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The Dirt – Motley Crue e la musica dopo di tutto

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The Dirt è un film diretto da Jeff Tremaine e uscito su Netflix nel 2019.

The Dirt parte bene smerdando gli anni 80 e dando il via a un inno di individualità, ribellione e forza creativa. Ma quando entrano in scena gli attori pare di trovarsi nel solito biopic da TV via cavo. L’unico interprete con palle vere è il cattivissimo Ramsey Bolton di GoT, Iwan Rheon. Il suo Mick Mars lascia al pubblico non solo un efficace ritratto di un chitarrista tra i più sottovalutati di sempre, ma un personaggio da amare che finisce per mostrarsi assai più deciso e centrale, nel gruppo, di quanto i fans abbiano mai supposto e immaginato.

The Dirt, il libro, che ancora oggi è il capolavoro imbattibile della letteratura rock post-grunge, rivelava già il mistero Mick Mars. Lui sembrava, sui poster e nei video, tanto scostante, taciturno ma soffriva di una grave malattia alla spina dorsale e questo via via lo aveva reso sempre più invalido e dolorante. Se sul piano dello spettacolo on stage, la sua situazione poteva essere disastrosa, nel film sui Motley Crue diventa materiale di prima qualità in una pellicola che vorrebbe Nikki Sixx come figura centrale.

Ho dei dubbi sulla resa di Douglas Booth nei panni di Nikki e in quella di Daniel Webber in quelli di Vince Neil. Quest’ultimo non è male, specie quando diventa un padre e un marito in crisi, ma come interprete dello showman Neil lascia molto a desiderare: le parti cantate in playback sono terribili.

Machine Gun Kelly se la cava, del resto il personaggio di Tommy Lee è quello di un pisellone entusiasta che si lascia trascinare da Sixx. Non dico che sia difficile sbagliare l’interpretazione ma di sicuro il batterista è quello che deve meno degli altri levarsi la maschera, anche perché non ce l’ha.

Fa un certo effetto vedere per la prima volta David Lee Roth e Ozzy interpretati in un film e bisogna ammettere che suscitano piacere. Peccato che di Ozzy, dal libro, si riproponga solo la scena della piscina e non quella in camera da letto. La prima è già abbastanza spinta ed esemplare per far capire in che condizioni era Osbourne nel 1983 (e l’attore che lo interpreta, Tony Cavalero, meriterebbe l’oscar se The Dirt fosse un audiofilm, dato che l’imitazione della voce è perfetta) ma ciò che accade in albergo è più scatologico e Netflix non l’avrebbe lasciato passare, temo.

La realtà è che The Dirt è abbastanza innocuo. Le scopate dure e veloci nei camerini, la mostra di come in quell’ambiente, in quel paese (Biff Byford ancora ha dolcissimi ricordi dell’America anni 80) la femminilità fosse così vicina al brano Pleasure Slave dei Manowar di quanto alle femministe del rock piacerebbe pensare, ormai non è una novità. E la rappresentazione di tutto quello sfascio, quel sesso spinto è alla stregua di un qualsiasi telefilm della HBO. Magari oggi era il momento giusto per raccontare la storia dei Crue, ma forse ora la storia dei Crue non è più granché sconvolgente e oscena per il genere di storie che vengono raccontate nei massimi diffusori di intrattenimento, che siano Netflix o Sky.

Tommy Lee, negli anni 90 era presentato dalle riviste e i giornali come un manesco figlio di puttana. Uno che entrava e usciva di galera perché picchiava le donne. Vederlo allungare le mani su una ragazza che lo aggredisce a parole è l’emblema di tutto quello che lo aspetterà qualche anno dopo. La decade alternative, successiva all’arcadia dei Crue, li mostrò per ciò che erano sempre stati: ragazzi confusi e piuttosto istintivi. Non c’era più nulla di fico sulla band, nemmeno i pettegolezzi e quella cazzo di VHS.

