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Never, Neverland – Quando gli Annihilator asfaltarono Peter Pan

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Never, Neverland è un disco degli Annihilator uscito nel 1990.

1990 – Da qualche parte in Giappone, la formazione considerata migliore a livello storico degli Annihilator, si sta esibendo davanti a una folla di occhi amigdalinici spalancati (per quanto anatomicamente possibile, essendo orientali) sullo spettacolo.

Il chitarrista della band si chiama Jeff. Jeff sa bene che in quel paese è vietato farlo, per legge, ma da un po’ qualcosa nella testa gli dice: “fanculo Jeff, lanciati su quella selva di crape epatiche. Che succederà mai? Breakin’ The Fucking Law, no?!”.

Jeff lancia uno sguardo folle a Ray, il batterista. Ovviamente Ray non ha la più pallida idea di cosa al chitarrista frulli nel cranio. Però gli dice yeah con la testa, nel senso: “yeah amico, cazzo, ci stiamo divertendo, viva il fottuto metal, sei un dio, stasera, amico!” Insomma, una cosa del genere. Non sa però Ray che quel cenno di assenso convinto e gasato è l’ultima cosa di cui l’altro ha bisogno per mollare l’indugio e fare la sua cazzata.

E così Jeff salta senza neanche levarsi la chitarra di dosso. Breaking The Fucking Law!

All’improvviso il pubblico inizia a muoversi. Poco prima erano quasi immobili come ceri alla funzione domenicale e ora si muoono indiavolati, tipo i piranha in quel vecchio film. E Jeff è il pa… ehm, il motivo di questa reazione.Vogliono toccarlo.

Lui cerca più o meno di rimanere a galla sull’acciottolato di spalle, mani. Al naso gli arriva una puzza di fritto, birra, e sudore giapponico. Cerca di reprimere un conato. Non vorrebbe vomitare sui fan. Sarebbe scortese e in Giappone ci tengono molto all’educazione e al rispetto.

Nel giro di pochi secondi Jeff capisce di essere in serio pericolo di vita. La massa di corpi che ha iniziato poco prima a convergere su di lui ora lo sta risucchiando verso il basso. La stessa voce nella testa che prima gli urlava di farlo yeah e riyeah, adesso gli parla con un tono saccente e gli fa notare che se una legge proibisce a un cazzone come lui di lanciarsi sulla gente il motivo c’è.

Sta morendo soffocato. Prova a prendere aria ma è come se tutta quella carne in cui sprofonda gliela tolga di bocca. Riesce a voltarsi in direzione del palco. Ricono il tecnico delle chitarre. Un bravo ragazzo. Trovandosi in uno stato di grande stress mentale e fisico il cervello gli proietta una visione sul futuro del giovane: molti anni più avanti diventerà il tour manager dei Nickleback. Jeff biascica al muro di carne chi cazzo sarebbero questi Nickelbeck? Il pischello riesce a recuperare la chitarra. Molte mani l’hanno tolta dal collo di Jeff e invece di rubarla si sono aiutate per spingerla di nuovo verso il palco. “Che gente corretta” dice Jeff, e io gli ho pisciato sulle scarpe trasgredendo a una loro legge. Sono proprio un maleducato imperdonabile.

Sta per svenire. Manca poco. Getta ancora un occhio su un altro tipo in mezzo al palco. Lo riconosce e si sente emettere una sorta di strano ululato orgasmico di aiuto nella sua direzione.

Il tipo in questione a cui Jeff ulula è il manager della band. Lo sta fissando da lassù, i suoi occhi sono un misto di preoccupazione e sprezzo. Il suo sguardo va, come in una specie di partita di ping-pong a base di Speed, dalla faccia ormai cianotica di Jeff e la sua mano talentuosa, protesa verso di lui, al marsupio che il tipo tiene stretto in mano. Lì dentro ci sono un sacco di soldi. Tutti gli incassi del tour giapponese degli Annihilator.

Jeff sta morendo ma capisce qual è il dilemma del suo manager: non riesce a scegliere se a) mollare il marsupio e sporgersi sulla folla nel tentativo di recuperare il suo cliente principale, trascinandolo con tutte le forse in salvo sul palco, via dalla fiumana impetuosa e fagocitante dei corpi giapponesi… o b) rimanere sul palco con i soldi.

