopo tornarono a fingersi arrabbiati. Oggi tante band partono fingendo rabbia e voglia di offendere o sconvolgere, ma non fanno altro che vestirsi da anticristi a tempo determinato.

E tra tanti urlatori del nulla c’è qualcuno che avrebbe cose interessanti da dire, ma fatica a emergere. Come si fa a individuare quelli bravi in tutto sto pandemonio di produzioni indipendenti senza un minimo di legittimità creativa?

Moltissimi gruppi nascono di continuo ma sono come gravidanze isteriche di una mamma gigantesca, il mercato discografico metal, che non ha più alcun motivo di partorirne ma continua a farsi gonfia la pancia. Osserviamo ogni volta questi pancioni e pensiamo, ci sarà qualcosa. E invece è tutta aria.

Aria fritta e rifritta.

Il black metal degli Ahriman è la versione ungherese di quello dei primi Dimmu Borgir. Ok, quindi riporta quel vecchio bisogno dei prototipi norvegesi ma non scarica la medesima merda fumante sulla faccia del conformismo. Scagazza fossili sulle zucche dure degli innamorati cronici ancora in fissa con un momento artistico che ha chiuso il proprio ciclo e che bisognerebbe lasciar andare, almeno per un po’.

Nessuno dovrebbe iniziare a suonare dicendo: voglio fare black metal. Perché appena lo dice, molte delle cose che farà sono già decise. Non dovrà scegliere nulla, non dovrà prendersi responsabilità. Avrà già dei costumi da mettere, pose da prendere, invettive in rima da fare. Satana, Cristiani, bosco, Odino, Rune, Nazistiyeah, Black Metal.

Ciò che una volta fu rivoluzionario (io canto nella lingua di mio nonno morto e parlo di dei morti e sepolti) oggi è reazionario. Funziona sempre così. E non c’è nulla di più patetico di quei blackster che ancora credono basti farsi fotografare con una mazza chiodata e il face-paint per sgomentare qualcuno.

Se invece di dire faccio black metal un musicista estremo dicesse faccio il cazzo che mi pare (vero significato etimologico della definizione black metal) allora sì che sarebbe interessante ascoltare quello che avrebbe da dire. Anche perché magari realizzerebbe di non avere proprio nulla da dire e ci risparmierebbe tempo e passione.

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