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Ted Bundy – Fascino criminale

Ted BundyFascino criminale è un film diretto da Joe Berlinger, uscito nel 2019.

Andiamo verso l’overdose da Bundy. Prima Netflix infila nel suo menù il documentario in quattro puntate Conversations With A Killer – Ted Bundy Tapes, diretto da Joe Berlinger. Di seguito esce Ted Bundy – Fascino criminale (il cui titolo originale è – prendete fiato – : Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile) sempre diretto da Berlinger, anche se stavolta si tratta di un film in piena regola con Zac Efron nella parte dell’assassino più fascinoso e controverso (per non dire infame) della storia. E poco dopo, in un profluvio torrentizio spunta anche Bundy And The Green River Killer di Andrew Jones.

Certo, è il ventennale dall’esecuzione, un anno speciale per la memoria di Teo Bundy, quindi ci stanno bene film, docufiction e magari una serie a più stagioni. Qualcuno deve averlo pensato.

Eppure sorprende che nessuno decida di fare una serie. Di solito c’è sempre il tipo alle riunioni della HBO o Netflix che urla: facciamone una serie! e finisce per avere sempre la meglio.

Personalmente credo che non si possa trasformare tutto in un fottuto telefilm. Però raccontare Ted Bundy in 90 minuti è come adattare Il Signore degli Anelli in 50 minuti. Credete a ciò che vi dico. Quello non era un uomo ma una mitologia criminale dentro un paio di scarpe. Ci ha lasciato così tanta roba da cui prendere ispirazione che potrebbe bastare per almeno cinque stagioni!

Ted Bundy è forse il serial killer più intrigante che sia mai esistito dopo Jack lo squartatore. La differenza tra i due è che del primo abbiamo l’identità e le sembianze mentre il secondo si perde nel mito e le nebbie del tempo. E che sembianze aveva il Bundy!

Era un bell’uomo, bisogna ammetterlo. Magari un fascino tipico di quei tempi, con i basettoni e i maglioni a collo alto, ma di sicuro un figo. E non è certo un caso che durante il processo, che lui da grande stratega mediatico trasformò in un circo, si videro tante belle ragazze dalla mentalità non giustizialista e il culo di una matita sempre tra i denti.

La mia mamma mi racconta che la mia bisnonna e le altre mie prozie andarono tutte a Viterbo a vedere in tribunale il processo a Salvatore Giuliano. Erano tutte innamorate di lui. Quindi non stiamo parlando di nulla che non sia già avvenuto e non continui ad accadere. Il criminale tira il pelo di figa con tutto il carro dei buio meditici.

Prendete questo tipo, per dire. Si chiama Jeremy Meeks (foto sotto). Arrestato per possesso illegale di armi. In America. Tipo che in Italia uno lo ingabbino per commercio illegale di pasta madre. Ora è un divo della moda, grazie a Instagram e la buona condotta, ma soprattutto al suo bel faccino. Se vi dicessero, donne all’attenzione, che è accusato di aver stuprato, mutilato e ucciso 30 ragazze, non necessariamente in questo ordine, le vostre crocerossine interiori accetterebbero la sfida?

Con Ted Bundy andò così. Ci mancò poco che non nascesse il fan club in stile Rodolfo Valentino.

Ma un momento. Sapete chi è Ted Bundy, verò?

Beh, per chi di voi lo sente nominare solo ora, gli basti sapere che Ted ha rivestito un ruolo di peso nella cultura degli ultimi vent’anni. Per esempio non esisterebbe questo qui, senza di lui.

E se avete letto American Psycho, allora sapete tutto di ciò che quella simpatica canaglia di Ted combinò a parecchie delle sue vittime.

Patrick Bateman è uno yuppie serial killer e Ted non lo era solo perché ancora non esistevano queste due parole

Questa è una scena del film diretto da Mary Harron con Christian Bale. Il personaggio di Patrick Bateman è uno yuppie serial killer. Ted Bundy non fu né yuppie e nemmeno serial killer, ma solo perché quando era in giro, studiava legge di giorno e uccideva ragazze la notte, non esistevano ancora queste due parole.