Waters collassa nel buio ma una cosa gli balza chiara in testa prima che tutto finisca: quel figlio di puttana, ha appena preferito i soldi.

Per molti fan degli Annihilator, il periodo tra Alice In Hell e Never, Neverland rappresenta non solo l’apice assoluto nella carriera di Jeff Waters ma anche il momento più felice della sua vita. In un certo senso la prima cosa che ho scritto è vera: Never, Neverland è il disco più amato, apprezzato e rispettato. Molti pur odiando la band canadese per tutto ciò che ha realizzato dal 1992 in poi, lo considera un must inarrivabile di power-thrash metal.

La seconda cosa, la storia del momento felice nella vita di Jeff e nella band, è una puttanata.

Gli Annihilator tra la fine del 1989 e i primi mesi del 1990 erano nella merda.

Per cominciare, durante il tour con i Testament, quando la band infila esibizioni impareggiabili ogni sera, manda in delirio il pubblico per le strade ed è citata dalla critica specializzata come la speranza assoluta del thrash, Randy Rampage pensa bene di chiudere l’intera line-up nel tour bus, vagheggiando di uccidere tutti quanti.
Il motivo? Non si è mai capito di preciso.

Jeff minimizza dicendo che per Randy era solo tempo di voltare pagina. Se lo chiedevate a Rampage, prima che lo scorso anno ci lasciasse per cause mai chiarite, vi avrebbe farfugliato una serie di cose riguardo la scarsa condivisione di vedute artistiche con Waters.

Questa foto di gente felice non era una band!

La realtà dei fatti era che gli Annihilator, nei cosiddetti anni d’oro, erano ancor meno una band di come potrebbero apparirlo oggi che il loro unico membro superstite continua a intercambiare elementi quasi fossero le parti di un motore che non vuol saperne di tornare a ruggire a dovere.

E tantomeno questa!

In principio infatti era (e sempre sarebbe stato): Jeff Waters + uno studio di registrazione + un batterista + (almeno i primi tempi) un fonico dallo spiccato istinto paterno (Frank D’Onofrio).
Il tecnico D’Onofrio assistette il giovane chitarrista e gli diede consigli su come si registra un album. Waters imparò da lui alla grande e già sul disco Alice In Hell fece praticamente da solo pure i suoni! E che suoni, mi permetto di dire.

Tutti i demo dal 1986 al 1988, Jeff Waters li incise praticamente da solo. E il progetto Annihilator trovò un contratto ancor prima di rimediare un vero cantante! Le tape che valsero l’interesse di un discografico (Monte Conner) Waters le incise coprendo anche le parti vocali.

Appena riuscì a trovare qualcuno in grado di farlo meglio di lui, Waters gli passò il microfono molto volentieri e dedicò tutta la propria attenzione alla chitarra. Purtroppo qualcosa gli disse fin dai primi tempi con Rampage che il destino del progetto Annihilator sarebbe stato condizionato da questo balletto continuo di cantanti ma non solo.

Paul Malek, primo batterista

Ray Hartmann – IL batterista

Jeff cercava musicisti versatili, capaci di spaziare dai Rush ai Priest e ovviamente non ne trovò, ma non si demoralizzò e decise di fare per conto suo tutto quanto, almeno nei demo. Una volta coinvolto un discografico magari sarebbe stato più facile arrivare a tirar su una vera line-up. Il problema però era la batteria. Lui non sapeva suonarla e per questo, quasi da subito iniziò a collaborare con alcuni turnisti delle percussioni: un tale di nome Paul Malek nel primo demo Phantasmagoria e nel secondo Welcome To Your Death e Ray Hartmann, che da Alison Hell continuerà a figurare come IL batterista storico della band, presente nei momenti salienti fino al 1999.

Di fatto, all’inizio Ray non era un membro effettivo della band. Non c’era proprio nessuno. A parte Jeff. E le cose, nonostante l’uscita e il successo dei primi quattro album, non cambiarono praticamente mai. In studio scriveva e incideva quasi tutto Waters e poi arruolava i musicisti per andare dal vivo. Magari Rampage avrebbe potuto diventare parte attiva: il pubblico lo amava e nelle foto promozionali spesso il singer compariva in pose buffe accanto al chitarrista… ma la sclerata del tour bus ci dice che non sarebbe stata una cosa semplice e duratura.

