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Inter Arma – La puzzolente retorica e la critica metal!

inter arma

Sulphur English è un album degli Inter Arma uscito nel 2019 per Relapse.

Cast a cold eye
On life, on death.
Horseman, pass by! –
William Butler Yeats – Under Ben Bulben

La prima cosa importante che dovete sapere, è che il nome della band non c’entra nulla con il calcio italiano. Francesco Ceccamea

INTER ARMA viene da una frase di Cicerone che dice: Silent enim leges inter arma ovvero (più o meno, io ho fatto Ragioneria e non il Liceo calssico, quindi possiate perdonarmi) Tacciono le leggi in mezzo alle armi.

Quindi Inter Arma vuol dire In mezzo alle armi.

Sigla!

Sono cresciuto nel bel mezzo del nulla, e quando ero un ragazzino non capitava spesso di incontrare persone che apprezzassero la roba estrema. C’era questo tipo a scuola che indossava sempre le magliette dei Metallica e le camicie dei Guns N’ Roses e in particolare ricordo che se ne andava in giro con un Walkman quasi tutto il tempo. Era più grande di me. Io però presi coraggio e un giorno gli chiesi a bruciapelo cosa stesse ascoltando. Lui si tolse le cuffie e me le mise in testa. Sentii una roba che… Insomma, non il solito hard rock, era una cosa più pesante, strana, indiavolata. Il tizio mi tolse le cuffie dalla testa e se ne andò. Lo inseguii domandando che band fosse ma lui non volle rispondermi.  Era un po’ stronzo, mi sa.

Dopo qualche tempo riuscii a scoprire di chi si trattava. Sepultura. Beneath The Remains. E da lì badate bene che non mi si aprì l’Inferno. Semmai mi ci ricondusse. Ero già stato davanti alla bocca delle tenebre, sissignore. Ma ciò che avevo trovato non erano lingue di fuoco e un calore insostenibile e corpi carbonizzati che danzavano tutti arrapati. Avevo trovato il ghiaccio più duro e spietato a darmi il benvenuto. E dentro quel ghiaccio c’erano vecchi morti che mi fissavano. Lo ricordo perfettamente. E fu un disco a condurmi lì. Facevo la quarta elementare. Mia madre mi aveva portato in una libreria. C’era un reparto di CD e le chiesi di comprarmi “In The Nightside Eclipse”. Non sapevo cosa diavolo fosse ma adorai subito la copertina.

Nel momento però in cui lo misi nello stereo, quello che sentii mi spaventò a morte. Ero così terrorizzato che presi quel CD e lo gettai in fondo all’armadio. Lo recuperai due anni più tardi, dopo aver scoperto i Sepultura. Riuscii a trovare il coraggio di tornare dagli Emperor e lasciare che quel ghiaccio mi si infilasse nelle vene, dandomi un’energia pura che mi permise di guardare negli occhi i morti sotto il permafrost e iniziare a sentire cosa avevano da raccontarmi. Non sono mai tornato da lì.

Mike Paparo, signori.

1 – GROWLING POETRY

La musica degli Inter Arma è il contenitore ideale per uno spirito tormentatissimo. E Paparo, da una caverna, ci infila dentro le meschinità dolorose e i sogni disperati che solo il buio e il freddo possono spremere fuori dal cuore di un uomo.

Avete ragione, Mike è un tipo che se la vive male. Ha problemi di depressione e sovente i testi che scrive girano intorno a questa strana forma di sofferenza profonda e inpendente dalle cose che ci accadono. Possiamo diventare ricchi all’improvviso, o perdere nostra madre in un incidente. A quella puttana non interessa. Il dolore lo porta a volte a ubriacarsi e vagare per le strade, svegliandosi con la guancia spalmata sulle mattonelle del giardino di qualche sconosciuto. Oppure, quando gli dice bene, la depressione lo spinge a scrivere versi che poi urla in faccia a una platea di giovani senza camicia e l’aria confusa quanto la sua.

