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Cimitero vivente – La via del Wendigo micmac!

Cimitero vivente è un film di Mary Lambert del 1989.

In Pet Sematary, la cosa che pensi sia il tuo angelo, finisce per non esserlo – Mary Lambert

Gatti e bambini. Inevitabile pensare all’impero di facebook costruito su questi due grandi pilastri di pucciosità e poi vedere come li riducono i camion della Orinco e di seguito come li restituisce il cimitero dei MicMac. Era il 1989. Altri tempi. Non ci aspettiamo la stessa scorrettezza nel remake.

A proposito, sono esistiti davvero i MicMac. Ed esistono ancora. Sono 40’000, quasi quanto gli abitanti del Comune di Pinerolo e Canale Monterano messi insieme. Non si sa quanti ve ne fossero nel Maine, visto che erano stanziati in Canada, ma alziamo le mani e le nostre mani si chiamano incredulità.

Ecco Giorgino nel 1988. Levate gli zombie e mettete la troupe di Monkey Shines!

PRIMA PARTE – GEORGE ROMERO, IL WENDIGO E UNA RAGAZZA TOSTA AMICA DEI RAMONES

Il film di Mary Lambert, per cominciare, doveva essere diretto da George Romero. Lui e nessuno – aveva detto Stephen King, durante una di quelle interviste chissà quanto alcoliche dei primi anni 80. Il romanzo era uscito nel fatidico 1983 (l’anno del triplete kinghiano) e già ne abbiamo parlato qui, ma sul farne un film, lo scrittore la rese subito difficile – Ci sono troppi aspetti oscuri e davvero personali in quel libro diceva – per poterlo dare a un qualsiasi regista con un buon curriculum e molto entusiasmo. Io mi affiderei solo al mio amico George.

E conveniamo che sarebbe stato affascinante vedere la versione di Romero di una storia tra le più spietate e cruente mai scritte da King. Pet Sematary fa paura – conferma Mary Lambert – non tanto perché i morti ritornano ma perché bisogna dire a una bambina che il suo gatto è schiattato. C’è niente di più tremendo del dover spiegare la morte ai propri figli?

Spiegare il sesso ai propri figli? Forse.

Spiegare Salvini al Governo ai propri figli, più probabile.

Di sicuro però sono più le cose “vere” del film e del libro a mettere i brividi, rispetto a quelle “fantastiche”. La storia è piena di zombie, certo ma non mordono. O meglio, il cannibalismo c’è di mezzo, però i morti fanno già il loro sporco lavoro ciondolando e scavando buche in cortile, divorando vermi e massacrando procioni. Ma le cose più spaventose sono un camion e una ragazza ammalata.

Parlavo di antropofagia per via del dio Wendigo.

Ecco un ritratto in cui posa il Wendigo

Sapete chi era?

No, non lui. Sempre di buon umore, Dave, tranne quella volta ad Haiti…

Ecco, le foto mi si infilano dove gli pare, porcacciaputtana. Già che ci siamo fatemi presentare il responsabile degli effetti speciali di Pet Sematary. Signori, Dave Anderson.

Al tempo, questo simpaticone non era così famoso ma prometteva già tanto. Era reduce da Il serpente e l’arcobaleno di Craven e Alien Nation di non ricordo chi, cercatevelo. La prima delle due esperienze citate era stata (e rimane per lui) la più terribile. La seconda invece era stata e rimane per lui esaltante: budget alto e tanta libertà.

In Pet Sematary, nonostante il pessimo clima del Maine si rivelò una situazione altrettanto stupenda a livello professionale: soldi quanti ne volevi e carta bianca sugli effetti da fare – Erano tutti di cattivo umore a causa del tempaccio – dice Dave – però non era nulla in confronto ai tre mesi spaventosi che avevo trascorso ad Haiti per Il serpente e l’arcobaleno. Stare nel Maine in autunno fu una vacanza per me. Prova a girare alle tre di notte in un cimitero haitiano e capirai cosa intendo. Roba da matti. In Pet Sematary finimmo per realizzare più roba di quanta ne avevamo in programma con la sceneggiatura. Doveva esserci anche il Wendigo micmac, eccome! Purtroppo però la materializzazione dello spirito, prevista a un certo punto e creata da Fantasy II come effetto ottico la eliminammo perché venne poco convincente.