Per Jeff, il secondo disco degli Annihilator è quello con il suono migliore (il solo non realizzato da lui stesso). Il merito è di Glen Robinson, un ingegnere del suono canadese, già produttore di Nothingface dei Voivod.

Nel curriculum del tipo c’è pure una partecipazione come assistente fonico in Operation:Mindcrime dei Queensryche. Il motivo è che la band incise l’album a Vancouver e fu lì che andarono gli Annihilator per fare Never, Neverland. Robinson lavorava in quegli studi e si occupò di loro mentre, in un’altra parte dello studio, James “Jimbo” Burton (e ben quattro giovani assistenti) pensò a mettere su nastro Empire.

In Canada c’erano posti ben più prestigiosi e di alto livello degli studi di Vancouver, (i Little Mountain), ma per Jeff un disco metal non aveva bisogno di tutto quello sfarzo, a meno che non ci fossero motivi fiscali per scialacquare tanti soldi.

Quindi si lavorò a Vancouver, a gomito con i Ryche, e pare che tra le band successero un sacco di cose viziose nella piscina dell’albergo in cui soggiornavano tutti. Boh!

In Never, Neverland c’era anche il cantante più fico degli Annihilator: Coburn Pharr, reduce dal momento topico degli Omen, arrivò al volo e se ne andò troppo presto.

 

Jeff Waters e Coburn Pharr

Risultò Cob il solo urlatore decente dopo una serie di provini demoralizzanti e questo incontro avvenne a tre settimane dall’ingresso in studio programmato per dare seguito ad Alice In Hell.

Seguito già ampiamente scritto, perché molte delle idee che poi finirono nel disco più osannato degli Annihilator erano state scartate dall’album d’esordio. Giusto la title-track, ingallata sul tour bus, durante il giro di concerti con gli inglesi Onslaught nel 1989, e qualche altro pezzo, erano stati scritti dopo le sessioni del 1989.

Sebbene il materiale fosse figlio della stessa nidiata di Alice In Hell, Never, Neverland non ha molto a che spartire con il precedente album. Mi riferisco alla musica, più che altro. È thrash di sicuro, ma più melodico e power. Mantiene una componente dark, soprattutto per via dei rimandi alle fiabe e alla follia. A livello di testi invece si può parlare di continuità.

Già nel primo disco c’era Alison, una ragazza insana di mente vissuta davvero in Canada. E nel secondo album ecco un altro personaggio femminile, realmente esistito e altrettanto sfortunato. Stavolta però non si tratta di un caso di pazzia non arginato dall’ignoranza dei parenti, ma di un’induzione all’infermità mentale di un sistema educativo idiota.

Non conosciamo il nome della nuova eroina che vediamo nell’artwork di Never, Neverland. Qualcuno ha sempre pensato si trattasse dello stesso personaggio che scende le scale su Alice In Hell, ma non è così. Sappiamo solo che ha una bambola di nome Claire.

La storia vera raccontata nel testo è questa: la piccola, dopo aver dimostrato un interessamento eccessivo per per un giovane garzone di un negozio sotto casa, viene rinchiusa dai parenti in una camera e lasciata a marcire lì molto a lungo, allo scopo, secondo gli adulti, di preservarla dai vizi e le tentazioni a cui sembra già molto presto così incline.  Il finale, con l’irruzione dei servizi sociali e la polizia e la “scarcerazione” della ragazza è “positivo”. Il brano però si conclude in sfumando su un arpeggio tutt’altro che consolante. Il danno è fatto. I probelmi mentali causati dalla segregazione forsata segneranno la vita di quella povera ragazzina per sempre.

E visse per sempre infelice e schizzoide.

Non molti sanno che Waters ha sempre avuto una fissa per le malattie mentali. In un’altra vita magari sarebbe diventato uno psichiatra, gli piace dire. In questa, Priest, Van Halen, Sweet e Slayer sono stati i suoi Freud, Jung, Skinner e Piaget e hanno deciso un’altra cosa per lui.