Sulphur English è il quarto lavoro degli Inter Arma in poco più di dieci anni. Rispetto alle cose del passato, nelle intenzioni della band c’era una gran voglia di oscurità, tanto per cambiare. Ehi, no, dicono loro, in effetti il precedente Paradise Gallows era venuto molto più vitale e colorato; un po’ come il bombardamento Königsberg. Bisognava però ricondurre la navetta che si vede sulla copertina del disco in un gigantesco maelstrom inghiotti-anime.

Ok – dice Paparo – ma non c’è mica da stare allegri visto come va il mondo. Siamo sulla soglia del baratro e tutto il resto, no?

Anche fosse, cosa dovremmo fare, buttarci dentro?

Io odio l’immobilismo – risponde lui con un’alzata di spalle – Magari in quel baratro c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Musicalmente Sulphur English è come mettersi in coda a una mietitrebbia in funzione e respirare a pieni polmoni tenendo gli occhi bene aperti. Ci si sente più o meno così. Cosa volete? Il metal riesce sempre a condurci in posti strani della nostra anima. Per questo lo adoriamo, no?

Paparo stavolta però non ha optato per l’introspezione. Ha deciso di dire qualcosa sul mondo dei Telegiornali, dei Media, la finanza e la politica. Aspettate, non è diventato Zack de la Rocha ma insieme alle sue visioni al termine della notte e i tuffi nella melma depressiva su cui è abituato a surfare, Mike non le ha mandate a dire riguardo Trump e i profeti con la lingua biforcuta.

Sulphur English (che possiamo tradurre come “retorica puzzolente”) parla di chi è al potere oggi in America (e non solo) e di quello che i suoi ipno-parolai stanno facendo grazie all’uso di una retorica molto più insidiosa e venefica di qualsiasi inferno ghiacciato creato dagli Emperor ai tempi delle elementari nella cameretta di Paparo.

Il giovane metallaro che lanciò il disco in fondo all’armadio oggi indietreggia davanti allo schermo dietro a cui fa capolino il faccione da culo ragadico di Don Trump. Lui blatera menzogne su menzogne senza fermarsi un attimo e nella mente di Mike si fa esplodere le corde vocali ancora una volta il vecchio Ihshan, mentre nella calotta cranica gli riecheggiano le fatidiche parole che lo riguardavano molto più di quanto potesse immaginare a dodici anni o giù di lì.

Beyond the light of a new day
Into the frozen nature chilly,
Beyond the warmth of the dying sun.
Hear the whispering of the wind
The shadows calling…

Sulphur English però non è tutta un’invettiva contro il governo maiale. Del resto a Paparo piace William Butler Yeats e anche stavolta si rifugia in suggestioni e immagini che sanno di purezze lontane. La chiave di volta per capire i suoi testi è la meditazione, dice. Non si può cercare di interpretarli alla lettera. Sono esplorazioni intime, riportano alla luce alcune fasi salienti di un percorso che sono costretto a fare nel tentativo di lenire il dolore. Il mio soffrire mi pervade a onde e mi spinge lontando dagli altri. Si tratta di una cosa che mi capita di continuo: sto con loro e bum, dopo una di quelle gelide ventate mi ritrovo solo, in un angolo freddo e pieno di scaracchi secchi con su scritto il giorno della mia morte.

Quello che segna i tempi di maturazione del metal oggi, badando al cantato di Paparo, alla sua duttilità stilistica (un momento è un furente Dave Vincent dei Morbid Angel e quello dopo il più mesto Joan Edlund dei Tiamat) e soprattutto guardando all’approccio molto impegnato con le liriche, è che mentre la batteria ci ramazza lo stomaco a colpi di blast-beat e le chitarre ribadiscono un riff lugubre e strascicato, lui ci vomita sopra in un misto di catarro e budella. Ma non usa la rabbia e il disgusto per raccontarci la storia di uno che scopa sua sorella con un taglierino e nemmeno di antiche foreste dove l’anima può trovare il ramo giusto a cui appendersi. Lui ci dice queste parole:

Placido è il rintocco della campana di ferro
Che risuona e si infrange contro le colline
E si posa sulle coltri dei letti asciutti e nei boschetti intricati
Della valle riarsa dal sole a riposo laggiù.