Il Wendigo non è molto frequente nel Maine. Nell’omonimo racconto lungo di Algernon Blackwood, il demone viaggia con il vento nei boschi canadesi. A lui ci si riferisce nel film L’insaziabile di Antonia Bird, ambientato in Sierra Nevada, e in una manciata di prodotti più o meno interessanti, sempre nell’ambito del genere.

La spedizione Donner in Colorado, con i superstiti costretti a mangiare i morti per tirare avanti, è la base del film diretto dalla Bird ma viene anche citata in Shining. Per certi versi il Wendigo avrebbe potuto spiegare molte cose di ciò che accade all’Overlook Hotel ma King non lo usò lì.

La responsabilità di tutto quello che capita nel romanzo Pet Sematary è assolutamente del Wendigo. Punto. I Micmac non sono conniventi, ma custodi renitenti. Nel film invece è il luogo. Il cimitero indiano sputa fuori i morti che vi vengono sepolti, sia persone che animali, ma non si sa per quale ragione. Il genocidio dei Pellerossa? L’inquinamento? Paganesimo Vs. Jesus Christ? Fate voi. Che ognuno si trovi la causa che preferisce.

Di sicuto stavolta Stephen King non si lamentò perché la trasposizione non era stata fedele alla storia perché lui si premurò di buttar giù la sceneggiatura. L’aveva fatto anche con Shining ma Kubrick ci pranzò sopra un paio di volte e poi la infilò in uno degli scomparti del suo maniacalissimo archivio.

King firmò la sceneggiatura di Pet Sematary (storpiatura infantile di Cemetery) e scelse una regista giovane e abbastanza ragionevole da non fare il cazzo che le pareva senza prima dirlo a lui.

La somiglianza con Zeder di Avati è palese, inutile stare a discuterne, soprattutto nel finale. La colpa è di King perché fu lui a scegliere di ricalcarlo nella sua sceneggiatura. Specifichiamo un attimo: l’idea del cimitero indiano (simile a quella dei terreni K nel film) è un caso. King scrisse il libro proprio mentre il regista emiliano, il fratello Antonio e Maurizio Costanzo lavoravano alla sceneggiatura del loro film (1982). Ste cose succedono. Sono coincidenze creative. Le idee stanno nell’aria e le menti si connettono a qualcosa di energetico e pazzesco che qualcuno chiama ispirazione. L’ispirazione è un cordone unico che offre a tutti la stessa sbobba. Sono le menti a fare poi la differenza con quello che riescono a trarne.

L’autore americano però vide l’horror di Avati, lo cita tra i titoli più riusciti nell’elenco in coda al saggio Danse Macabre. Di sicuro quindi King pensò bene di ricalcarne la chiusa per la sua sceneggiatura, allo scopo di concludere lo script col botto, visto che nel film italiano  funzionava alla grande.

A basarsi sul romanzo, questo avrebbe dovuto essere l’ultimo fotogramma

Il finale sulla pagina non era così aggressivo. Si tratta di una riconciliazione tra Louis e Rachel dal regno dei morti ma sospesa nel momento del ritorno di lei. Il marito è in cucina e attende, folle e speranzoso che stavolta con sua moglie le cose possano andare nel modo giusto perché l’ha sepolta poco dopo che è morta… non ha aspettato troppo come per Cage.

Nel film è chiaro che le cose vanno a finire di merda. Si vede lei che afferra il coltello e mentre iniziano i titoli di coda  si sente l’urlo del povero Louis (Dale Midkiff).

SECONDA PARTE – ENTRIAMO NEL FILM

Cimitero vivente (questo è il titolo italiano) resta una delle trasposizioni che hanno più soddisfatto King. La sua difficoltà a offrire il progetto a nessuno che non fosse Romero, lo scrittore la superò grazie a due cose: George si fece così aspettare e desiderare da indispettire l’amico Stephen (e il produttore Richard).

E il film d’esordio della Lambert, che King visionò prima di affidarle lo script si intitola Siesta, Non gliene avevano parlato bene ma alla fine lo convinse subito che lei sarebbe stata perfetta – è che visivamente lo trovai molto audace e potente – dice Stephen – nonostante non fossi sicuro allora e tantomeno adesso di aver compreso tutto della trama. E poi Mary era in fissa con i Ramones, esatto. E li conosceva pure, quindi…

I Ramones! Altro che chiacchiere. Uno degli elementi decisivi che andarono a favore della Lambert, nella decisione di King, fu l’amicizia di lei con la band. La regista veniva dal mondo dei videoclip (stava dirigendo Like a Prayer di Madonna quando le consegnarono la sceneggiatura di Pet Sematary) e si muoveva le musicbiz da tempo. La band punk rock avrebbe accettato una partecipazione al film, se era la Mary Lambert a chiederlo.