E nonostante ci siano molti film in giro nel 2019 con il nome Bundy nel titolo, quello che lo omaggia meglio non ce l’ha: The House That Jack Built di Lars Von Trier è in gran parte ispirato a Ted. Un momento: lo so, lo psicopatico di Matt Dillon non è esattamente lui ma ci si avvicina.

Diciamo che è un misto di Bundy e altri due o tre famigerati assassini seriali (più la parte abietta e cervellotica della mente del regista danese, che non è meno sozza) ma molto di ciò che vedete nel film di Trier è Bundy al cento per cento. La è lo spirito del personaggio: così scaltro, affascinante e quasi simpatico, anche se profondamente abietto per quello che fa.

La storia di Ted si può dividere in quattro blocchi differenti. Il primo è quello classico del maniaco a piede libero, pronto a sbranare tutte le donne che vuole badando più all’aspetto predatorio che di essere visto da qualcuno. Se vi interessa questa parte del “pacchetto Bundy”, guardatevi il film Ted Bundy del 2002. Il regista è Matthew Bright e l’attore che interpreta bene il protagonista è Michael Really Burke.

Hi, I'm Ted!

Hi, I’m Ted!

Per certi versi Ted Bundy era un genio dell’adescamento. La sua laurea in psicologia gli fu di ispirazione per la trovata del braccio ingessato e per l’uso molto attento del linguaggio corporeo. Intendiamoci, la maggior parte delle ragazze che avvicinava non si lasciavano convincere a salire nella sua macchina, ma alcune sì. Le sopravvissute ignare, mantenevano il ricordo di un tipo un po’ buffo, divertente e maldestro che aveva tentato di convincerle ad andare con lui per dei motivi assurdi. Qualcosa le aveva dissuase dal seguirlo nel parcheggio del retro di un centro commerciale, ma non al punto di pensarlo come un uomo pericoloso. Semplicemente lo percepivano come bizzarro, carino, anche simpatico ma strano.

Per dire, quando portò sulle montagne quelle due ragazze, prima una e poi l’altra a distanza di qualche ora, avvicinandole sulla spiaggia affollata del lago Sammamish, gli riuscì dopo averlo domandato a molte altre. La sua manovra di caccia fu impeccabile: una volta in macchina con lui per loro era la fine, ma il resto non lo pensò con la stessa solerzia. Quando le poverette risultarono scomparse, si diffuse tra i bagnanti la faccenda di un tizio curioso che diceva di chiamarsi Ted. Aveva rotto il cazzo a così tante donne che mezza spiagga lo rammentava. E la polizia, dalle testimonianze ricavò un identikit da cui iniziarono i guai per Bundy.

Come gli studi di psicologia all’Università gli furono utili per adescare e catturare le sue giovani vittime, una volta in carcere gli vennero in soccorso gli anni passati a giurisprudenza senza concludere molto. Fu così bravo a interpretare un giovane principe del foro in ascesa, che gli avvocati, il giudice, la giuria e i media non si fecero mai venire il dubbio che Ted non si rendesse davvero conto di ciò che stava facendo.

E qui viene fuori il secondo blocco del personaggio Bundy, che possiamo chimare Vincenzo (come il nome del film con Joe Pesci). Qualcuno potrebbe dire Perry Mason ma se escludiamo i capi d’accusa tutt’altro che divertenti, la scelta di congedare i suoi avvocati e difendersi da sé, finì sì per dare all’America quel tipo di eroe irresistibile ed emblematico, il Davide che sfida Golia, l’uomo solo che affronta il sistema per difendere ciò in cui crede ma si condannò lo pagò caro. Le udienze del processo in cui Bundy si improvvisò avvocato, furono altrettanto paradossali e inverosimili di quello del film Mio cugino Vincenzo.

Il terzo blocco chiamiamolo La Bella e la Bestia. Mi riferisco alla storia d’amore con Lily Kendall, mamma single che vive con lui alcuni anni senza sospettare di dormire accanto al più spietato mostro americano degli anni 70. Già, mostro. Vi ricordate la serie televisiva Il mostro, quella a episodi passata su Canale 5 a inizio anni 90? Era ispirata a Ted. A interpretarlo ci pensò Mark Harmon, il titolo originale era The Deliberate Stranger. Chi se la ricorda dice che non era niente male.