La canzone citata è in apertura, subito dopo l’intro Bumgarden, e si intitola A Waxen Sea. In pratica è una mistura di Darkthrone e death floridiano ma finisce per trasmetterci versi così dolci ed evocativi. Possiamo limitarci a registrare con la mente il rumore vocale e fingere che parli delle solite cazzate atroci oppure metterci d’impegno e tentare di seguire le parole reali. E trasalire.

So cosa state pensando. E allora i My Dying Bride e i Paradise Lost dei primi anni 90? Anche loro usavano il growl e la melodia dimessa per esprimere concetti profondi sul destino e la morte. Vero, ma guardavano verso un tipo di poesia decadente ricca di immagini tremende. Qui c’è quasi sempre la natura e il peregrinare di uno spirito indomito: la contemplazione e il buio sono ingredienti dello stesso viaggio salvifico.

Paparo non si limita a farci star male gettando la sua merda su di noi. Lui riferisce ciò che vede durante le sue traversate nel ghiaccio d’inferno pieno di morti che grondano versi dimenticati dalle iridi marcite dei loro occhi.

Non parliamo di malinconia in stile Halifax Buddy, quindi, ma qualcosa di intimo e allo stesso tempo elegante e superiore. C’è tanta sofferenza nei versi di Paparo, d’accordo, ma anche una fottutissima ricerca. Io penso a Hawthorne o Whitman, non Lovecraft o qualche comiziatore nazi-controculturale.

Oltre la ricerca emotiva in paesaggi naturali, c’è poi una dose massiccia di magia ed è inevitabile, visto che il nume ispiratore è su tutti Yeats.

Conoscete Yeats. Questo qui a fianco. Lo so, non ha l’aria tanto allegra, ma non è il tipo demoralizzato che la mena pesante al mondo intero su quanto sia tutto inutile e destinato alla purulenza. Yeats fu un tipo vitale, interessato al misticismo, membro della Golden Down (società votata allo studio dell’Occulto di cui fu membro de-merito Aleister Crowley. Le sue poesie sono piene di cavalli e questo già lo rende molto sdanghero. Yeats non dice mai cazzate ma nell’insieme, pure i momenti più mortiferi e disperati, c’è in lui un senso di placida rivalsa e non condanna e oblio. Non voglio tediarvi con degli esempi ma vi assicuro che lo stile di Paparo guarda al poeta irlandese e quel suo sollevarsi oltre i villaggi assonnati, le tombe e i prati di fanciulle stanche, sopra le stronzate insomma, e finalmente vede ciò che sul serio c’è da vedere. E sentire.

Paparo non è fortunato come Yeats, non ha quel talento e non vive in un tempo in cui il mondo può capirlo e proteggerlo. Però il poeta non aveva il metal. Paparo sì!

La musica è il solo modo che io conosca per sconfiggere la depressione di cui soffro – dice – il problema è che non sempre funziona. A volte nulla si può con essa, tranne sopportare e aspettare che passi da sola.

2 – IN POLEMICA CON IL MIO TEMPO

Molta della frustrazione sonora degli Inter Arma è rivolta a chi scrive su di loro. I giornalisti si ostinano a etichettarli come un gruppo doom, solo perché in alcuni brani tipo Citadel o A Waxen Sea infilano un paio di riff lenti. L’argomento sta molto a cuoe a Trey Dalton. Con l’occasione ve lo presento:

 

