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Glass – Tra noia e fragilità

Tra noia e fragilità si chiude (speriamo) la trilogia superomistica di “M. Night” Shyamalan, cominciata magari senza rendersene conto, nonostante il finale aperto, con Unbreakable e proseguita senza neanche dirlo ufficialmente con Split.

Il regista e sceneggiatore indo-amerigo non convince proprio in questo Glass. Impasta le vicende dei tre personaggi, che ricordiamolo, sono: David l’indistruttibile, L’uomo di vetro (Mr. Glass) e il tipo dalle 9 personalità (di cui una è la bestia) in una trama che è una specie di imbuto stretto, in cui tutto si intasa ed esce a fatica.

Metà del film si svolge con i tre heroes in prigione, sezionati da una psichiatra, Ellie Staple (la Sarah Paulson di American Horror Story) che prova in tutti i modi a convincerli che non sono dei supereroi.

Alla fine, come è prevedibile non ci riesce, anche se buona parte del film, lo stato catatonico di Samuel L. Jackson è più o meno una esaustiva rappresentazione di quello degli spettatori.

Ci si chiede quando succederà qualcosa ma intanto si supera la metà del film (oltre due ore complessive) senza che si verifichi nulla di incredibile, inaspettato, almeno violento.

“M. Night” Shyamalan è stato un autentico prodigio del cinema fantastico americano. Si parla del periodo 1999-2004. Poi qualcosa si è rotto ed è accaduto con il film più sfigato, tormentato e audace della sua filmografia: Lady In The Water. C’è in giro qualche entusiasta che in tono messianico vi dirà di non ascoltare la gente comune: quello è il vero grande capolavoro incompreso di Shyamalan. Io vi dico di non ascoltare chi vi dice così. Quello è il Titanic di Shyamalan.

Non è un brutto film, Lady In The Water,  ma basta vederne metà per capire quanto sia perfetto per fallire. In pratica lì dentro c’è un autentico manuale di come sperperare il budget senza rivedere un soldo. Si dice che Jodorowsky ne abbia la locandina inquadrucciata sopra il letto a fianco del martirio di San Sebastiano; e che ogni mattina la contempli con grande soddisfazione. Quasi quanto il martirio dell’odiato santo.

Glass è forse il film peggiore di Shyamalan. Non voglio esagerare, anzi lo voglio. Cazzo, a tratti è involontariamente ridicolo (il combattimento tra la bestia e David contro i poliziotti in divisa celerina, ricorda certe dinamiche da scazzottata alla Bud Spencer e Terence Hill).

Ci sono scelte registiche a dir poco discutibili, come la camera in stile videoclip italiano, durante i combattimenti. Non si riesce a capire il perché di un’inquadratura così rigida e farraginosa durante i duelli tra David e la Bestia. E non solo la prima volta. Ogni volta che ci sono, il regista la usa!

Inoltre James McAvoy continua a essere bravo quanto vi pare, ma sbagliato per la parte. Sia su Split che in questo Glass proprio non riesce a convincere in una sola delle tante personalità che interpreta.

Curiosa la sua somiglianza con le lenti a contatto nere, quando impersona la bestia, con il poro Chester Bannington.

Le vicende secondarie: il figlio di David, Joseph (Spencer Treat Clark) disperatamente aggrappato, fin dal film Unbreakable, all’idea che il padre sia una sorta di superman; l’adolescente Casey Cook (Anya Taylor-Joy) co-protagonista in Split ma qui relegata a margine, finiscono per mostrare quanto Glass sia un film troppo piccolo per contenere tutti i sottotesti.

Il lavoro psicologico di grande qualità che Shyamalan aveva realizzato in Unbreakable su David e il bambino, la moglie (inquadrata di spalle in un fugace ricordo e liquidata con un accenno della psichiatra) qui è ripreso con l’accetta, mentre il quadro oscuro di pedofilia e traumi della giovane Casey è lasciato da parte o quasi.

Per buona parte del film lei è una specie di ingombro. In realtà però il legame che si è instaurato tra Casey e Kevin (The Beast) in Split, a un certo momento è ripreso da Shyamalan. La sua esperienza face to face con il mostro permette alla ragazza di conoscere la chiave giusta per disinnescare quella specie di bomba umana, più di chiunque altro… con un caldo abbraccio.

Ma la tenera intesa tra i due, stile Bella e appunto, la bestia, sembra quasi un’appendice romantica buttata lì per garantire IL finale intenso che la girandola di botte, dialoghi freudiani e colpi di scena telefonati proprio non riescono a offrire. Finale che poi si dilata in un random di tastiere eteree che annienta del tutto la pazienza di chi ha tenuto duro fino alla fine.

Due parole sui pezzi grossi del cast: Samuel L. Jackson è carismatico finché non rientra nella parte. Ci si aspetta praticamente che salvi il film, perché fino a quando si limita a tacere e guardare il vuoto su una sedia a rotelle, gli altri due, David e la Bestia davvero non sanno dove sbattere la testa. Quando ricomincia ad agire e a parlare ci rendiamo conto che Mr. Glass è fragile quanto il film che si intitola come lui.

A tratti non si sa come prenderlo. Ed è la stessa situazione di Unbreakable: è matto, è un genio? Un pericolo pubblico o un innocuo idealista? Solo che lì c’èra un intero film a sorreggerne le chiacchiere e le uscite folli, qui è solo un altro esaltato che si perde nel parapiglia.

Bruce Willis invece è inutile.

Alla fine di Split, quando in una scena a sorpresa si vede Bruce Willis nel ruolo di David che cita a degli avventori la faccenda dell’Uomo di vetro, viene da chiedersi perché? Cosa c’entra con Split?

Nulla. Glass dimostra che i due universi non potevano coabitare. O forse che Shyamalan non ha più i muscoli per architettare una storia in grado di farli coesistere.

 

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