Il quarto blocco è Hannibal. Bundy aiutò infatti l’FBI a cacciare il Green River Killer, mettendo a disposizione la sua competenza in cambio di qualche favore giudiziario che poi non arrivò. Richard Harris si ispirò a questi eventi per Red Dragon e Il silenzio degli innocenti. The Riverman, film del 2004, racconta come andarono davvero le cose e ovviamente anche il recentissimo e modesto Bundy And The Green River Killer di Andrew Jones.

E c’è anche un quinto blocco, Compagni di merende, in cui Bundy stringe amicizia, per quanto possa essere amico uno come lui, con il sadico Gerald Schaefer (meglio noto come il Mostro di Blind Creek) e John Hinckley Jr., quello che per far colpo su Jodie Foster tentò di ammazzare il presidente Reagan (anche GG Allin si scriveva con lui).

Ora, non sappiamo se Bundy avvicinasse questi casi limite per interesse umano o per una sorta di investimento. Lui voleva capire altri della sua risma, per accumulare una competenza da rivendere all’F.B.I., come nel caso del Green River Killer o magari per far parlare i giornali ancora una volta.

C’è chi, conoscendolo bene (per quanto si possa conoscere bene Ted) sosteneva che tutto quanto avesse combinato durante la prigionia era allo scopo di ritardare l’esecuzione. Perché Bundy, come disse il profiler dell’F.B.I. Robert Keller, sebbene avesse massacrato tante donne, aveva una paura fottuta di morire.

La verità su Bundy è che non sarebbe mai stato un buon avvocato e tanto meno un efficace psicologo, forse avrebbe fatto strada in politica se la passione per l’omicidio non fosse stata così irresistibile. Immaginate che potenziali vittime avrebbe accumulato rivestendo la carica di primo cittadino americano. Il sogno di ogni serial killer, non v’è dubbio è lo studio ovale.

Insomma, in qualche modo il principe del foro, il luminare della psiche e il parlamentare, confluirono in lui, creando uno dei più efficenti psicopatici assassini mediatici di tutta la Storia criminale.

Vote For Ted!

Possiamo riconoscergli questo talento. Nessuno ha il coraggio di dirlo ma è così. Bundy è stato il J.F.K dello stupro e della mattanza.

Il film di Joe Berlinger, Ted Bundy: Fascino criminale, si occupa dei blocchi due e tre. Vincenzo e La Bella e la bestia. La scelta di escludere quasi del tutto l’assassino e mostrare solo il bravo fidanzato insospettabile e successivamente il giovane studente in legge accusato che si difende da solo, vorrebbe dare l’idea del punto di vista innocente di Lily, poi sconvolto dalle rivelazioni ai processi e dei giornali. Il film si basa sul suo libro The Phantom Prince, e quindi dovrebbe rispecchiare i fatti per come li ha vissuti lei.

Sbagliato. E dannoso. Nel film non si riesce a capire come mai la povera ragazza ignara denunci Ted alle autorità quando ancora non c’erano prove contro di lui. Si tratta di una rivelazione finale, di uno spoiler, lo so. Ma proprio per il bisogno di farne uno spoiler, Berlinger esagera e bara con gli spettatori. Le mie riserve sono tutte qui. Il film è godibile, ben recitato e girato ma evita di mostrare non solo il Bundy assassino ma pure il lato più cupo e strano del fidanzato. Lily, nella realtà, aveva dei sospetti grossi come una casa sulla condotta di Ted. Una volta trovò un coltello sotto il sedile della macchina di lui. E nell’appartamento le capitò di buttare gli occhi su altri oggetti inquietanti.

Preferisco di gran lunga il film del 2002 e trovo che valga la pena recuperarlo e integrarlo a questo di Berliger. Anche nell’altro si parla della doppia vita di Ted diviso tra l’essere il fidanzato di una dolce e problematica ragazza madre e il lupo solitario a caccia nelle strade, ladro, guardone, stupratore e assassino.