Chitarrista barbuto e rotondetto. Uno dei tanti fratelli di Zach Galifianakis di cui il metal si è popolato negli ultimi quindici anni. Trey ne ha da tirar fuori di madonne se viene fuori l’argomento doom. Sentite qui: Sappiamo come funzionano le etichette e non abbiamo nulla in contrario. Siamo di questo mondo e ci rendiamo conto che certe cose non si possono fermare. La gente ha bisogno di etichettarti. Quello che mi manda al cazzo è il modo superficiale in cui lo fanno. Non è possibile che ci liquidino come un gruppo doom-sludge. Non mi pare che in “Sulphur English” siano presenti momenti alla Cathedral o Saint Vitus. Pezzi come “Citadel” hanno due o tre riff principali che possono suonare molto pesanti ma sotto c’è la batteria che è una furia in blast-beat. Questo non significa niente nell’economia del pezzo? Pare ti vogliano dire, è inutile che T.J. corra come un matto se poi sopra voi ci fate un riff doom! Cazzo, amico, ma che cos’è il doom? Spiegamelo perché a questo punto io non lo so. E non credo di rispettare la mente delle persone se dico che non è doom solo quello che è sotto un certo battito del metronomo. Nell’album “Sulphur English” non ci sono momenti pentatonici alla Black Sabbath. Usiamo si e no tre volte in tutto i fottuti powerchords. Siamo lontani anni luce dal doom, amico. Chiamaci in qualche modo, se proprio ti serve, ma che sia qualcosa che definisca la nostra reale dimensione creativa e non una parola svuotata di senso come doom.

T.J. Childers invece è il batterista.

A dire il vero lui suona di tutto, persino i peli del culo di Paparo, se glielo permettesse. In gamba, il ragazzo. Se ascoltate Sulphur English con attenzione, potete accorgervi che la gran parte delle composizioni, come anche Dalton conferma nella sua sfuriata precedente, sono tre o quattro riffoni con un’infinità di varianti ritmiche sotto. Non credo di esagerare se dico che senza T.J. la band sarebbe un’altra cosa; allo stesso modo che se non ci fosse Mike il tormentato non staremmo nemmeno qui a parlare di Inter Arma.

Ehidice all’improvviso T.J. illuminandosi – Vuoi sentire come è venuta fuori la canzone “The Howling Lands”?Stavamo cercando di entrare in Canada per la prima volta e siamo stati respinti. A causa mia. Cosa avevo combinato? Al momento nulla. Però sulla mia patente c’erano una coppia di DUI (Driving Under Influences). Sono un uomo che si gode qualche sarsaparillas di tanto in tanto e nei miei giorni da coglionazzo sbarbato ho preso delle decisioni sbagliate per quanto riguarda il bere e la guida. In Canada, se hai qualche DUI, sei fottuto. Potresti anche aver stuprato una mucca o un disco da hockey per loro, se hai un DUI. Sei capace di tutto. Insomma, volevamo entrare in Canada per suonare ma non c’è stato verso appena le autorità hanno visto i miei DUI. E così ce ne siamo tornati a casa con i coglioni girati. Io ero seduto sul sedile del passeggero e mi dicevo: “Affanculo il Canada, affanculo il Canada, affanculo il Canada.” E mentre lo dicevo sottovoce come un mantra, mi sono accorto che stava diventando una specie di struttura ritmica. Non ho fatto che tirar fuori le bacchette e scandire sulle ginocchia “affanculo il Canada, fotti il ​​Canada, fotti il ​​Canada”. Quindi, ciò che sentite, tutto quel bel lavoro tribale che c’è nel brano, non significa altro che questo, se lo chiedete a me. Se domandate a Mike vi dirà che lui nel testo dice ben altro, ma io avevo solo un messaggio da riferire con “The Howling Lands” ed è: fanculo il Canada del cazzo! “.

Howling Lands è il primo singolo di Sulphur English. A sentirla mi viene in mente una sorta di processione di schiavi grigi e tristi che seguono il ritmo di tamburi tuonati da esseri enormi con delle gigantesche clavicole umane a far da bacchette percussive. Sono dei mostri massicci e spaventosi, metà licantropi e metà Donald Trump, ricoperti di peli. E dominano il cortei di bigi e scarni spettri da Olocausto. Solo che non si tratta dei vecchi ebrei di History Channel. Sono noi, domani. I mostri battono i tamburi e muggiscono formule liturgiche rivolte a chissà quale dio del caos e della menzogna. E con tutto l’incedere di colpi e ululato indirizzano e sorvegliano lo sciame schiavizzato verso un enorme forno di ghiaccio. Leggendo le liriche di Paparo ho scoperto che la mia immaginazione, in qualche modo, ha visto giusto.

