Editoriali Pascolando

Spiritualità e religione: nutrite la piantina o appassirete!

Oggi parliamo di spiritualità e di botanica.

Non di religione, somari che non siete altro. Siate cavalli svegli e non cloppate a collegamenti affrettati. La religione è una cosa in cui non crediamo qui a Sdangher. Almeno io penso che sia una roba politica, magari non lo è stata agli inizi, ma da secoli lo è e continuerà a esserlo. Il danno maggiore che un uomo (o donna) possa fare a se stesso non è rinunciare alla religione o a un dio. Viviamo in un tempo in cui è sempre più arduo credere in un essere superiore e leccargli i piedi, ringraziarlo di ciò che faticosamente otteniamo giorno dopo giorno.

La cosa curiosa è che al tempo in cui la gente credeva ciecamente in un dio infinitamente incazzoso e cupo, la vita era assai più dura di oggi.

Ora andiamo nei supermercati e con due euro ci portiamo a casa la cena (proteine di qualche specie). Negli anni in cui c’era un dio che si faceva sentire con lampi e tuoni di furore, terremoti e carestie, pestilenze e alluvioni (o siccità) la gente lo pregava e si fidava di lui.

Poi usciva dalla propria catapecchia e faceva chilometri con un rudimentale armamento. Stava ore a setacciare la radura finché non si trovava davanti un qualche contenitore di proteine e lo catturava, lo ammazzava e cucinava a fuoco vivo.

Di nuovo nella sua stamberga, intorno a un misero bivacco, intorno una cucciolata di infanti puzzosi e affamati e una donna sudicia e dalla pettinatura terrificante, l’uomo ringraziava quel dio per ciò che era riuscito a portare a casa, per ciò che aveva lì, in salute, vivo, chiassoso e famelico (moglie compresa).

Oggi siamo tutti impiegati in qualcosa, sottopagati, sfruttati, umiliati e offesi (Dostodocet) ma il cibo non manca. Nessuno di noi in cuor suo crede davvero di morire di fame. Magari non avrà i soldi per pagare il mutuo della macchina o per il bollo del cazzo, non avrà i soldi per dei vestiti nuovi…

Epperò, in fondo in fondo, nessuno di noi crede davvero di morire di fame. Oggi, nel 21esimo fottutissimo secolo in Occidente, almeno.

Ma non ringraziamo dio per il lavoro di merda, per la ragazza, per la prole, per i sacrifici, per ciò che abbiamo.

Se mai lo malediciamo per ciò che non abbiamo.

Crediamo in un dio quando siamo incazzati, quando siamo amareggiati, allora lo insultiamo. Questa è la sola preghiera che gli rivolgiamo.

Vi stupisce se abbia smesso di ascoltare?

Sto generalizzando ma come si fa a non generalizzare per parlare di qualunque cosa? Seguite cosa dico e non rompete il cazzo (faccina sorridente).

Forse è per questo che negli anni della stamberga e della spesa che fugge nella radura, gli uomini credevano in un dio: perché erano sempre incazzatissimi e amareggiatissimi. E parlavano sempre con lui. Sempre. Probabilmente dicendo certe bestemmie che oggi non oseremmo neanche immaginare.

Scherzo. Ci credevano perché erano gnuranti. C’era un entità che gli cagava fulmini in testa se gli uomini, suoi figli, non erano abbastanza ossequiosi e riconoscenti. Questo credevano.

Poi si è saputo cosa sono i fulmini e cosa li scatena. E quindi dio non era quello dei fulmini. E nemmeno dei terremoti o le alluvioni. Oggi Sky Meteo non esprime nulla di divino, a parte le meteoriste che dicono che farà “mmmmh, davvero chaldo, baby, nei prossimi ggggiorni!”

Il dialogo con il dio era il maledettissimo meteo. E quel dialogo la scienza ci ha spiegato non essere mai stato. Quindi le comunicazioni con il divino si sono fatte molto più confuse e difficili. Qualcuno suggerì di usare le droghe come prefisso per le interdivine chiamate al signore ma la civiltà le proibì.

Finché per quasi tutti noi le conversazioni con dio non sono più state altro che bestemmie nel silenzio.

Ieri ho visto un film che si intititola The Iceman. Parla della storia vera di un serial killer di nome Kuklinski. La regia è abbastanza modesta ma l’interpretazione di Michael Shannon è imperdibile. Recuperatelo.