I testi degli album dei suoi Annihilator sono pieni di situazioni al limite della follia: storie schizzate, incentrate sull’infermità o le nevrastenie. Alison è solo la prima figura significativa di una galleria di casi clinici su ritmi thrash o heavy power.

Questo attrezzo qui è John Bates

Ma per realizzare le liriche Jeff non ha fatto tutto da solo. Insieme a lui si è sempre occupato dei testi un tale un po’ matto di nome John Bates (uno dei primi cantanti coinvolti negli Annihilator). Con lui Waters ha scritto le parole di roba come I Am In Comand, Welcome To Your Death e King Of The Kill, tra gli altri, ma in particolare John è imprescindibile quando si tratta di sondare le menti malate dei personaggi che Jeff vuole sondare.

Waters non scriverebbe un seguito ulteriore del Fun Palace, senza coinvolgere Bates, per dire.

Che poi il Palazzo del divertimento rimanda all’opera dell’architetto Cedric Price ma in una dimensione capovolta,  diventa luogo di visioni tremende ispirate dal senso di colpa di un assassino che ha tentato di sfuggire alle proprie responsabilità.

Insomma, serial Killer, bambine psicotiche si aggirano nella terra di Peter Pan e di Alice. Never, Neverland è pieno anche di brani che aprono a questioni più sociali: come l’inquinamento in Stonewall e l’alcolismo in Road To Ruin.
Esatto, mentre vi lasciate trascinare dalla cavalcata “verso la rovina”, Coburn spinge di trachea sulla vicenda di un tizio che torna a casa ubriaco in macchina e fa un brutto incidente.

A proposito di alcol… Negli anni di Never, Neverland, la band guadagnò l’immeritata fama di essere una delle poche a mantenersi sempre sobria. Le cose, lo ha ammesso anche da Waters anni dopo, non furono esattamente così. L’unico a non bere mai era lui, ma solo prima e durante il concerto. Subito dopo si faceva almeno una decina di birre a notte e questo purtroppo alla lunga ebbe delle ripercussioni pesanti, sia nel rapporto con la compagna di allora che con gli altri elementi della band.

Oggi Jeff Waters è il primo a dirvi che furono anni fantastici, quelli dal 1988 al 1990, ma non tanto per la sua band. Erano gli ultimi giorni felici dell’heavy metal e lui li rimpiange per questo. Uscivano ancora dei capolavori in grado di nutrire l’entusiasmo dei kids e modestamente un paio di quelli erano stati realizzati dagli Annihilator.

Di sicuro fu il periodo in cui il chitarrista si illuse maggiormente di poter fare i soldi veri. E nonostante il successo abbia continuato a crescere fino al 1994, le cose non si misero mai facili. E i collaboratori scapparono sempre.
Pure nel 1991, a ridosso di un tour da paura con i Priest di Painkiller e i Pantera di Cowboys From Hell, e un disco vendutissimo, gli Annihilator perdevano pezzi.

Ray Hartmann, se ne andò senza dare troppe spiegazioni.
E con lui mollò anche Pharr. Il cantante più rimpianto dai fans della band si consegnò all’oblio, alla calvizie e alla pinguedine.

Da anni si parla del carattere dispotico di Waters ma la realtà dei fatti è un’altra. In quanto progetto di Jeff, il grosso degli introiti sono da sempre stati per lui e questo è un limite notevole per chiunque altro dei coinvolti in line-up. Gli altri membri delle varie formazioni sono sempre stati dei regolari stipendiati in proporzione agli introiti che il gruppo riusciva a ottenere. Evidentemente, anche al tempo del tour con i Judas, Ray e Cob dovettero farsi due conti e prendere una decisione.

Anni dopo Hartmann ha ammesso che con gli Annihilator non ci ha mai svoltato. E come lui un calcolo sui pro e contro di una carriera alle dipendenze di Waters devono averlo fatto tutti, arrivati a un certo punto. Questo nonostante i rapporti tra il batterista e gli altri ex siano sempre rimasti ottimi con Jeff.