Greggi dominate dalla loro tracotanza
Lavorano sotto costrizione,
Addomesticate con l’angoscia.
Li faranno pregare per i loro dei
Per una pietà così dolce mentre scavano la strada
Al centro dell’inferno.

Il gregge lavora, le bestie sorvegliano.
Ululeranno per i loro dei.

Di nuovo le visioni infernali di Paparo, ma oltre il ghiaccio e i morti, la prima cosa che viene in mente quando si pensa agli Inferi è una visione di Bosch, con i diavoli che umiliano, divorano e fottono i dannati. Non ci vuole molto a capire che il Giardino delle delizie non era la visione di un oltremondo che ci attende ma della realtà futuristica che oggi stiamo vivendo. Quei dannati, quelle povere anime, non sanno di essere all’Inferno e non immaginano di essere ciò che sono. L’Inferno è un segreto. La sua forza è che non crediamo esista. I dannati sognano e si illudono mentre la carne brucia e il culo duole. La voce che blatera dal fondo del muro timbrico di Howling Lands, ipnotizza le greggi, mentre i licantropi ululano nella loro testa, riempiendo tutti di paura e illusioni.

3 – ARMONIA E DELIRIO

Non farei giustizia agli Inter Arma se evitassi di affrontare un aspetto più soft ed elegiaco (insomma, poetico) proprio della loro musica. Anche Sulphur English, che per buona parte è tipo una rissa tra obesi nel reparto dolci di un centro commerciale, possiede momenti più leggeri, rarefatti, dove le chitarre acustiche vagano in paludi oleose e putride, mentre le voce di Paparo, T.J. e Trey Dalton, creano armonie fratesche piuttosto struggenti.

– ammette T.J.- ogni volta che ci sono le armonie vocali è come un tipo di intensità sottile. Non è roba heavy o chiassosa, non è folle ed esasperata, ma c’è un’intensità innegabile. Sono sempre un grande fan di questo genere di cose, che si tratti di Neil Young, Pink Floyd o altri. Ogni volta che c’è un genere di musica rilassato ma così carico, resto inprigionato a pensare o a sognare.

Il momento esemplare del disco, in questo senso (ma credo che possa ritenersi emblematico per l’intera discografia degli Inter Arma) è Stillness. L’arpeggio è di due accordi e avanza come una canoa nella broda marrone, tra le nebbie venefiche, mentre una voce bassa e dolce vagheggia qualcosa che sembra riguardare il futuro o forse un passato antichissimo.

Al crepuscolo
Noi convinceremo il vecchio ruscello a cantare
Un inno
Per sedare la volontà della notte.
Irrequieti,
Ondeggeremo alla sua canzone primordiale,
incantati
Dai fuochi che ardono dentro.

Irrequieti
All’alba
Canteremo al vecchio ruscello per dormire.
Un inno
che calmi il ruggito del giorno.
Nella calma, poi
Noi poseremo sulle sue sponde primordiali,
Stanchi
per via dei fuochi che ardono dentro di noi.
Immobilità

Superata questa prima fase folk, il pezzo diventa una valanga di chitarre distorte, rulli di tom e tastiere in stile Pink Floyd, fino a schiacciarci il cuore con degli accordoni maestosi.

E da lì osserviamo la processione. Grandi esseri escono dalla foresta, sono alti, hanno forma umana ma è come se fossero fatti di rami incollati insieme dagli umori di vecchie carni di animale, muschio e preghiere disperate. I mostri si avvicinano al ruscello. Non hanno cattive intenzioni. Raccolgono gli uomini inerti che stanno sulla sponda. Bicchieri gocciolanti di arsenico cadono sul terreno scosso dagli ultimi spasmi di agonia dei corpi. Gli esseri chinano il capo da una parte, comunicando in qualche modo una sorta di commozione gentile per quelle salme.

Risalgono il sentiero e spariscono assieme ai cadaveri nella palude.

Chiudete gli occhi e ditemi se non vedete tutto questo nel finale di Stillness.

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