Avevano realizzato probabilmente il loro miglior album negli anni 90, e l’avevano fatto senza Vince alla voce, ma quando la musica era stata tanto importante per la carriera della band? Davvero credete che roba come Shout At The Devil e Girls, Girls, Girls fosse di qualità?

Vi piace, ok, anche a me, ma la discografia della band è già un miracolo che sia stata puntellata in quegli anni incasinatissimi, tra una rissa, un’overdose e migliaia di scopate con le narici fumanti. Questo era il rock and roll formato esistenza. La musica non era poi così fondamentale.

I Motley Crue avrebbero potuto fare cover degli Slade e vincere lo stesso. (Qualcuno al posto loro lo fece). E in quegli anni erano il rock and roll alla massima potenza. Lo dicono manager che credevano di averle viste tutte prima di competere con loro. Lo dice il film di continuo.

Ma la musica era da un’alta parte. Solo dopo che Nikki si ripulì iniziò a uscire qualcosa di grandioso (Dr. Feelgood, Kickstart My Heart, Without You) ma nel massimo momento di popolarità del gruppo, Nikki Sixx è il primo a ribadirlo più volte in quella specie di versione per ragazzi della bio di Lou Reed, The Heroin Diaries: era tutto uno schifo e Girls, Girls, Girls faceva cagare.

The Dirt, il film, però non è male, tutto sommato. Non vi cambierà la vita e non vi cambierà le idee sul rock e i Crue, ma ha un buon ritmo e c’è tutto quello che ci deve essere sui sogni che si avverano e le controindicazioni. Convince forse di più la parte cosiddetta purgatoriale: quando tutti e quattro i Crue “pagano” con divorzi, lutti e disgrazie varie per i peccati commessi urlando al diavolo. Pare una cazzata ma il film è una specie di parabola di come la strada degli eccessi porti al palazzo del rehab.

Il regista dei vari Jackass, Jeff Tremaine, si affida a una scrittrice di sua fiducia, tale Amanda Adelson, ma soprattutto al ben più navigato Rich Wilkes (già penna dello script di  Airheads – Una band da lanciare). Gli sceneggiatori riescono a rendere abbastanza bene la coralità del libro: c’è quindi il continuo scambio narrativo dei protagonisti, che a volte si passano il testimone della storia con un batticinque e altre si contraddicono platealmente, mantenendo comunque sempre un certo equilibrio nel mood generale dell’opera: l’autoindulgente indagine psicologica che Sixx fa su se stesso è temperata dal disincanto di Mick che a sua volta è integrato con la voce su di giri di Tommy (la parte in cui ci spiega la sua routine in tour nel 1985 è davvero irresistibile).

Quando la mamma di Sixx, dopo tanti anni, di silenzio e lontananza tra i due, lo va a trovare, e lui tramortito la accoglie con una bottiglia di Jack Daniels in mano, mezza vuota, ci rendiamo conto che tutto quello che i Crue vogliono raccontarci su quanto siano stati cattivi e perduti negli anni 80, ce l’aveva già detto Chris Holmes nel documentario della Spheeris The Decline Of Western Civilization – The Metal Years.

Quello cheHolmes non ci ha raccontato però è cosa significhi perdere una bambina, vedere che muore ogni giorno e ti chiede di portarla a casa, di non farla tagliare ancora dai dottori. Il film poi semplifica: la morte della bimba riavvicina i Crue e la reunion porta gioia nel mondo, fratellanza e tanta buona musica, ma sappiamo che non è così. Il vero riassemblaggio del gruppo avviene dopo Generation Swine, album in cui Vince canta per soldi e gli altri tre lo sopportano per lo stesso motivo. E non ci sarà nulla di rilevante sul piano musicale, tranne forse il singolo If I Die Tomorrow. Ma qui non stiamo recriminando, un film è un film e bisogna semplificare le cose se si vuole mettere 15 anni di vita in 140 minuti. Del resto i Crue non hanno bisogno della musica per risorgere e pasteggiare sulle classifiche.

La versione di Corabi è indecente. Sembra Mike Inez degli Alice In Chains quando entra negli Alice In Chains.

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