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Giant – Time To Burn (Out)

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Time To Burn è un disco dei Giant, uscito nel 1992.

I Giant sono stati percepiti con un certo scetticismo dall’ambiente metallaro. Erano dei turnisti (session man, se preferite) che a un certo punto hanno deciso di fare un disco hard rock molto indirizzato verso l’AOR (e alle classifiche). Last Of The Runaways però non era un cinico prodotto commerciale (non solo). Era anche un capolavoro del genere, in un momento in cui davvero, nonostante la grande offerta di quel tipo di musica, c’era ben poco di interessante in giro.

Il disco è oggi considerato un piccolo classico ma non è di esso che vogliamo parlare qui. A noi interessa il crepuscolo, quindi affrontiamo Time To Burn. A sentirlo c’è bisogno di guardare più volte la data di uscita. Lo stesso anno di Countdown To Extinction, due dopo il Black Album e uno appresso a Nevermind, il secondo lavoro dei Giant è chiuso in una bolla temporale.

La band è stata così presa a portare in giro il primo e lavorare su un valido successore da non essersi accorta che fuori di casa, ove era l’erba ora c’è una città, come cantava Celentano.

E Time To Burn, per quanto rispetto al disco d’esordio muta un po’ la direzione, inspessendo (leggermente) i suoni di chitarra e rendendo più ficcandi ed essenziali quelli di tastiera, in fondo è un album con i piedi ficcati fino alla coscia nell’hard rock anni 80, in maniera imperdonabile.

I Giant ce la mettono tutta, coinvolgono penne d’esperienza e dal curriculum prestigioso (Jim Vallance e Val Stephenson), si tengono stretto il producer Terry Thomas e investono bei soldoni per tirar fuori un gran disco, ma basta un minuto di Thunder And Lightning per rendersi conto che Time To Burn è un lavoro spacciato.

Non si sa quanto sia stato casuale che il tastiere Alan Pasqua avesse deciso di tirarsene fuori poco dopo aver inciso le sue parti nell’album. Di sicuro il tour non dovette riscuotere riscontri decenti, perché alla fine della girandola promozionale i Giant erano già belli e archiviati.

I fratelli Huff tornarono a lavorare come ospiti nei dischi di decine e decine di artisti commerciali e nessuno pensò più a loro, fin quando la Frontiers non li convinse a tornare sul mercato con III.

Ma restiamo sul 1992 e Time To Burn. Sul Metal Hammer del 2002 lo definirono “celebrato” ma non ho mai capito da chi, per cosa, quando? Boh.

Di sicuro i Giant ebbero delle attenuanti. Loro i pezzi del disco iniziarono a scriverli nel 1990, poi però ci furono dei problemi legati al manager Keith Olsen e l’etichetta A&M. A Dann e gli altri nel 1989 era sembrata una buona idea presentarsi a una grossa label con un paraculo come Ols, peccato che il tipo aveva fatto firmare un contratto capestro alla band, così da far incassare soldi prima alla casa discografica, poi a lui e infine ai musicisti. Da lì la rottura e il passaggio alla Epic. Il momento buono però era finito, ed ecco che Time To Burn si ritrovò come un uomo col mullet e gli stivali da cowboy in mezzo ai ragazzi di Bevery Hills 90210.

Al di là di tutte le considerazioni sul sound scaduto e la sfortuna, bisogna ammettere che l’album è pieno di belle canzoni, ruffiane, sputtanabili ma scritte alla grande. E viene da pensare che l’apparente ingenuità dei Giant era comunque dettata da buone intenzioni. Loro cercavano solo di farci salire il morale a mille davanti alle avversità e credere in noi stessi. Se si volesse sprecare qualche minuto della propria vita, basterebbe leggere i testi. Sono mediocri, sempliciotti, è vero, ma cercano di incoraggiare il pubblico a lottare e vogliono solo che stia bene. L’amore è una merda, a volte.

Alcuni dei brani parlano di quanto una passione non corrisposta o un abbandono repentino possano ridurre una persona alla sociopatia, ma ci sono fior di melodie e crescendo che prendono il tipo per le orecchie e lo trascinano fuori dalla propria cella/cameretta e gli voltano la faccia verso le stelle. Sogna, figlio di puttana! Non è finita, qui.

Dei dodici brani vorrei focalizzarmi su quasi tutti, un po’ alla De Felice. Partiamo da Thunder And Lightning, con il protagonista che è arrapato e non ce la fa ad aspettare un giorno in più per farsi la tipa. Però dolcemente, sia chiaro. Non è mica un buzzurro col mullet e gli stivali da cowboy che tratta le femmine come le pecore di suo zio. Lui sa discernere tra una femmina col vello e una femmina depilata. In ogni caso, quando succederà, quando lui avrà modo di toccarla e ficcarla, saranno tuoni e fulmini. Questa dichiarazione, cuore del ritornello, è accompagnata appunto da un equivalente musicale esaltante, epico, esplosivo: cori massicci che trasformano le vicissitudini pornoromantiche di questa coppietta di provincia, nel buio di una vecchia famigliare, in mondi che collidono, mentre oltre il tettino dell’auto, il cielo è squarciato dalle intemperie del magnetismo animale.

