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Lo scrittore che non si lamenta

Salve, sono uno scrittore. Pubblico libri, collaboro con le rivi… ehm, no, quello ho smesso di farlo. Comunque, sono uno scrittore. Decisi di diventarlo la mattina del 04 gennaio 1994. Non chiedetemi ulteriori dettagli. Ve li elargirei fino a farvi venire una tracheite allo scroto.

Sono entrato ufficilamente nel meraviglioso mondo dell’editoria nel 2008, a Marzo. Il mio romanzo d’esordio mi ha dato fama, successo e so… Ehm, no, niente soldi. E il successo fu più che altro di critica.

In quanto scrittore, io ho problemi a vivermela tranquillo.

Se fossi un pizzicarolo o un meccanico, credo che lo direi o non lo direi, a seconda delle situazioni, ma non me ne fregherebbe molto. Nel senso: se andassi in ospedale con un piede rotto, non informerei subito il medico che mi soccorre dicendogli che sono un pizzicarolo. A meno che non servisse a spiegare il mio cazzo di piede rotto. Mi seguite?

Ma siccome sono uno scrittore, probabilmente mi domanderei se non sia il caso di informare il medico che sono uno scrittore , perché magari il piede va in cancrena, io scivolo in un coma totale e lui non saprà mai di assistere alla morte di un vero scrittore.

Vi starete domandando se non sia pazzo ad avere un dubbio del genere. La risposta è no. Non lo sono. E se anche voi siete scrittori, probabile che arriviate a capire la mia difficoltà. Se non lo siete buon per voi, ed è possibile che abbiate già smesso di leggere il mio post al punto in cui parlo di tracheite allo scroto. A costo di ripetermi: buon per voi, davvero.

Lo scrittore non è quasi mai un mestiere.

Non ne ha i connotati. Stipendi fissi, parcelle, partita iva, ufficio, bottega, clienti. Uno scrittore vero, in Italia, nel 2019, a meno che non sia Baricco o Camilleri, difficilmente può dire di essere “del mestiere” quando parla di scrivere. E se qualcuno lo pagasse per farlo probabilmente regiscerebbe come se stesse rubando un bambino del contenuto del suo salvadanaio in cambio di un crine di unicorno.

Fare lo scrittore non si può dire ma essere scrittore sì. Per questo direi che più un’indole. Non sono sicuro di questa cosa e quando ho dubbi penso sempre al campo di sterminio nazista e cosa farei se fossi circonciso e prigioniero lì e dovessi dimostrare la mia totale estraneità agli ebrei. E mi chiedo: in quel caso penserei di sopravvivere per sopravvivere o per scriverne?

Probabilmente penserei anche a quello. Primo Levi ci pensò intensamente per tanto tempo. Ma pensò anche a molte altre cose. E se non fosse riuscito a pubblicare Se questo è un uomo, non si sarebbe suicidato per quello. Si ammazzò perché non era davvero mai sopravvissuto a quell’esperienza. Punto.

In ogni caso, io faccio lo scrittore per esistere. Dire così va meglio. Esisto e ho bisogno di definirmi in qualche modo, di coordinare ogni mio sforzo in una direzione. Avrei potuto scegliere supereroe, unabomber, ma ho deciso per “scrittore”.

Chi ha dei figli può capire

come un singolo obiettivo, ovvero far stare bene e dare un futuro ai propri bambini, possa catalizzare ogni attimo del proprio stare al mondo. Ebbene, io avevo la scrittura, prima dei figli. E ce l’ho ancora. Purtroppo scrivere non è quasi mai in sintonia con la missione di offrire ai miei piccoli benessere e futuro. Ma questo non è il problema pricipale, qui.

Ultimamente ho visto un sacco di clip di TED su You Tube. Cosa è TED? Non mi va di spiegarvelo. Diciamo che sono delle clip dove specialisti italiani che hanno avuto successo nel proprio campo fanno il verso a specialisti americani che hanno avuto successo nel proprio campo e semplificano a mille tutta la marea di merda che hanno dovuto scalare per realizzarsi nel proprio campo, così da convincere una platea di poveri disperati a raggiungere gli obiettivi personali come sono riusciti a farlo loro.

Nel proprio campo.

Che potrebbe non essere il vostro.