I Ramones!

I Ramones King ce li “sentiva” così bene nel film! E nel film fa capolino Sheena Is A Punk Rocker in una delle scene clou (la morte di Cage) mentre in chiusura possiamo sentire il pezzo appositamente scritto, che si intitola Pet Sematary, appunto.

Se escludiamo questi due brani, per il resto delle musiche c’è solo lo score di Elliot Goldenthal (Drugstore Cowboy, Alien 3, Intervista col vampiro).

Elliot quando sta per fare lo scherzo della score

Magari King avrebbe optato per una più massiccia dose di hit punk dei Ramones (come gli AC/DC nel suo Brivido) ma difficilmente si riesce a immaginare altri punti della pellicola in cui metterle senza risultare indelicati. Il compositore ha ammesso di aver pensato a Lalo Schifrin di The Amtyville Horror per tutti quei cori angelici un po’ sghembi che si sentono ogni volta che la storia si avvicina al piccolo cimitero degli animali. E per il resto Elliot ha ripiegato sul sentiero già abbondantemente battuto in L’Esorcista, non da Mike Oldfield ma da Jack Nitzsche.

Ma come al solito noi siamo qui a farci mille pippe in testa quando i retroscena sono ancora più banali e ridicoli. I motivi della realizzazione di Pet Sematary furono sempre un paio ma non quelli detti sopra. – Il primo – dice King – è che avevo completato un copione di cui ero soddisfatto e che mi sembrava potesse funzionare bene. Ero convinto che fosse possibile girare la mia sceneggiatura, anche se era tutt’altro che tenera e avrebbe messo la fifa blu addosso a un sacco di gente. Ma soprattutto era praticamente deciso che si sarebbe girato nel Maine. Nella contea di Washington, cioè in una zona veramente depressa. Devo stare attento a come mi esprimo al riguardo, perché non voglio assumermi il ruolo di filantropo caritatevole che vuole fare qualcosa per il suo stato natale, ma la verità è che me ne hanno dette di cotte e di crude per non aver mai esercitato più influenza nel far girare dei film nel Maine. Dunque avevo la mia grande occasione e alla fine ho deciso di non lasciarla scappare. Potevo far girare un film nel Maine, richiamando in zona un sacco di soldi e chiudendo la bocca a molti critici.

Quanto alla defezione finale di Romero la verità è presto detta – Richard Rubinstein, il produttore del film, ha avuto più di qualche screzio con George, dice Stephen King – a lui non stava bene di avere così poco tempo a disposizione per realizzare Cimitero Vivente. Stava finendo Monkey Shines e considerando l’impegno che aveva preso dovette rinunciare. Avesse saputo che la lavorazione sarebbe durata tre mesi…

Un giornalista, Rodney A. Labbe parlò di un’atmosfera molto paranoica sul set. Per Mary Lambert e Fred Gwynne c’era da rinunciare subito. Erano in silenzio stampa. Il resto della troupe si sbottonava un po’ ma al momento di firmare una liberatoria mi chiedeva di mantenere l’anonimato assoluto. Erano tutti terrorizzati. Questo perché la scelta di mettere in mano un progetto così grosso a una che aveva nel curriculum solo un insuccesso come Siesta e qualche videoclip trash insieme a Madonna era un azzardo e un’offesa ai danni dei fan di Romero, rimpiazzato così alla buona, e quelli di King.

Non avevamo cominciato – dice la Lambert – e già erano partite le reazioni negative, quindi decidemmo di stare zitti affinché non fosse usato contro di noi. La lavorazione fu un incubo peggiore del film stesso. Cominciammo a girare in un clima torrido, le minime erano di 35 gradi. Non si respirava. Poi, dopo nemmeno un mese le temperature scesero e iniziarono le prime gelate. Eravamo tutti sempre malati, con la febbre, il raffreddore… Un disastro. Forse è per questo che Pet Sematary è tanto arrabbiato. Ha una carica molto estrema, visti i livelli generali di una grossa produzione.

