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I Periphery e il progressive evoluto

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Pheriphery IV: Hail Stan è il nuovo album dei Periphery, uscito nel 2019 per Century Media.

Non mi piace la definizione di progressive evoluto. La trovo fuorviante e poco chiara. Ho capito cosa si intende ma non credo sia il giusto modo per definire i connotati di una band come questa. I Periphery secondo me non sono neanche progressive. Non lo è necessariamente qualsiasi cosa superi i 4 minuti e mezzo di durata.

Smettiamo di chiamare con un nome vecchio qualcosa di nuovo o con un nome nuovo qualcosa di vecchio. I Periphery sono i Periphery e fanno il genere dei Periphery. Fanno il tipo di musica con le canzoni vere. Sapete, quello suonato bene, senza paraocchi, pronto a inglobare tutto ciò che serve per suscitare emozioni in chi ascolta e per dire cosa c’è da dire; se da dire c’è.

I Periphery fanno un genere che ormai credevo non praticasse più nessuno. Immaginate un album con dei pezzi diversi l’uno dall’altro, che hanno durate molto varie (dai 16 minuti e rotti ai 4) e ritornelli distinguibili e momenti topici (non ne senso dei ratti ma dell’intensità).

Insomma, pensate a una band normale che fa il suo, prendendosi delle responsabilità, alcuni rischi e usando la tecnica non per ammorbare o sorprendere i nerd al pc e gli shredder al pc, o tutti gli altri al pc, ma solo per dire qualcosa meglio che può e senza aver paura di complicarsi la vita, quando serve. Ma risparmiandoselo quando NON serve.

Che si tratti di progressive ho i miei dubbi. Evoluto poi non saprei rispetto a cosa.

Comunque i Periphery sono a sei album in nove anni. Ancora giovani, potrebbero sorprenderci almeno con un altro lavoro prima di mettersi a sedere. IV: Hail Stan ha i suoi momenti farlocchi, non sto parlando di miracoli, ma di sicuro c’è da emozionarsi e gongolare.

Reptile, in apertura è lunghissima, certo, ma non rompe mai le palle. Sembra una specie di anaconda, è enorme, maestosa, irrefrenabile e viscida. Il gruppo potrebbe da lì continuare a spacciarsi per una versione metalcore degli Opeth e invece no perché potete anche sbadigliare su certe parentesi djent e nu-metal qui e là, ma quando arrivate a Crush, vi dico cosa succede: una dea maligna elargisce bile vaginale sulla vostra faccia e vi paralizza in un impetuoso dancefloor marziale un po’ fichetto e sfacciato.

E il bello è questo: ingurgiterete tutto e continuerete a rispettare i Periphery. Sono grandi e possono permettersi di allargare l’azione fino alle sottane dei Muse ma riuscendo ogni volta a tornarsene sul dorso del djent-core o quello che vi pare, prima ancora che possiate dire mahchecazz!

Satellites è una chiusa bellissima: nove minuti di inquietudini cosmiche. Blood Eagle è una tamarrea un po’ bambinesca su cui non avrei puntato così tanto. Farne il singolo di lancio mi ha un po’ sorpreso.

 

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