Abbiamo tutti sempre più bisogno di regolette

di punti focali e di semplificazioni. L’America ci ha insegnato che è molto più facile costruirsi una griglia e cercare di affrontare l’immensità del sogno attraverso di essa. Dubito che Colombo ne avesse di griglie. Leonardo, Galileo, Darwin o chi volete voi ebbero dei metodi complessi e molto personali ma non delle grigliette di regoline da diffondere via you tube.

Però è vera una cosa che dicono in TED, non ricordo quale clip e chi sia stato a professarlo. Ovvero: “quando vi spiegano che per arrivare in cima ci vuole prima di tutto un gran culo, non dovrebbero intenderlo come “avere fortuna” ma nel senso di farsi il culo. Chi è arrivato in cima di solito quando arriva non ce l’ha praticamente più un culo.

Il mio culo per un nobel!

Chiunque abbia lottato ha dovuto sfidarsi, conquistare obiettivi incredibili senza ridurre tutto a, che so: 3 punti di cose da fare se volete avere successo e realizzare quello che pensate vi salverà dalla paura della morte e dalla solitudine e dallo sprezzo di voi stessi.

Però credo anche che bisogna aggrapparsi a tutto per cercare di non perdersi nell’oceano dei pensieri che dobbiamo attraversare quando vogliamo raggiungere un faro nel buio, da qualche parte. E quindi sentire le chiacchiere di questi istigatori all’ottimismo e alla fiducia in se stessi, possono farci bene, almeno sulla breve distanza.

E ascoltandoli ho capito che devo vincere i miei limiti, che possono non centrare niente con le mie capacità di mettere in fila una serie di parole e aprire un mondo di meraviglie nel cuore di un altro essere umano. Se voglio arrivare a essere un autore molto letto, apprezzato e addirittura pagato, spesso la sfida da affrontare è il carattere dello scrittore.

Per me è uno sforzo bello grosso scrivere già questa cosa, ma è la verità. Perché senza rendermene conto, nel corso della mia crescita ho incanalato delle regole ispirandomi alla vita e la personalità di altri scrittori (o artisti di vario genere) e le ho seguite in modo religioso.

Queste regole mi hanno condotto esattamente dove sono ora.

E “ora” non mi piace per niente. Ergo, se proprio devo seguire delle regole, allora che siano regole nuove e funzionali al mio desiderio di essere letto tanto e farci pure dei soldi.

Lo so. probabilmente nell’opposta direzione c’è un altro vicolo cieco, ma pazienza. Ci arrivo e poi vi dico. Intanto sentite qui le regole inconsce che ho appreso in tanti anni di studio e perseveranza con la scrittura, senza rendermi conto.

Un vero scrittore non deve puntare al denaro.

odia gli altri scrittori e non se la fa con loro, a meno che non sia omosessuale.

scrive di se stesso mettendo in piazza la vita privata della madre, il padre e il vicino che l’ha molestato da piccolo.

ha problemi con le donne, anche se ne scopa in gran quantità.

non crede in se stesso, è allergico ai complimenti e compatibile alle critiche negative come una mosca sulla m…

Ama i gatti e odia le persone.

pubblica libri con grandi autori a cadenza di due anni.

è un tipo che affascina gli altri.

non ama parlare del proprio lavoro, specie in un posto pieno di libri e di potenziali acquirenti.

Stop.

Ce ne sono altre di regole, ma queste le ho sgamate per prime e non voglio andare troppo per le lunghe.

Vediamo però che succede se provo a cambiarle e renderle funzionali agli obiettivi che ho detto sopra, ovvero

Successo, soldi e potere.

Un vero scrittore deve puntare al denaro.

ama gli altri scrittori e se la fa con loro, a meno che non sia omosessuale.

scrive di se stesso mettendo in piazza la vita privata della madre, il padre e il vicino che l’ha molestato da piccolo. Ma cambia i nomi.

non ha problemi con le donne se ne scopa in gran quantità.

crede in se stesso, adora i complimenti ed è incompatibile alle critiche negative.

Ama i gatti e le persone che lo leggono.

pubblica tanti libri.

è un tipo che affascina se stesso.

ama parlare del proprio lavoro, specie in un posto pieno di potenziali acquirenti.

Avete notato? Cambiando un po’ le regole viene fuori Oscar Wilde. Ma va beh. Forse è quello che voglio essere, un dandy di merda che buca lo schermo e tutto quello che è caldo e morbido.