Ecco, in Ted Bundy del 2002 però si mostrano diverse cose che fanno apparire il gesto di Lily che lo denuncia, più sensato e coerente. Per esempio lei sa benissimo che lui ruba. E i rapporti sessuali, rappresentati in Fascino Criminale in modo molto delicato e normale, nel film di Matthew Bright invece sono causa di momenti di frustrazione e attrito.

Bundy una sera arriva a chiedere alla compagna di fingersi morta, tenere gli occhi aperti e lasciarsi fottere senza reagire. La ragazza, che non vorrebbe neanche farsi prendere da dietro perché lo giudica volgare, finisce per cedere alle pressioni di Ted. Lo ama e lui insiste, chiedendole sempre di simulare sottomissione.

Entro nello specifico della scena: la ragazza si lascia incaprettare da Bundy che la penetra senza riguardi. Mentre lui spinge e spinge con rabbia e ferocia crescenti, giunge all’orgasmo solo dopo averle urlato: “muori, troia, muori, muori!”

Questi erano i menage quotidiani tra Lily e Ted, almeno secondo il film del 2002. E se le cose stavano così davvero, non ci si può stupire del fatto che quando le autorità iniziano a far girare sui giornali un identikit e degli indizi contingenti che riconducono a Bundy, lei sollevi il telefono e faccia quello che ogni bravo cittadino farebbe.

Nel film di Berlinger, la fragile e confusa Lily inizia a perdere fiducia in Ted quando a un processo se ne aggiunge un altro e da un capo d’accusa ne viene fuori un altro più grave. Nel film del 2002 lei capisce tutto molto prima. Unisce i puntini e scappa da Bundy inorridita.

L’interpretazione di Efron esclude poi alcuni aspetti fondamentali del personaggio Bundy: la comicità e la crudeltà. Per la seconda si capisce bene la ragione ma la prima è una bugia. Efron rende Ted malinconico e sagace, ironico e magnetico, ma c’era anche molta goffagine e idiozia nei suoi comportamenti. Basta guardare i primi dieci minuti dell’interpretazione di Michael Reilly Burke in Ted Bundy del 2002 per capire cosa intendo. Aveva un modo davvero infantile di sfidare le autorità, rubando cose a cazzo e spingendosi fin dietro le finestre delle sconosciute per tirarsi una sega.

Ted Bundy è stato così tante cose nella sua vita che ne vengono fuori una sfilza di varianti. Sembra un Ewok da cui scaturiscono ancora nuovi Gremlins.

Se si guarda in foto Ed Gein (sopra) ci si domanda come potessero le famiglie del vicinato affidargli i propri figli. Sembra davvero un tipaccio, no? Non voglio semplificarla, ma di sicuro non è un piacione, anche se vorrebbe. Ted lo era.

Se si prende Jeff Dahmer (foto sopra) vengono in mente scene di adescamenti gay, danze melliflue in qualche checca bar. Si percepisce la solitudine, il dolore di una condizione altra e si può arrivare a vederlo che urla invettive contro i teschi delle sue vittime, conservati in casa.

Si capisce perché tanti accettarono di andare a casa sua a farsi fare delle foto artistiche. Jeff era cordiale e anche dolce, nel suo modo impacciato di approcciare. A vederlo nei filmati e negli scatti, sembra goffo e molto fragile. Ted era sicuro di se stesso. Un leone nell’arena, una faccia di bronzo pronta a tutto pur di conquistare quello che vuole.

Nessun serial killer dopo essere stato arrestato ha dominato così a lungo e con tanta sicumera la scena. E nessuno ha conquistato tante persone quante Bundy. Molti in America credevano alla sua innocenza. Aveva carisma ed era sempre pulito e ordinato. Quanto di più lontano dal mostro che i giornali dicevano che fosse. Anche quando lo prendevano dalle sue fughe, con la barba e l’aria trascurata, non sembrava mai perdere l’eleganza del professore universitario o dell’intellettuale.

Quando leggiamo le cose aberranti che fece alle ragazze, persino a una bambina di dodici anni, stentiamo a immaginarlo mentre le fa. Ci crediamo, sono fatti. Semplicemente però non riusciamo a vederlo nella nostra mente in azione.

Vediamo questo.

 

e questo…

Non questo!

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