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Bleach! Quando i Nirvana erano metal!

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Bleach è un disco dei Nirvana uscito nel 1989 via Sub Pop Records.

Dedico questa mia cosa a Valeria Sgarella, autrice di Andy Wood – L’inventore del grunge e Oltre i Nirvana, Storia della Sub Pop Records.  Vi consiglio l’acquisto dei suoi libri se volete saperne sul serio di Seattle in quegli anni lì.

Come tutti i supergruppi, gli HSAS durarono l’arco di una scorreggia di canguro. Ma l’album ottenne un discreto successo. In particolare il singolo “Top Of The Rock” fece impazzire un’intera città. Solo una e per dei motivi mai appurati: Seattle.

Ed ecco quindi Sammy Hagar, frontman della band. Lui era l’alfiere di quel rock prode, hard, massiccio e agitatore. Mentre incitava la folla iniziò a cercare il tipo giusto tra la folla. Era un numero fisso. Ecco, si disse. E puntò lo sguardo fisso su un pischello di sedici anni a bordo palco. Non poteva saperlo ma il ragazzino aveva eletto la serata del concerto degli HSAS come occasione per farsi la sua prima canna.

Through The Fire

Sammy era lassù che agitava i riccioli e urlava al microfono: “Prova a domandare al ragazzino giù in strada se è vero. E lui ti dirà che io sono un fottuto rocker” Guardò ancora il sedicenne impacciato che si teneva le mani in tasca. Sperava capisse l’ammiccamento e andasse fuori di testa per essere stato coinvolto dal singer. Ma il ragazzo non reagì. Pareva trovarsi lì per errore. Il frontman disse: “Ehi Kid, sono un rocker secondo te?” Ma niente. Il piccolo figlio di puttana sollevò le spalle.

Kurt avrebbe confermato volentieri se non fosse stato fuori come un satellite. E appena dopo un paio di tiri. Se ne stava lì con i suoi calzoni scampanati quasi a brandelli e l’aria perplessa. Continuava a guardare il palco sempre più stupito di trovarsi lo sguardo di Hagar su di lui. Nel mentre giocava con l’accendino. Lo accendeva e lo spegneva. Lo accendeva e lo spegneva.

Tutto tranquillo. Tranne che l’accendino era nella tasca dei calzoni. E Sammy esclamò “Fuck!” poco prima di iniziare l’assolo. Lo disse perché vide una fiammata esplodere nella tasca di quel ragazzo strano. E per un attimo lo immaginò infiammarsi da capo a piedi come se avesse quei vestiti cosparsi di benzina. Scosse il capo, finì il solo e quando si voltò, il giovane era sparito. “Incenerito”, pensò.

Parlare di Bleach non è semplice. Si sa praticamente tutto. Molti più in gamba di me ne hanno scritto, quindi in questo articolo non troverete la consueta sequela di notizie. Cercherò di girargli un po’ intorno, focalizzando (o fecalizzando, direbbe Kurt) la mia attenzione su alcuni aspetti che magari, a uno che non sia cresciuto con Testament e Obituary, non verrebbero in mente.

Jason Everman è stato qui!

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La prima cosa che mi colpisce della storia di Bleach è Jason Everman. Un metallaro alla corte dei Nirvana. O se preferite più per esteso, un metalhead nella riserva del Grunge. Fu espulso come un’impurità dopo un paio di tentativi di assimilazione. Jason resta ancora un soggetto davvero interessante, però. Intanto compare nella line-up del disco d’esordio dei Nirvana anche se non ci suona. Viene inserito nei credits e sulla copertina perché in effetti fa parte del gruppo ma soprattutto per i 600 dollari che paga lui agli studi dove l’album è stato registrato. Gli altri sono tutti squattrinati.

Jason è un entusiasta e un impulsivo. Dopo aver ascoltato il demo dei Nirvana, quello di dieci canzoni in cui suona Dale Crover dei Melvins alla batteria, ne rimane davvero impressionato. Ma perché il suo soggiorno dura così poco? Una mirabile sintesi delle motivazioni la compie Krist Novoselic ai microfoni di Metal Shock! i primi mesi del 1990 – Rompeva i coglioni ed era troppo metallaro per stare tra noi.