Il film parla di un tipo che ammazza la gente di continuo e la mafia americana lo assume perché era dannatamente bravo in quello. Nella società buona e brava è solo un mostro da rinchiudere ma per il mondo del crimine è un professionista prezzolatissimo, un fuoriclasse da ammirare. Della serie: nel contesto giusto le cose migliorano sempre.

Insomma, a un certo punto Kuklinski si trova di fronte a un tipo che deve uccidere. E questo qui lo implora. Gli chiede pietà e poi inizia a parlare a dio, a rivolgersi a lo Signore.

Il killer allora si ferma, esita. Abbassa la pistola e assume un’espressione quasi triste. Poi gli dice: perché chiami dio, lui non ti risponderà, perché lo fai? Stai per morire, lo sai, a che scopo questa preghiera?

E il tipo continua a pregare.

Allora Kuklinski si ferma, si siede e dice: “Ok, vediamo un po’… ti darò del tempo. Tu continua a pregare. Chama pure il tuo dio. Vediamo se viene e mi impedisce di spararti!”

Il poveraccio trema tutto e giunge le mani più forte che può. Stringe gli occhi e blatera: “dio oh dio oh mio dio (tipo quando abbiamo un cazzutissimo orgasmo, sapete? Anche lì preghiamo sempre).

Poi siccome si fa una certa, il killer si alza, lo spara (detto alla napoletana) e se ne va.

Dio non è arrivato. Non ha ascoltato.

Dio non ci salva.

Io potrei ipotizzare che il male di ogni cosa sia la pessima comunicazione e probabilmente è per questo che gli uomini e dio non vanno molto più d’accordo negli ultimi anni.

Ma rinunciare a dio significa solo non credere a un sistema di puttanate che tantissimi anni fa, uomini con una fervida immaginazione, che qualcuno ha chiamato profeti, immaginarono.

Pensate alla cosa di Abramo. Dio disse, prendi tuo figlio e sgozzalo. Un padre gli risponderebbe: fottiti pezzo di merda, fulminami ora o vattene affanculo per sempre!

Abramo invece disse, “ehm… ok”. Andò sul monte so un cazzo dove e portò con se suo figlio. Lo stava per sgozzare e dio lo fermò poco prima che lo facesse. “Ehi scherzavo, cazzo. Lo fai sul serio? Allora mi adori proprio tanto! Del resto non ti ho dato io una terra? Abbiate fede e nessuno ve la porterà mai via… o forse sì, non ho ancora deciso bene come avvicinarvi ancora a me”

Insomma, la sapete ‘sta storia. Senza che tiriate in ballo i dogmi e la fede (credi a qualsiasi cosa e non rompere le palle col tuo cervellino di merda di gallina) è palese che tutta la serie di situazioni narrative della Bibbia non le proporrebbe più neanche Netflix, se invece di chiamarsi Bibbia si chiamassero: Storia di uomini che parlano con qualcosa di folle.

Ci sembrano delle assurdità troppo assurde, le storie della Bibbia. Papa piacione (Francesco) dice che Abramo era solo un sognatore, tanto per continuare a indorarci la supposta di avere fede in dio, anche se LUI ci da una vita di merda, perché LUI sa quello che fa e un vero sognatore lo capisce e lo ascolta a LUI.

Chi di noi non è un sognatore? Tutti. Ma non siamo coglioni come Abramo. Non più. Siamo sognatori con un sacco di domande. E tu, papa dei miei pantofoloni di Ferragamo, dovresti lasciarci in pace. Perché i nostri sogni sono la nostra spiritualità. E quella noi ce la riprendiamo con il no a dio.

Le puttanate raccontate nella Bibbia erano comprensibilissime dagli uomini che le scrissero al tempo, e anche da coloro che iniziarono a leggerle poco dopo.

Se ora scrivessimo una nuova Bibbia, noi moderni dico, in cui tra le varie parabole ce n’è una in cui Abramo, grazie a dio, trova un lavoro retribuito a dovere, con tredicesima, quattordicesima e solo sei ore di sgobbo al giorno, noi diremmo, wow, che bravo dio (lo chiameremmo Unipol) ma tra duemila anni, quando il mondo non avrà più bisogno di lavorare (perché sarà estinto?) ci sembrerà assurdo che si debba ringraziare dio (Unipol) per un cazzo di lavoro!

La religione è una cosa che scade. Le sacre scritture scadono. Sono datate. Stiamo facendo contorsioni mentali sempre più assurde per credere in qualcosa che migliaia di anni fa la gente dava praticamente per scontata, in quanto su misura per le loro menticine gnuranti.