“I problemi principali dell’addio di tutti quanti”, dice il chitarrista sono sempre economici, “c’è poco da girare intorno alla cosa. Nella band a malapena ci ricavo da vivere io e non posso pagarli molto. C’è chi ha una famiglia da mantenere e non può permettersi di stare otto mesi in giro per il mondo a suonare e presentarsi a casa con pochi spiccioli. Bisogna anche dire però che le cause famigliari il più delle volte sono la scusa ufficiale. La realtà di tanta gente che ha frequentato la band erano indebitamenti da droghe e vizi vari”.

Dettaglio non da poco, sempre riguardo alla bella vita di Waters al tempo di Never, Neverland: Jeff si è ritrovato a tirar su da solo un bambino. La madre da cui l’aveva avuto era morta di cancro molto giovane. Oltre a essere un musicista scrupoloso e perfezionista, Jeff è voluto anche essere un bravo papà. Le preoccupazioni di far crescere nel miglior modo possibile quel frugoletto andarono di pari passo con quelle intorno alla band e alle registrazioni dei pezzi.

Per la musica c’erano manager e ingegneri del suono ma per la situazione famigliare il chitarrista decise quindi di rivolgersi a un professionista adeguato.

E così andò da questa psicologa. E la cosa sembrò davvero la più giusta da fare. Lei lo tirò fuori dal buco asfissiante di giapponesi in cui era piombato e gli mise in braccio la sua grande responsabilità dicendogli, ce la puoi fare, Jeff. Sarà dura ma è nelle tue corde. “Perfetto, si parla di corde e io sono un chitarrista, chi meglio di me?” La donna voleva un sacco di soldi, ma era in gamba e li valeva.
Jeff iniziò così  sentirsi subito meglio. Nel giro di quattro sedute era già un uomo nuovo.

Poi alla quinta seduta successe il finimondo.

A un certo punto la donna lo guardò con uno strano sorrisetto.

“Che c’è?” le domandò lui.

“Beh, Jeff, forse è ora che pensi di apportare un cambiamento decisivo alla tua vita, al fine di dare un futuro più stabile a tuo figlio, intendo. Non è questo che volevi?”

“Certo, è quello che voglio. Perciò sono qui e…”

“Esatto. Il futuro che tu desideri per lui e che ora ti preoccupa così tanto”

“Capisco, ma io…”

“Guardati un attimo, Jeff”

Lui esitò. “Che?”

“Guarda te stesso. Ora.”

“Intende, dentro di me?”

“Intendo… fuori, Jeff”

Lui si studiò per un istante ma non trovò nulla che non andasse. Indossava una t-shirt di “…And Justice For All” dei Metallica. Poi aveva dei jeans strappati all’altezza del ginocchio destro e un paio di snikers molto consumate…

“Non voglio che ti senta giudicato da me, ma credo che per tuo figlio sia ora di mettere da parte questa passione per la musica e investire le tue energie su qualcosa di più stabile. Un nuovo inizio per te, Jeff, e un futuro più sicuro per il tuo bambino. Non credi sia la cosa giusta da fare? Crescere per far crescere?”

Waters non seppe cosa rispondere. Non si sarebbe mai aspettato un simile attacco da quella donna. La pagava per avere consigli su come tirare su il figlio, non sul vestiario e tanto meno su cosa farne dei propri sogni e sulle scelte  professionali. La musica era tutto per lui. Non avrebbe mai perdonato se stesso di rinunciare a essa per… cosa? Diventare un fottuto psicologo che dice a qualcuno di uccidersi l’anima per crescere un figlio viziato nelle scuole migliori? Che genitore poteva essere se rinunciava a credere in se stesso, se rinunciava a combattere per ciò che amava? Cosa avrebbe dato a suoi figli a parte dei fottuti soldi?”

La donna non disse altro. I due guardarono la moquette e attesero per un po’ in silenzio, mentre fuori la luce del giorno iniziava a perdere intensità. Forse lei capì di aver fatto una cazzata con Jeff. E magari quando lo vide uscire si rese conto che non l’avrebbe più rivisto. O chissà, era così brava che l’aveva saputo da subito che lui non stava dicendo sul serio, quando piagnucolava che avrebbe fatto di tutto per il proprio bambino. Ora capiva di quale bambino lui stava parlando, quello che aveva dentro di lui.

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