Cimitero Vivente è infatti un film piuttosto splatter per gli standard americani mainstream del 1989 (e per essere un lavoro tratto da un libro di King) ma allo stesso tempo è molto più vicino al terrore che all’orrore. C’è più da inquietarsi che altro. Il personaggio di Pascow (che molti avvicinano allo zombie ammonitore Jack di Un lupo mannaro americano a Londra di Landis) è abbastanza rivoltate ma l’ironia e l’attitudine un po’ troppo sorniona alla Canto di Natale di Dickens lo trasformano quasi in un elemento fiabesco e rassicurante.

Un altro ex mostro, l’attore Fred Gwynne (Herman Munster della serie The Munsters) è il secondo cocchiere a condurre il povero dottor Creed verso il posto che fagociterà e risputerà fuori in modo molto meno appetitoso la propria famiglia.

Il personaggio di Jud, interpretato dal Gwynne (morto di tumore al pancreas nel 1993) è meno ambiguo nel film rispetto al libro. King scrive infatti che durante il tragitto in cui il vecchio conduce il dottore a seppellire il gatto in un posto oltre il vecchio cimitero degli animali, c’è nei suoi occhi una luce strana, quasi diabolica.

Ovvio che nel proseguo della storia Jud torna a essere il papà che Louis non ha mai avuto ma di sicuro sia lui che Pascow sono strumenti del male che apparentemente vengono spinti da buone intenzioni.

Sorprende oggi più di ieri l’interpretazione del piccolo Miko Hughes nella parte di Cage. Ormai adulto, lui lavora agli effetti speciali nel cinema e sembra aver messo da parte le velleità attoriali, ma a due anni si rivelò un provetto assassino.

Mary Lambert e la Paramount avevano messo in conto di usare un mostriciattolo robotizzato per il ruolo del piccolo zombie e alle perse di usare un fottuto nano, ma non ce ne fu motivo, perché Miko finì per risultare molto credibile con quel bisturi in mano e il sorrisetto affamato.

Nel libro il bambino è ridotto tanto male dopo l’incidente che a stento si poteva riconoscere Cage in  quell’agglomerato di arti ricuciti alla meglio possibile. Nel film lo zombetto è pressoché integro: ha solo una cicatrice in testa. Il suo sguardo è lo stesso, il faccino è intatto. Ringhia ed esprime un odio davvero difficili da mandar giù, anche pensando che è un film, soltanto un film. E lui solo un bimbo, davvero, un bimbo di due anni appena.

Per quanto riguarda Church il gatto, ne sono stati usati sette, di cui uno impagliato per la scena in cui viene trovato morto la prima volta.

TERZA PARTE – LA VERA STORIA ALLA BASE DI PET SEMATARY

mmmmOWWW!

King ha sempre sostenuto di averci messo molto di suo nel romanzo. Ecco cosa ne dice a riguardo:

Quello che accadde fino a poco prima della morte del bambino è tutto vero. Ci trasferimmo in quella casa lungo la strada. Eravamo a Orrington invece che a Ludlow, ma c’erano i camion che continuavano a passare, e il vecchio dall’altra parte della strada disse davvero, Vuoi solo stare lì a guardarli sulla strada… Andammo davvero nel campo. Facemmo volare gli aquiloni. Ci recammo a vedere il cimitero degli animali domestici. Trovai veramente Smucky, il gatto di mia figlia, morto, investito, sulla strada. Lo seppellimmo al cimitero degli animali e sentii veramente Naomi nel garage la notte dopo averlo seppellito. Sentivo questi rumori scoppiettanti – stava saltando sul materiale per imballaggio. Piangeva e diceva, Ridatemi il mio gatto! Che Dio se ne prenda uno suo! Ho messo tutto nel libro. E Owen si mise davvero a correre verso la strada. Era piccolo, avrà avuto due anni. Gli urlai, Fermati! E ovviamente lui si mise a correre più veloce e rise, perché è quello che si fa a quell’età. Lo rincorsi afferrandolo al volo, ricadendo sul bordo della strada, e un camion gli tuonò accanto. E tutto questo è nel libro. E poi ti dici, Devi spingerti un pochino oltre. Se hai intenzione di affrontare il processo del dolore – quello che succede quando si perde un figlio – devi entrarci fino in fondo. E lo feci. Sono fiero di averlo fatto in quella misura, anche se alla fine è stato terribile, raccapricciante. Voglio dire, non c’è alcuna speranza per nessuno alla fine del libro. Solitamente faccio leggere le stesure a Tabby, mia moglie, ma questa volta non lo feci. Quando ebbi finito chiusi il manoscritto nella scrivania e lo lasciai lì. Mi misi a lavorare a Christine, che mi piaceva molto di più. E fu quello il libro che pubblicai prima di Pet Sematary.