Non vi sto dicendo che sono regole sane, valide. Dico solo due cose: primo, non avevo idea di voler essere un dandy di merda finché non l’ho scritto e secondo, comunque la voglia mettere io seguo regole, indotte dalla società. A questo punto magari è bene averne di mie, definirle in modo consapevole e sceglierle sapendo di scegliere.

Il problema mio di essere uno scrittore è che ho sempre pensato di dover compiere un’impresa. E per riuscirci avevo bisogno quantomeno di un programma, una serie di step, un lungo percorso a ostacoli da superare e arrivare a… a cosa? Non avevo capito che non si arriva mai e vi dico il motivo, se avete la compiacenza di stare ancora con me.

Scrittori si nasce?

Uno scrittore come me sente, dal primo momento in cui decide di esserlo, non il bisogno di diventarlo ma di convincere il mondo che è così. Allora si applica in questa dimostrazione. In realtà lui è così scrittore nel profondo che non avrebbe bisogno di scrivere un rigo e dirlo a qualcuno, ma ha bisogno di conferme e affermazioni, nella vita. Inoltre pensa che essere scrittori sia incredibilmente fico, quindi non ha scelta, deve convincere il mondo che lui lo è: fico e scrittore.

E il mondo ha bisogno di prove. Le prove, che ci piaccia o no, spesso sono vicine alle regole che ho elencato sopra. Una sequela di dimostrazioni che non dimostrano un bel nulla. Pubblicare con Mondadori fa di te un Bruno Vespa ma non necessariamente uno scrittore. Avere successo con le vendite fa di te una Cristina Parodi ma non di sicuro uno scrittore. Vivere di scrittura fa di te un John Grisham ma non è detto che tu sia un grande scrittore. Se pensate che Grisham lo sia o la Parodi o Vespa, solo perché vendono, escono con grandi autori e macinano soldi, allora sappiate che dal vostro sistema di individuazione di veri scrittori e falsi scrittori, Proust, Joyce, Brancati e Gogol non sono parte del primo gruppo. Faletti, Branko, Corona e Ligabue sì.

Scrivere è una cosa che tecnicamente facciamo tutti.

E tutti o quasi, nella vita, prima o poi pensano di scrivere. Magari non lo dicono, non ci provano nemmeno ma solo l’idea se la mettono in testa. Ogni giorno quindi, ogni ora o minuto, un uomo muore e uno nasce ma anche uno scrittore muore e uno nasce (forse morto) e non lo sa.

In realtà la tecnica letteraria è ben più complessa. Realizzare qualcosa che regga, sia un romanzo, un saggio o un racconto di cinque pagine è roba da architetti tosti, quindi ci vuole molto impegno e una propensione naturale, ben coltivata per arrivare a tirar su un esemplare di letteratura. Inoltre questo esemplare dovrebbe reggere le intemperie e i cambi di vento del mondo culturale, per secoli.

Solo il tempo dimostra la grandezza di uno scrittore.

Questo mette fuori discussione qualsiasi velleità di riconoscimenti in vita. Stephen King non saprà mai se tra 600 anni i suoi libri saranno ancora letti da qualcuno ma i giorni in cui piove di solito pensa proprio di no.

Ricordo che un’altra regola di quelle inconsce: il vero scrittore non dice a degli estranei che è uno scrittore. Lascia che la sua fama lo preceda, che i suoi libri parlino per lui.

E questo mi ha condotto, per molti anni a tacere con la massima spietatezza sia sulla mia tardiva verginità che sul fatto di occupare il 99 per cento delle mie energie giornaliere a tentare di far quadrare i miei raccontini del cazzo.

Allora, dopo 25 anni da quel mattino di gennaio, e dopo undici anni dal mio esordio letterario, sono qui, estremamente insoddisfatto di me stesso, dei miei lettori e della mia vita di scrittore. Eppure badate bene: da ragazzino avevo un sogno e l’ho realizzato. Nessuno può negarmelo. Ho pubblicato dei libri. Dal 2008 ne ho piazzati circa 8. Ho scritto sulle riviste che leggevo da adolescente e la gente mi conosce come uno scrittore.

Ma non basta.