Ma attenti che lo ripeto: rinunciare alla religione non vuol dire rinunciare alla spiritualità.

E qui vi volevo.

Dentro di voi c’è qualcosa: che spera, che sogna, che desidera un equilibrio e che vi parla… chiamatela come volete, anima, spirito, retto del plesso solare; quello che vuole da voi è che siate felici.

Io la vedo come una piantina che non annaffiamo mai, che trascuriamo e molte volte vorremmo solo sopprimere sotto una coltre di terra arida. perché ci angoscia sentirla muoversi, gracchiare le sue foglie cadute, secche e gialle di bile.

Buttare via la religione e la spiritualità insieme è come gettar via il puledrino con la piscia uterina di sua madre.

Viviamo convinti di avere una connessione dati al posto dell’anima, poi la vita ci mette davanti a una prova terribile, una perdita grossa e allora eccoci che non sappiamo più dove mettere le mani per una cazzo di salute mentale.

Ma piano piano ci accorgiamo di questa piantina e iniziamo a prendercene cura. Iniziamo a capire a cosa ci serve. Non sappiamo perché ma se la facciamo crescere riscontriamo dei benefici e tanto ci basta. Una camminata in un giardino, respirando a fondo e tenendo gli occhi socchiusi ci trasmette uno strano sollievo. Tanto ci basta.

La piantina dentro cresce, sempre più rigogliosa e forte. E noi la potiamo via delle foglioline giuste, dei bagarozzi che reputiamo amici, la ripariamo dai veleni che la nostra mente le fa colare addosso ogni giorno.

Non è religione. Non è nessun dio. Se dio c’è o meno, se qualche essere disinteressato ci ha creati, è chiaro che non siamo più nel suo raggio di interessi. Ama ricevere le nostre lettere di ammirazione e riconoscenza ma nemmeno le apre. Le lascia in uno scatolone e forse un giorno, quando non saprà cosa fare, ne leggerà qualcuna per farsi due risate e tirarsi su il morale divino.

Ma ciò che quel dio (sempre che sia mai stato) ci ha dato, è una spiritualità. E con quella possiamo capire ciò che non si capisce, possiamo fare miracoli (quelli possibili) e possiamo goderci davvero questo cazzo di mondo nel modo giusto.

Da quella parte tutto: la nostra voglia di vivere, la nostra creatività, l’amore.

E chi non nutre la piantina appassisce.

La società ci dice di reprimere ciò che abbiamo dentro. Molte volte è un bene perché altrimenti non riusciremmo più a convivere con gli altri, ma questo non significa ignorare i nostri fottuti bisogni interiori.

Magari i bisogni di uccidere sì, di rubare anche. La Bibbia dice pure cose sensate, cazzo. Però il bisogno di stare bene, di chiedere una carezza, di vivere in un posto dove possiamo sentirci felici, di essere amati, di non vergognarci se siamo quello che siamo, quel bisogno noi abbiamo il diritto di legittimarlo e farlo uscire.

E non è solo una questione di soldi ma di armonia. Una canzone può salvarci la giornata. Oggi spotify e youtube c danno tutta la musica che desideriamo, no?

Un pasticcino al termine di una bella passeggiata, una tisana ai frutti di bosco mentre fuori il sole cala e un fuoco scoppiettante nel camino. Se pensate che io sia troppo retorico ecco: un pompino dalla donna che ci ama, una bella canna a lume di candela, tu e lei.

Insomma, la vita di tutti i giorni è una sorta di bosco pieno di frutti. Basta coglierli e farsi venire una bella diarrea felice sul piano spirituale, ok? Cose tipo una carezza al nostro bimbo o al nostro gatto. Non tratteniamo l’amore, facciamolo uscire dagli occhi, dalla bocca. Potrei dire dalle mutante ma qui sopra si parla di bimbi e creerei confusione.

Senza pensare ad altro, senza lasciare che i veleni inizino a piovere sulla piantina.

La piantina, che io immagino un po’ come la versione positiva di La piccola bottega degli orrori, ci parla. Dice cose che potrebbero renderci lieti, tranquilli, appagati, meno amareggiati.

Di cosa ha bisogno la fottuta piantina, lei sa ben dircelo. Siamo noi che evitiamo di ascoltarla.

Innaffiatela di tramonti, di bei libri, dei vostri sogni, delle vostre verità, di amici. Credo sia ora che tutti noi iniziamo a farci venire il pollice verde per un giardino interiore che ci aspetta dentro e che solo noi possiamo salvare.

Se non annaffiate la piantina sarete voi ad appassire.

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