Recensioni Supernatural Horse Machine

Bloodbound – Draghi, stregoni e powametal. Ma soprattutto draghi.

Rise Of The Dragon Empire è il nuovo disco dei Bloodbound, uscito nel 2019 per AFM Records.

A volte a un centauro capita di passare giorni chiuso in antri oscuri a saldare, fresare e allungare robe perlopiù fatte di ferro, mentre il mondo esterno, al di fuori del suo garage, continua a esistere del tutto indifferente alla sua assenza. Succede perlopiù d’inverno, quando la voglia di motociclare è tanta ma il gelo sconsiglia cavalcate inutili e potenzialmente fatali.

Tenendo presente questo, riesco persino a capire un gruppo che viene da un posto dove l’inverno pare interminabile e la neve turbina sui boschi di conifere per mesi, come è il caso degli svedesi Bloodbound, che invece di stravolgere e rimaneggiare mezzi meccanici si buttano sulla musica e fanno dischi come questo Rise of the Dragon Empire.

Me li vedo i ragazzotti impegnati a modificare pezzi aggiungendo roba, ascoltare il brano, guardarsi e dire: “Ehi Fredrick, che dici, ce lo mettiamo il pararappappapero di prima?” – sguardi dubbiosi – “Ok Tomas, mettiamocelo, ma poi ci vuole anche quel giro in più che dicevamo ieri”. E via così per giorni e giorni mentre fuori la neve scende ed il vento sussurra: “fridduuuuufffridduuuuuu”…

Diciamo che l’attitudine da menestrelli cantastorie porta un po’ ad andare lunghi anche in lidi più assolati, ma loro hanno proprio una passione per i pezzi un tantino ripetitivi.

Ok, concorsone: birra offerta al primo che mi dice quante volte ripetono la parola “Stormbringer” in Skyriders and Strombringers.

Anche coi testi mi viene il dubbio che le lunghe serate in casa a bere birra e mangiare aringhe la facciano da padroni (“Ma dai Patrik, un’altra volta gli elfi portatori di muschi letali con le ali magiche di Mordenkappenstwalz? Ma non sarà troppo?”, “Naaaa, tranquillo, aggiungiamo solo due altri draghi… ma piccoli, di passaggio”).

Loro sono l’equivalente in musica di quel tipo che ha costruito questa:

Allunga allunga, aggiungi aggiungi e finisci per avere il “pure troppo”. E a me questi Bloodbound sanno tanto di puretroppo: troppo ripetitivi, troppo sovraccarichi, troppo “già sentito”, troppo troppo.

I loro testi non hanno speranza, se li traduciamo abbiamo la perfetta favoletta da Fantaghirò del metallo, anche i Manowar direbbero: “Però così fa quasi ridere”. Secondo me le serate passate a giocare a Dungens and Dragons (io adoro D&D, sia chiaro) e troppi film fantasy gli hanno fatto male. Guardate la copertina e ditemi voi.

A una analisi tecnica i componenti del gruppo sono bravi, la voce di Patrick Johanson mi ricorda quella di Micheal Kiske degli Helloween dei tempi felici, il duo chitarristico degli Olsson (Thomas ed Henrik) lavora bene (l’assolo di chitarra in Breaking the Beast è molto bello a mio avvviso) e la sezione ritmica regge bene tutto il disco ma, ed è un grosso ma, le tastiere di mr.Fredrik Bergh (che è comunque un musicista di tutto rispetto)  sono davvero invasive e soffocano un po’ il prodotto finale, spuntando ovunque e coprendo spesso il lavoro degli altri.

C’è ovviamente anche il pezzo “anthem di cori e fanfare col kilt e l’ascia bipenne contro draghi sputa fuoco”, parlo di Reign of Fire e vi sfido ad ascoltarla tutta. Ma tutta dico. Meno male che con canzoni come Balerion si rifanno e migliorano decisamente il tiro.

A questo disco manca la grinta, manca l’originalità e ci sono troppe tastiere, poche chitarre (e senza mordente, anche se potrebbero davvero fare di meglio e a tratti si vede). I testi sono ingenui anche per un disco powerpowa. Per fortuna dalle bonus track live emerge comunque che dal vivo i suoni risultano più duri e decisi e le chitarre si sentono bene, quindi c’è speranza!

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