Il sogno evidentemente non era questo. Avevo un’idea diversa. E non so neppure quale fosse, di preciso. Di sicuro non mi basta pubblicare saggi da 200 copie a tiratura o di scrivere romanzi per editori talmente piccoli che potrei tenerli tra le dita dell’alluce e del secondo dito del piede.

Volevo roba più grossa. Mondadori, Feltrinelli, Bompiani… metteteci chi vi pare. E con i grandi editori avevo bisogno di una famiglia funzionale alla mia ossessione. Quindi moglie carina e fedele credente al mio talento e al mio imminente successo, e figli che si limitassero a bussare alla porta del mio studio per darmi un bacio e accettare stoicamente la mia indifferenza. “Vai, ora. Tutto straordinario quel che mi dici, ma io adesso devo scrivere. Polverizzati con tua sorella e mamma e lasciami stare”.

Che orrore. Il mio sogno era questo? Non lo so più. Di sicuro la mia realtà è ben altra. Sono un papà presente e ho figlie che accettano la mia ossessione di buon grado. Mi rispettano come scrittore più di quanto abbia mai fatto io con me stesso. La mogliettina carina? Beh, diciamo che è sempre stato un problema che non ho risolto ma fa niente. Il sogno è bello largo. Ce n’è per tutti.

La cosa importante è che devo esplorare quel sogno.

E capire cosa c’è esattamente dentro a esso. Non posso limitarmi a dire: da grande farò lo scrittore. Perché sono già grande e lo sto facendo.

Ce ne sono troppi di aspiranti scrittori. Tutti vogliono fare gli scrittori o quasi. E tutti sanno poco del mondo editoriale. Non leggono molti libri e si forgiano un sogno che non è di questo emisfero. Io stesso quando decisi che sarei diventato uno scrittore e mi promisi di riuscire in questo, di farne la mia vita, avevo in testa una cosa nebulosa a metà tra un episodio di Ai confini della realtà e una premessa di Stephen King alle sue antologie di racconti.

Mi immaginavo in vestaglia, pipa, una biblioteca di tomi alle spalle e uno studio in rosso. Avrei realizzato racconti dell’orrore e sarei diventato ricco e stimato per questo. Vi domando: una visione più scema e staccata dalla realtà di questa? Avevo 16 anni ed ero molto ingenuo. Abbiate pietà.

Il problema però è che senza rendermene conto, quel sogno bislacco è rimasto lì, cristallizzato. Finché non vedo la pipa, la vestaglia e non divento ricco con dei racconti dell’orrore non penso che sarò mai felice.

Una mia amica mi ha suggerito di indossare la vestaglia e fumare la pipa, almeno per la metà il sogno è già reale. Ma so che non può funzionare così.

Voglio dire, cazzo, il mio sogno

la mia promessa è diventata una forma di schiavitù. E mi impedisce di godere qualsiasi cosa. Hai pubblicato ma non basta. Vieni letto ma non basta. Dove sta la vestaglia? Non mi sembra che tu scriva storie di vampiri!

Pazzesco, ma non avete idea di come le cose possano funzionare male dentro di noi. E questo mal funzionamento della nostra testa genera una tangibile tristezza. Pensate bene al vostro sogno. Ne avete uno. Ditevi esattamente cosa vedete. E domandatevi, non sarà ora di cambiarlo, il sogno? Perché quello che avevo da bambino era appunto il prodotto di un bimbo e non può essere realizzato. Vorrei sognare come un adulto, cazzo.

Un’altra regola che avevo sul groppone era questa: uno scrittore non può essere felice. L’infelicità è il combustibile primario dei suoi capolavori.

E se non fosse così?

L’infelicità è un ostacolo per la maggior parte delle cose.

Non puoi dedicarti ore e ore alla costruzione di un romanzo infallibile, saltando i pasti o il sonno, se ti senti profondamente infelice. In quei momenti devi essere disperatamente ottimista, arrivare in fondo, costi quel che costi.

Ma la determinazione di un vero scrittore è subordinata al faro. Braccia forti che nuotano, spartiscono l’acqua pesante perché gli occhi intravedono quel fottutissimo faro.

Poi a un certo punto la luce sparisce e le onde ti sommergono.

Però ci deve essere un modo di nuotare senza stancarsi e soprattutto, magari non è così necessario un faro su una piccola isola. Magari dentro ci trovo tre guardiani barbuti pronti a prendermi a bastonate in testa.