Ma al di là dei fatti ricopiati dalla vita, c’è anche tanto di quello che era accaduto nel cuore di Stephen King. In Pet Sematary lo scrittore affronta il problema della famiglia. Il cimitero Micmac è un crocevia tra il suo futuro di padre, marito, pieno di paure e il passato di figlio sofferente, insicuro e divorato dai sensi di colpa.

Per cominciare parliamo del padre che non ha mai avuto. Il protagonista Louis all’inizio della storia incontra il buon vecchio vicino Jud. Tra i due è amore paterno e figliale a prima vista. Se non fosse abbastanza esplicito lo dice King stesso che si tratta di questo.

Stephen King fu abbandonato da piccolo, è risaputo. Lui, i fratelli e la madre furono piantati in asso da un genitore misterioso di cui poco si conosce, tranne che era impiegato all’Electrolux e prima ancora era stato Capitano della Marina Mercantile durante la Seconda Guerra Mondiale (sto citando Wikipedia, esatto).

Il papà di King sparì ma lasciò in soffitta una serie di paperback dell’orrore. Il figlio li trovò e con essi alcuni racconti mediocri che l’uomo aveva realizzato. Inutile dire che aprirono al giovane autore in erba un mondo di cui poi è divenuto non Re (come si ribadisce da 40 anni facendo il solito gioco con il cognome) ma imperatore assoluto o se volete attenervi alla dimensione capitalista degli americani, un magnate.

L’altra parte grossa che l’autore ha messo nel libro è la perdita della madre. Tacete e seguite il mio discorso.
Non c’è da dire molto su Nellie. Stephen l’adorava e la sua perdita, poco dopo il successo commerciale, fu una tragedia che cercò di ingoiare trangugiando alcolici, ingerendo pasticche di Valium e pippando coca per quasi quindici anni.

La Fine arrivò nel febbraio del 1974 – scrive Stephen in On Writinga me erano cominciati ad arrivare i primi soldi di Carrie, così potei contribuire alle spese mediche: ci fu almeno questo di cui sentirsi contenti. E fui partecipe degli ultimi momento, alloggiato nella camera da letto degli ospiti a casa di Dave e Linda. La sera prima ero ubriaco, ma i postumi erano blandi, e questo è un bene. Nessuno vuol essere troppo sbronzo davanti al letto di morte della propria madre.

A un certo punto Dave mi svegliò alle sei e un quarto avvertendomi sottovoce attraverso la porta che gli sembrava se ne stesse andando. Quando entrai nella camera da letto era seduto di fianco a lei e reggeva la sigaretta che stava fumando. Cosa che lei faceva tra rantoli rochi. Era cosciente solo in parte e i suoi occhi si spostarono da Dave a me, per poi tornare su Dave.

Mi sedetti di fianco a Dave, presi la sigaretta e gliel’avviciani alla bocca. Lei spinse le labbra all’infuori per afferrare il filtro. Accanto al letto, a riflettersi innumerevoli volte nei vetri di un assortimento di bicchieri, c’era una prima bozza rilegata di Carrie. Zia Ethelyn gliel’aveva letta a voce alta un mese circa prima di morire.

Cimitero vivente forse fu il modo per King di fare i conti con un padre inesistente e una madre che l’aveva raggiunto nel nulla da qualche tempo, la butto lì. Prende di petto il tema della morte e non offre alcuna consolazione. Il film purtroppo glissa sul rapporto padre/figlio di Louis e Jud e di sicuro tra un gatto morto vivente e un bambino assassino c’è poco da rintracciare la madre di King. Lo scrittore in sede di sceneggiatura però fece un’aggiunta interessante.

Uno dei personaggi che nel libro si nominano (e che sopravvivono) è Missy Dandridge. Una Dolores Claiborne giovanile. Ecco, Missy, interpretata da Susan Blommaert, nel film si suicida. Nel libro no.

Beati siano i malati

E il funerale offre all’autore la possibilità di recitare il suo improbabile cameo nella parte di un prete. Tenete presente che durante la cerimonia per la morte di sua madre, King tenne un discorso di commiato da sbronzo. Nel film rivive quel ruolo di cerimoniere in veste clericale quasi a voler prendere in giro prima di tutto se stesso.