Su Chained, un ragazzo è fuori dalla finestra di una bella femminuccia e attende, osservando la finestra della sua cameretta illuminata e intanto la desidera. Lei è ricca, quindi c’è una disparità di classe che gli impedisce di averla. Ne deduciamo che si, è al sud. Ma lui, poor boy, evidentemente un eroe springsteeniano figlio di proletari comunisti, deve averla e come unico sistema di seduzione se ne sta impalato fuori dalla sua casa, di notte, come gli ha spiegato Ted Bundy in un’intervista dal titolo “come avevo tutte le donne che volevo”.

Anche se sa che sarebbe meglio lasciarla andare, il tipo non si arrende. Perché i Giant dicono sempre di non mollare. Vuoi farti la più carina? Ok, segui il refrain e continua ad aspettarla. Noi sappiamo quanto soffri. La melodia centrale che urla Chained! Chained! (e ricorda il rit di Cries In The Night degli W.A.S.P.) non fa che ribadire che lui è in trappola ma resiste, alla fine qualcosa succederà, perché il desiderio può fare cose miracolose.

E la parentesi zeppeliniana al centro, con il tastierone sparato su un contro tempo robusto, commenta l’evolversi del tenace bisogno di questo giovane infoiato e un po’ maniaco. Tocco di classe l’intro con la chitarra blues, che rimanda ai detenuti carcerati sul ciglio della strada, con le catene ai piedi e il piccone in mano.Chained Of Love. Quante ne sono state scritte usando la metafora delle catene? Ma i Giant dicono che è incatenato al ritmo dell’amore di lei, quindi se ne deduce che lei lo vorrebbe pure, ma a deciderlo, se, quando e come, non sarà il poveraccio lì sotto.

Lost In Paradise è una ballad in cui un tipo si lamenta di lei che è andata via e l’ha lasciato solo. Non dice mai perché. Lei è solo sparita, squagliata. Magari lui la picchiava o la tradiva, ma questo ai Giant non interessa, si focalizzano sul dolore e lo sgomento puri di chi viene abbandonato e si perde in un Paradiso (non si sa bene perché proprio un Paradiso) di sofferenze. Ma quando parte il ritornello melodrammatico, gli accordi che salgono, finiamo per correre sotto la pioggia con il cuore che ci esplode, in cerca di una pozzanghera con l’arcobaleno dentro. Non succede nulla, tranne un principio di polmonite, ma la canzone riesce a dare un gancio verso il giorno dopo quello più brutto.

I’ll Be There When It’s Over è il brano più bello e allo stesso tempo assurdo, se guardiamo al testo. In pratica parla di uno che ha fatto lo stronzo e ha perso la tipa. Lei quindi se la fa con un altro, ma lui ha capito di aver sbagliato e che la vuole più di qualsiasi altra cosa al mondo, quindi aspetta che tra lei e il terzo incomodo finisca e poi lui sarà lì a prenderla tra le braccia! In pratica le dice: “tanto finirà di merda, anche se ora sembri così entusiasta. E quando vomiterai di odio per il genere maschile e per il dolore dell’ennesimo stronzo che ti ha trattata di schifo, io tornerò e ne approfitterò per trombarti di nuovo e poi rimetterti nel mio circuito di baci e sofferenze”. Pazzesco, no? Secondo me questo brano fa il paio con To Be With You, dei Mr. Big, dove un disadattato canta dietro a una tizia, immersa in una relazione con il proprio fidanzato, che sì, ora lei è occupata, ma tanto è certo che il prossimo a mettersi con lei sarà lui! Immaginate quante volte nella vita tutti quanti noi, nell’adolescenza fatta di seghe e rifiuti, abbiamo avuto simili crogiolamenti? Ma sul serio?

Sembra che stia prendendo a bombe la croce rossa dei Giant ma non è così. Nutro una profonda gratitudine per loro e per tutte le band finite nel dimenticatoio tra il 1992 e il 1994. Erano gli esponenti ultimi di un rock and roll che voleva convogliare le energie distruttive dei ragazzi e investirle nella realizzazione dei loro sogni, che fossero d’amore o di denaro. La musica di gente come i Gian non faceva che spingere il cuore in alto, i muscoli avanti e la speranza oltre il cielo grigio. Diciamo che è toccante, oggi, riascoltare certe cose, ma la gente era stanca di fare così, nel 1992. Volevano tutti prendere la strada delle droghe sintetiche e della satira televisiva. Improvvisamente band come Giant diventarono tipo vecchi, zii hippie rincoglioniti che provavano a comunicare invano con un mondo giovanile indifferente.

Quello che molti non vi dicono è che quando la ragazza ti lascia, un metallaro va a rifugiarsi in quest’oasi ingenuotta dell’hair metal, dove la musica vuole tirar su e i testi consolano in modo molto elementare, ma insolitamente efficace per un cuore spezzato che ha bisogno di collante.

Quindi un disco come Time To Burn possiamo sfotterlo quanto ci pare, ma nel momento del bisogno, quando lei se ne va e tu non sai più chi sei, i Giant possono aiutarti perché al contrario di tanti altri artisti più profondi e cupi, loro cercano solo di darti una mano a rimetterti in piedi, a sorridere e a provare a crederci ancora.

Sembra assurdo ma hanno più senso le canzoni dei Giant quando si sta così per un amore fallito o per un cuore on fire, che ha bisogno di acqua per spegnerlo, che le relazioni problematiche degli Smashing Punpkins o i Tool.

 

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