Insomma, non ho risposte da darvi. Non credo di poter snocciolare consigli su come realizzare i vostri sogni assurdi. Però non mollo, mica. E sono sicuro fino al cuore che se c’è un modo per arrivare in fondo alle visioni che ho, che abbiamo, è aggrapparsi a tutto, anche alle regolette che trovo sul web.

E in uno dei filmati c’era uno psicologo che diceva come cambiare il mondo intorno a noi: cambiando noi stessi.

Gli altri non si possono cambiare.

Non abbiamo potere su di loro. Lo abbiamo su di noi e se cambiamo noi, cambieranno loro. Magari spariranno dalla nostra vita e questo è comunque un bel cambiamento.

Ora, questa cosa è banale, la sentiamo sempre, specie se andiamo in terapia. Andarci vuol dire che già stiamo seguendo la regola, anche se non ce ne rendiamo conto.

Andare in terapita significa riscoprire se stessi ed entrare a conoscenza esattamente di tutti i casini che abbiamo dentro e che ci conducono a star male e ficcarci nelle stesse deplorevoli situazioni. Non parlo di cambiare noi stessi ma di vederci per ciò che siamo. La maggior parte della gente non si vede affatto e non si conosce anche se crede il contrario.

E una volta che siamo riusciti a vederci, probabilmente inizieremo a modificarci. Come potremmo farlo se non sapessimo cosa combiniamo davvero, quando incontriamo una ragazza o quando ci proponiamo per un lavoro?

Conoscerci magari farà in modo che ci amiamo pure un po’.

Amarsi non vuol dire capirsi, sono due cose diverse, secondo me. Però dopo anni di terapia, l’abbraccio a te stesso, finisce il più delle volte che te lo dai. Se stai lì è per iniziare a prenderti cura di te, e questo perché in fondo ti vuoi bene. Devi solo sentirti autorizzato a fare un sacco di cose buone per te stesso, che il mondo fuori, papà e mamma, i figli, la cultura, ti spingono a negarti.

E se ti vuoi bene magicamente ti vedi migliore. Con la considerazione cresce il rispetto di te, e tanta merda non lasci più che te la mettano nel piatto.

Il punto però non è questo. Io voglio parlare della fase in cui, dopo l’abbraccio iniziamo a prenderci per mano e tentare un nuovo percorso che conduca il nostro culo in un luogo migliore. Non deve essere il vecchio faro, ma un nuovo approdo.

Il mio sogno è stato un appiglio per tanti anni. A 25 anni non avevo ancora scopato con una cosa viva ma dentro speravo che la scrittura ne avrebbe giovato e che diventare scrittore avrebbe scusato e riscattato ogni mia stronzata.

Usare la scrittura per il riscatto sociale è un errore.

Si finisce per sposare i fallimenti letterari con il rifiuto del mondo e si sta davvero tanto male. E si finisce per non credere di essere davvero grandi scrittori, perché gli scrittori veri sono amati e accettati… balle! La maggior parte dei veri grandi sono morti di fame e hanno subito le peggiori vessazioni. E sono diventati grandi da morti.

Ma anche se non fossi un grande scrittore e fossi solo un bravo scrittore o anche un pessimo scrittore, che ci sarebbe di male? Esistono scrittori modesti che non potevano essere altro. Ci illudiamo di avere un’attitudine vincente e che dobbiamo riconoscerla. Per esempio io potrei essere un grande giocatore di biliardo ma non mi sono mai avvicinato a un tavolo per provarci. Avete presente il film Nessuno ci può fermare con Richard Pryor e Gene Wilder? Wilder viene arrestato e in prigione finisce per diventare un incredibile cavalcatore di tori (non in senso che pensate voi).

Ecco, non so quale sia la balla. Ma una cosa sono sicuro di averla capita: spesso crediamo cose che ci garantiscono la sofferenza e la tristezza. E io ho creduto che l’inclinazione d’oro, quella che potrebbe rendermi qualcuno, non è sicuro che io riesca a riconoscerla e magari sto galoppando il cavallo sbagliato solo perché non sono lo scrittore come mi immaginavo di dover essere a sedici anni.

Sono davvero uno scrittore?