In Cimitero Vivente della Lambert, Missy decide di togliersi la vita per un tumore che la sta divorando. Lei non ammette di averlo. Finge che sia un dolore passeggero e rifiuta l’offerta del dottor Louis di visitarla. La sua morte sostituisce nell’economia del film, quella della moglie di Jud, che sulla pellicola non esiste nemmeno. E con Missy (come lo era per la donna anziana nel libro) è più chiaro il riallaccio alla mamma di King, i cui sensi di colpa evidentemente finisce poi per trascrivere in forma più allucinata e terrifica nel personaggio di Zelda.

L’attore che interpreta Zelda, (esatto, si tratta di un uomo) è Andrew Hubatsek e dovrebbe vestire i panni di una pre-adolescente di dieci anni martoriata da una crudele malattia (la meningite cerebro-spinale). Nel libro, la morte traumatica della sorella maggiore di Rachel Creed (Denise Crosby) è la base della sua stessa paura nei confronti della morte, quasi a livelli di irrazionale ribellione a essa. Se tutto ha inizio è per via di Zelda e non della cattiva notizia da non dare a Ellie, sul gatto Church morto sotto un autotreno. Nel libro King la mette meglio: Rachel ha la fobia dei funerali e non vuole che sua figlia conosca il reale destino delle cose. Jud e Louis insistono nel dirle che la piccola deve sapere che si muore, ma lei è inamovibile (nel libro). E quando il vecchio conduce tutta la famigliola al cimitero degli animali, pensando di fare cosa buona e giusta, Rachel se la prende così tanto da fare una testa così a Louis la sera stessa.

Lui non sa cosa ancora cosa abbia significato la morte di Zelda per la moglie, ma intuisce che c’è un trauma irrisolto dietro la volontà ferrea di Rachel nel negare l’idea della morte ai suoi piccoli. Quando Louis si ritrova da solo a dover gestire la morte del gatto, non fa altro che evitare la verità alla figlia, per favorire Rachel e la sua fobia aggressiva verso qualsiasi cosa la riconduca alla morte.

Rachel soffre soprattutto per l’aver desiderato il decesso della sorella, per essere arrivata a odiarla. Il suo aneddoto su Zelda è uno dei più raggelanti assieme a quello su Babbo Natale di Kate in Gremlins. Ma inutile dire che c’è molto altro dietro questa faccenda. Zelda non è solo uno spauracchio ben congegnato.

Visto che non abbiamo un cazzo da fare e ci piace sprecare il tempo in queste oziose indagini, mettiamo un attimo a confronto la descrizione che King fa della madre morente e quella della sorella di Rachel.

Gli occhi di mamma si spostavano da Dave a me, da Dave a me. Era scesa da settanta chili a quaranta. La sua pelle era gialla e così tirata che sembrava una di quelle mummie che portano in corteo nelle strade del Messico il giorno dei morti. Le reggemmo la sigaretta a turno, e quando fu consumata fino al filtro, io la spensi. Sotto il lenzuolo non c’era il corpo di nostra madre ma quello di una bambina denutrita e deforme. (On Writing)

E ora Zelda in Pet Sematary: Il suo corpo sembrava… sembrava restringersi, ritirarsi in se stesso… le spalle s’ingobbivano, la faccia era diventata una maschera. Le mani erano come le zampe degli uccelli.

In La donna nella stanza, racconto che chiude la prima raccolta di short-stories di King, A volte ritornano (1976) lo scrittore rivive la morte della madre nel modo più esplicito e diretto, ma la trasferisce in un contesto ospedaliero. Mentre Nellie King morì in casa. Si tratta ovviamente del solo titolo dell’antologia che non ha elementi soprannaturali. La donna nella stanza sembra quasi uno scritto di Raymond Carver, più che di King. Parla della morte di una donna malata, dal punto di vista di un figlio debole e alcolizzato.

Stephen King non si sarebbe definito così nel 1976 e nemmeno nel 1983 ma ora vi direbbe che lo era eccome, alcolizzato. I motivi li spiega lui in On Writing. E se c’è una cosa che richiama all’horror nella testimonianza senza filtri narrativi del suo libro più intimo, sono gli occhi della malata, che non mollano mai il figlio. Respira male, vive a stento ma lo sguardo è sempre fermo su di lui, con la tenacia cancrenosa di un personaggio di Poe.