Jason entra nei Nirvana grazie al loro batterista, Chad Channing. I due hanno un trascorso comune negli Stone Crow, misconosciuto ensamble speed metal. Qualche anno più tardi di Bleach e di Nervermind, Chad spiega le cose in modo un po’ più dettagliato riguardo Jason. – Quando entrò nel gruppo l’idea che aveva Kurt era di poter contare su un altro chitarrista che tenesse in piedi la canzone se lui scazzava mentre cantava. E quando partimmo in tour con Jason le cose andarono benone fino a un certo punto. Non so cosa accadde ma un giorno iniziò a fare il muto. Nessuno di noi ha mai avuto idea del perché di quel cambiamento. Gli domandavamo spesso cosa avesse ma non ne cavammo niente.

Soundgarden e Mind Funk

Fuori dai Nirvana durante il tour di Bleach e a un anno da Nevermind? Sarebbe sufficiente a farlo entrare nella Rock Hall Of Losey Fame, ma come si dice: si chiude una porta e si apre un portone. Jason ammira sin dal primo momento i Nirvana, però è un fan sfegatato dei Soundgarden. E guarda un po’, tempo di finire fuori dal gruppo di Kurt e si ritrova a suonare il basso per Chris Cornell!

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Pensavamo avesse un look davvero fico – dice Matt Cameron, batterista dei Soundgardene poi era andato in tour con i Nirvana e sapeva il fatto suo. Inoltre conosceva già molte delle nostre canzoni, quindi…

Jason però, tanto per cambiare, sempre durante il tour, viene cacciato anche dai Soundgarden. – L’abbandono di Hiro Yamamoto, uno dei fondatori della band, in realtà era una cosa molto più grossa di quello che potessimo immaginare – dice il chitarrista Kim Thayil non sapevamo che ci voleva ben più di una pezza per continuare come band. Avevamo bisogno di un intervento chirurgico e Jason si ritrovò una pressione addosso che era oltre le sue effettive possibilità di sopportazione.  

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Everman ha solo il tempo di incidere con i Soundgarden una cover di Come Togheter nel 1990. La ragione ufficiale del suo allontanamento è ganza – a ogni fottuto concerto spaccava il basso – ricorda Cameron – e spesso non era nemmeno suo!

Due anni dopo lo ritroviamo nei Mind Funk ma indovinate cosa succede? Esatto. Lo cacciano. E dopo questa volta Jason decide di chiudere con il mondo del rock e arruolarsi nell’esercito americano. No, non viene cacciato da sotto le armi. Sorprende che uno inadatto alla leva del rock finisca invece per trovarsi bene a fare il soldato.

Jeff Off Tour

C’è chi ha detto che Jeff abbia sofferto molto la vita in tour: niente privacy, giorni interi sul furgone a patire il clima, scarsa igiene, droghe e scomodità varie. C’è chi vive tutto questo con grande ironia e chi si ritrova sprofondato nella disperazione. Lui fa parte del secondo gruppo. Gli ultimi tempi con Nirvana e Soundgarden, Jason è lì, chiuso in un mutismo inquietante. – Era seduto in un angolo, la faccia incazzata – dice Cameron – le cuffie nelle orecchie con i Mercyful Fate tutto il giorno a cannone. E noi intorno a lui a chiederci cosa lo rendesse così. Abbiamo detto qualcosa? Abbiamo fatto qualcosa?

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Un eloquente scatto che riassume alla grande la situazione Everman nel tour con i Nirvana

Immagino che durante le missioni con l’esercito la sua aria taciturna non sia stata un gran problema. Sono certo che lui abbia avuto gli stessi cali d’umore sotto le armi. Insomma, pure lì, tra notti all’addiaccio e cessi di fortuna non deve avergli gongolato il cuore. Però evidentemente un gruppo di militari non ha quel tipo di antenne sensibili e la necessità di stabilire un senso di squadra che hanno i musicisti in tour. Il morale, la truppa se lo tira su in qualche modo. Di sicuro la vicenda di Jason è un vero mistero.

On The Bleach

Jason Everman ha finanziato di fatto Bleach. E fa parte della storia del rock. Nonostante questo è stato cacciato come un appestato solo per la sua aria cupa e sofferente dai due RE della depressione. Fa un po’ ridere, non trovate? I Nirvana poi hanno sottolineato i gusti musicali come parte della motivazione. Del resto Cobain al tempo del tour di Bleach inizia già a prendere le distanze di Soundgardene per “questa cosa del metal”.

Nel libro Come As You Are Kurt si vanta di non aver mai restituito i soldi a Everman. Di averli tenuti di proposito per ripagarsi dello stress mentale che quel “lunatico metallaro” gli ha causato durante il primo tour dei Nirvana.