Ho diritto di esserlo? Non sto sbagliando tutto? Non sarà che la scrittura è la base della mia infelicità? Perché io lo sono, infelice. Come tutti. Ma non tutti sono scrittori o vogliono diventarlo.

Un’altra regola a cui ho creduto è stata: un vero scrittore non crede quasi mai di essere un grande scrittore ma fa di tutto per diventarlo.

Sentite che cazzo di cose mi hanno dominato la testa per tutti questi anni?

Non so, credo che alla fine di tutto ‘sto sbrodolamento io vi debba lasciare almeno con una certezza alla TED, un piccolo appiglio a cui aggrapparvi per andare avanti con la vostra ossessione, e trascorrere meglio il mattino angoscioso di questo due giugno. Che vi spinga ancora di un soffio la vela verso il faro che vedeste, magari una mattina di tanti anni fa, e che riconosceste come fosse un epifanico buco del culo del Mago di Oz o qualcosa del genere.

E allora vi dico questo: non vi lamentate mai.

Ma usate le vostre eventuali lamentazioni per individuare i punti da migliorare attuando una nuova strategia d’azione.

Indulgere nelle lamentele vi garantisce di restare dove siete, ma gli oggetti delle vostre lamentele sono gli obiettivi che dovete in qualche modo affrontare. Faccio un esempio: io mi lagno:

-la gente che non mi legge

-gli editori che non mi danno retta

-le persone che ho accanto e che non capiscono cosa stia passando a furia di scrivere e non ottenere quasi niente. Mi sento giudicato da loro e pressato, se non a smettere, almeno a diminuire.

Ok. Cosa mi servirebbe per cambiare tutte queste cose?

Se avete letto con attenzione quanto ho scritto fino a questo punto non potete sorprendervi dei miei problemi. Uno che non riesce quasi a confessare di essere uno scrittore come fa a essere aperto e comunicativo con il pubblico? Se fossi un metalmeccanico e aprissi un negozio pagherei un’agenzia pubblicitaria, metterei inserzioni, diffonderei i miei biglietti da visita. Siccome sono uno scrittore invece sto zitto, vivo una doppia vita e ne parlo con evidente disagio. Non sto dicendo che essere uno scrittore sia come fare il metalmeccanico, ma di sicuro non farei nulla di male a parlare di ciò che faccio per stare bene.

Esatto, lo faccio perché mi aiuta a stare bene. Se voi per stare bene faceste delle lunghe passeggiate, credo che direste a tutti: faccio le mie passeggiate e sto una favola. E allora perché non posso dire al mondo, scrivo e sto una favola?

Gli editori non mi cagano. Beh, non hanno tutti i torti. I miei progetti sono spesso controcorrente, sfidano il mercato e ciò che un editore non ama fare è proprio quello, correre dei rischi. L’editore vuole qualcosa che cavalchi il mercato.

Spesso chi anticipa una tendenza è uno stregone e non un editore. Quindi se voglio pubblicare devo andare incontro alle necessità di mercato. Se non lo faccio devo essere consapevole che la principale responsabilità del mio travagliato rapporto con gli editori è mia e non la loro. Il sistema ha delle regole e io posso anche sovvertirle, come tanti grandi hanno fatto.

Ma come hanno pagato e quanto, queste loro decisioni?

Non posso fare la parte del geniale idiota e ignorare come va il mondo. Se vestirsi alla moda e rispettare la propria igiene e sorridere e dire cose dolci e simpatiche e possibilmente avere una macchina ganza porta la fica, io non posso lamentarmi se andando in giro con un Ciao del 1978, i capelli lunghi, l’aria sudicia e lo sguardo incazzato, di solito non scopo. Ma io sono così e voglio essere così. Bene, però avrò poca fica. Epperò quella che mi dirà di sì sarà una donna speciale. Sì, una santa.

Beh, le sante scopano meglio di chiunque altro, sapete, basta non farle sentire giudicate.

Vedete, sono inguaribile.

I miei cari non capiscono la mia esigenza di trascorrere ore e ore davanti a un computer a scrivere cose che nessuno pagherà. La verità è che il primo a non capirlo fino in fondo sono io stesso. Se iniziassi a capirlo per primo, forse potrei spiegarlo anche agli altri.

Mi fa stare bene. Come a te le passeggiate, a mia madre la messa della domenica e a molte donne prendere diuretici.

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