Però badate al cambio di scenario. L’ospedale e non la casa nel racconto La donna nella stanza. Credete sia poco? Allora leggete cosa fa dire King a Louis in Pet Sematary, quando tenta di consolare Rachel sulla morte di Zelda e l’importanza che sia avvenuta in casa.

Vuoi che ti mostri i testi? E le statistiche sui suicidi? Vuoi vederle? Nelle famiglie dove un paziente irrecuperabile è stato curato in casa, il tasso dei suicidi va alle stelle nei sei mesi successivi alla morte del malato. Chi ingoia pillole, chi mette in bocca il tubo del gas e chi si spara un colpo di rivoltella. L’odio… lo sfinimento… il disprezzo… la pena. I superstiti hanno l’impressione d’aver commesso un omicidio. E così escono di scena.

Stephen King ha sempre trattato con molta delicatezza e grande commozione l’esperienza della scomparsa di sua madre, ma, qui la sparo grossa, secondo me ha usato le sue storie horror per dire ciò che non avrebbe potuto scrivere direttamente sul trauma di quella perdita.

Tolstoj ha dedicato le sue pagine più insostenibili alla morte del fratello avvenuta quando ancora erano entrambi giovani. Quell’esperienza lo ispirò per Anna Karenina e La morte di Ivan Ilic. C’è tutto quello che si possa scrivere sulla colpa dei sopravvissuti, il sollievo del decesso, la vergogna della decadenza e l’invidia del moribondo. Si tratta di un’esperienza che prosciuga e toglie tanto, ma restituisce con gli interessi in forma letteraria.

Ok, sono chiacchiere e non voglio mancare di rispetto a nessuno; tantomeno King. Io non so quanto lo scrittore stesse tartassando se stesso con il dissidio di Rachel su Zelda, ma di sicuro lascia molto più il segno, nel film come nel libro, la vicenda della sorella morta, di tutto l’andirivieni di corpi dal cimitero, preso paro paro da La zampa di scimmia di W.W. Jacobs.

A proposito di Cimitero Vivente, c’è un altro libro che torna sempre in testa quando leggo i primi libri di Stephen King, ed è I peccatori di Payton Place di Grace Metalious.

Oltre a uno spiccato alcolismo, tra i due autori c’è stato questo problema sulla realizzazione dei desideri. Stephen King ha vinto alla lotteria. Lui ha realizzato, come pochi altri, il sogno americano, passando in un poco tempo dai 6000 dollari annui, a pulirsi il culo, se lo avesse voluto, con banconote dei bei centoni.

E qui torna la Metalious a fargli il controcanto. Nel suo libro infatti lei parte proprio con la frase sibillina sull’esser certi di ciò che si vuole, perché potrebbe diventare vero. I Peccatori di Payton Place non parla di preghiere esaudite o cose del genere. Si tratta della storia di un piccolo buco di provincia pieno di serpi, segreti e scandali mal repressi. La storia intorno al libro invece si avvicina al discorso che facevamo. La vita della povera Grace fu rovinata dal successo. Il successo le portò sfortuna, infinite sofferenze e solitudine. Lei l’aveva desiderato e alla fine lo raggiunse, ma da lì fu tutto un disastro.

King ha scritto un romanzo tutto sulla faccenda dei desideri sbagliati. E il film mantiene lo stesso discorso. Pare dirci: cerchiamo di capire bene cosa vogliamo prima di ottenerlo perché il giorno che verrà a bussare alla nostra porta non avremo una zampetta di scimmia con un ultimo desiderio in canna per suicidarci.

Il sogno che si avverò, quando ormai King era ridotto a scrivere nel cesso di una roulotte con una tavoletta di legno a fargli da scrivania sulle cosce, lo sprofondò nell’alcol e in sostanze ancora più pericolose. E gli costò la morte della mamma.

Se pensate che sia irrazionale, beh, non avete idea di quanto siamo in gamba a rovinarci la vita con idee irrazionali. Oso ipotizzare un cordone materno ancora ben saldo nella testa di Stephen King tra l’exploit come romanziere, la fine dei giorni di Nellie e l’oscurità intorno a quell’oasi di milioni, tre figli e una moglie adorabile.

E Pet Sematary è la lettera più disperata che un uomo possa mai scrivere: solitudine, dolore e paura alle spalle e solitudine, dolore e paura davanti. Non c’è denaro, amore o famiglia che tengano. E il cimitero dei Micmac è la sola via di fuga. Chi si accontenta… muore.

 

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