Per chiudere con Jason, lui fa il soldato dal 1994 al 2006. Prende parte attiva alla Guerra in Afghanistan del 2001 e viene congedato solo perché anziano. Di ritorno in patria si laurea in filosofia. E la notte che i Nirvana sono introdotti nella Walk Hall Of Fucking Fame, lui è in un bar qualunque a bere birra e farsi gli affari propri. Gigante.

Everman più metal che mai nell’esercito U.S.A.

Ma torniamo a parlare di Bleach

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Partiamo dalla copertina. La foto è scattata da Lisa Orth. Si tratta di una delle ultime fatte da lei per i tipi della Sub Pop. L’etichetta infatti le deve così tanti soldi che la “fotografa” non pensa proprio di continuare a lavorare gratis. Per Lisa è solo una foto come tante e non sa bene come sistemarla. Un’altra “foto di capelli”, così definisce tutte quelle che ritraggono dei musicisti che fanno headbanging.

I Nirvana sono tutti lì dentro che suonano e sembrano spaccarsi parecchio mentre lo fanno. Kurt è entusiasta dell’effetto quando vede la foto di Lisa. Suggerisce giusto di farne un’immagine in negativo. In quel modo, secondo lui, sarebbe perfetta. L’immagine però è stretta e lunga e la Orth non sa come farla entrare sulla copertina del disco. Finisce per aggiungere due strisce nere, una in alto e una in basso. Sopra scrive Nirvana, che secondo lei è un nome orribile per un gruppo, e sotto Bleach, che è un titolo orribile per un disco.

Bleach vuol dire Candeggina

Candeggina. Kurt ha l’idea di intitolarci l’album dopo aver letto un manifesto che invita a tutelarsi dall’AIDS. Tra le varie raccomandazioni c’è scritto: “passate della candeggina sugli aghi già usati”. La line-up dell’album è di tre persone, anche se ne risultano cinque. Jason sappiamo che è lì per proforma, però i batteristi sono sia Chad Channing che Dale Crover.

Dale è il batterista dei Melvins. E i Melvins sono di Montesano, città a un paio d’ore da Seattle. Cobain ha fatto il roadie per loro e li rispetta molto. La band non potrebbe mai piacere a un fan dei Nirvana, specie le cose che realizzano prima dell’uscita di Bleach. Però i Melvins si affezionano molto a Kurt e non c’è da sorprendersi se Crover, decide di mettersi a disposizione per il demo che il ragazzo vuole realizzare con la propria band. Nella foto qui sotto, Dale è quello con i capelli lunghi che guarda in su prima di dare un bacio a chi vuole lui.

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Ehi, a proposito, osservate Kurt nella foto. Allegro, eh? Tanto per cambiare… C’è questa idea di Cobain che non sembra mai divertirsi. Anche quando ride negli scatti, il più delle volte è la parodia allucinata e grottesca di uno che si diverte. Eppure c’è una testimonianza ai tempi di Bleach che la dice lunga su di lui, su come era all’inizio, almeno. Tracy Marander, la fidanzata di allora, è presente il giorno che gli consegnano la prima copia del disco. E lei dice che Kurt la tiene in mano a lungo, senza parlare, con un sorriso che non finisce più. Un bimbo contento alle porte di Babilonia.

Bleach e i metallari

Mettila come vuoi ma Seattle negli anni 80 era una città di metallari! – Matt Vaughan

I metallari italiani vengono a conoscenza dei Nirvana agli inizi del 1990, diversi mesi dopo la pubblicazione di Bleach. Li intervista Metal Shock in occasione del concerto romano al Piper insieme ai TAD. Ovviamente per un heavy kids degli anni 80, Seattle è la città del powa metal. E il giovane collaboratore Alessandro Massara non ci mette molto a domandare a Krist Novoselic se gente come Metal Church o Queensryche abbiano influenzato la furia nichilista e psicotica dei Nirvana. Il bassista gli risponde di no. – Ma proprio no! Esistono due scene in città, quella nostra e quella metal – dice – e non hanno alcuno scambio o punto d’incontro.

Questa specificazione potrebbe evitare un sacco di cose ma non conta mai molto ciò che una band pensi su quale scaffale di un negozio si debbano sistemare i propri dischi. Contano le manovre promozionali e le spinte commerciali che arrivano dalle etichette. Sebbene i Nirvana epurino qualsiasi metalhead finisca impastoiato tra i loro jack, l’equivoco intorno al grunge e il capellame borchiato prosegue.

