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Steel Prophet – The God Machine

Steel Prophet

The God Machine è il nono disco dei Steel Prophet pubblicato dalla Rock of Angels Records.

Oggi avevo bisogno di una scossa, di quelle che ti prendono e ti scombussolano fin nel profondo. Avevo davvero voglia di qualcosa di potente da buttare nelle cuffie dell’interfono che ho nel casco, per ascoltare musica adatta mentre scorrazzavo impenitente nella pista dietro casa. Mentre decidevo cosa utilizzare allo scopo di esaltare il mio cervello, intorpidito dal protossido di azoto (è una lunga storia) ecco che il mio sguardo è caduto su un file mandatomi qualche giorno fa.

Steel Prophets, neanche il tempo di ricordare esattamente dove avessi già sentito il nome ed ecco che il nuovissimo The God Machine è entrato nel mio cervello a volume inaudito, facendomi felice fin da subito.

Ma cominciamo dal principio, questi profeti d’acciaio sono in giro da decenni (il loro primo demo, intitolato proprio Steel Prophets, uscì nel 1986, quando diversi di voi che leggete non erano neppure nati) e da sempre sfornano album che stanno tra l’ottimo e il buono, senza cadute di stile troppo evidenti.

Dopo uno scioglimento (in seguito a problemi di formazione vari) e un ritorno in grande stile, seguito da una lunghissima pausa, hanno dato alle stampe Omniscent, un disco che nel 2014 segna il loro ritorno sulle scene, pur senza riuscire a raggiungere i risultati ottenuti in passato con Dark Allucinations o l’impareggiabile Messiah).

Come era lecito aspettarsi, questo The God Machine è un lavoro splendido, con passaggi velocissimi e riff che sanno coinvolgere già al primo ascolto e non ti lasciano più. Da quando nel 2015, Rick Mythiasin ha lasciato libero il posto di vocalist ed è stato sostituito dal tedesco di origini greghe, R.D. Liapakis, la band ha intrapreso una nuova strada creativa che forse i fans più legati al passato possono non aver gradito appieno. Io però credo che la voce di Liapakis sia perfetta per questo importante e nuovo capitolo della storia degli Steel Prophets. Pezzi come Damnation Calling dimostrano che la sua impronta, tendente più alla melodia e lontana dallo stile power U.S.A. di Mythiasin, dia comunque i suoi frutti succosi.

La maggior parte dei brani, scritta proprio da Liapakis in collaborazione con il chitarrista storico del gruppo, Steve Kachinski Blakmoor, denota progressioni interessanti. Il disco riesce a risultare da subito godibile e ben suonato, soprattutto alla luce dell’ottimo lavoro del duo chitarristico Kachinski/Paget, che danno il meglio in pezzi come Crucify o Lucifer/The Devil Inside.

Brani come Fight, Kill o Dark Mask (Between Love And Hate) sono saggi impeccabili di heavy metal pulito e incisivo e portano ad aspettarsi dei live set intensi quanto basta per slogarsi il collo.

Nell’arco di questo ottimo gruppo, tra l’altro, c’è una freccia in più: Henrik Udd dietro al mixer. Lo stesso che ha curato il bellissimo Play to Win dei canadesi Striker che tanto mi era piaciuto. Il suo lavoro risulta come sempre ottimo e impeccabile, dando al prodotto finito una freschezza stupefacente e un tocco in più.

Che dire, a me questi nuovi Steel Prophets piacciono e molto. Hanno grinta e coraggio per sperimentare, sono musicisti di ottimo livello e fanno pure le copertine fighe e metallone!

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