Bleach e il gap europeo

Kurt Cobain durante l’intervista a Metal Shock, offre ad Alessandro Massara una risposta che definisce bene i tempi e suona un po’ ironica col senno di poi. – Il motivo per cui tu, giornalista metallaro sei in questa scomoda automobile davanti al Piper con tre puzzolenti ceffi di Seattle a parlare di musica “non” metal è semplice. In America c’è un gap incolmabile tra i gruppi che si muovono nel circuito alternativo e quelli che appartengono al mainstream. In Europa non fate distinzione.

Ne deduco che per Cobain, nel 1990, il metal sia parte del mainstream. E che per lui il metal siano i Guns N Roses, oltre che i Metallica, i Queensryche e gli Iron Maiden. Di sicuro, dati alla mano, al tempo di Bleach, il metal è mainstream molto più del grunge. Che nemmeno esiste, sia chiaro. Fate caso a quello che dice Novoselic: la scena metal e la “nostra” scena.

“Ciò che è nostro e ciò che è metal”.

Il successo è una gattona selvatica

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Un anno dopo appena dall’intervista con Massara, i panni usurati e very casual di Cobain diventano una linea di moda figa e di lusso. Mentre due anni più tardi ancora, il mainstream non è più Iron Maiden e Queensryche ma Pearl Jam, Alice In Chains, Soundgarden e soprattutto Nirvana.

La band nel gennaio 1990 non ha alcuna intenzione che questo avvenga. Massara butta lì la solita domanda sul futuro del gruppo, e se i Nirvana si sentirebbero di firmare con una major, dati gli ottimi risultati conseguiti a livello underground. Cobain fa notare subito che il contratto con la Sub-Pop prevede diversi album ancora con loro. E che in ogni caso i Nirvana non vogliono entrare sul grosso mercato prima dei due anni successivi.

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Almeno due anni prima di entrare nella fornace del pop, eh? Una manciata di mesi dopo, le difficoltà economiche dell’etichetta e l’insofferenza della band conducono i Nirvana alla Geffen. E da lì in cima alle classifiche. Nei primi giorni del 1990 però i tre si sentono belli al sicuro da una simile eventualità. Parlano del successo come una grossa gattona selvatica a cui fare la manicure e si gongolano che questo problema debbano affrontarlo i Soundgarden e non loro.

Nei negozi italiani, Bleach si trova nel reparto hard and heavy, ma solo dopo l’exploit di Nevermind. La Geffen ridistribuisce l’esordio della band con i suoi potentissimi canali e questo conduce un dischetto, molto interessante ma capace di farsi valere giusto nel sottobosco alternativo, a diventare un best-seller e l’album più venduto in assoluto del catalogo Sub-Pop.

Alice In Bleach

Alice In Nirvana

Di tutte le cose realizzate dai Nirvana, Bleach è il solo disco a poter piacere ai metallari. O meglio i metallari così aperti di testa da apprezzare i frutti ruspanti e un po’ acidi di Seattle, tipo gli Alice In Chains o i TAD. Di sicuro è un lavoro che ha diversi punti in comune con le cose di Cantrell e Staley. Del resto anche per i Nirvana tra i gruppi di riferimento ci sono i Black Sabbath. Solo che li definiscono hard rock anni 70. Così si esprimono per i Led Zeppelin e gli Aerosmith.

La prima volta che sentii “Bleach” – rammenta Jerry Cantrell – pensai che facesse schifo. Ma lo posso dire di tutti i miei album preferiti. All’inizio esclamai: ehi questo chitarrista è un incapace! Del resto ero così competitivo. Pensavo che la mia band fosse la migliore. Poi però lo riascoltai diverse volte e alla fine ci arrivai. E finii per andare in giro parlando dei Nirvana come fossero dei geni. Ricordo che anche agli altri degli Alice In Chains piacevano. Staley li adorava.

Seattle è un posto in cui c’è tanta musica. Cantrell racconta che una sera potevi andare a un concerto blues. La sera dopo c’era una rassegna di gruppi punk e poi magari ti sparavi un po’ di Folk alla Woody Guthrie. Quello che faceva la differenza non era l’offerta nei locali ma il pubblico che ne fruiva. Non esistevano metallari o punk o psychobilly kids che andassero a sentire solo la musica del proprio genere preferito. Ogni sera c’erano le stesse persone e si gustavano qualsiasi cosa.

I Nirvana belong l’heavy metal

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Nell’intervista di Metal Shock, Massara chiede ai Nirvana delle loro influenze. I tre lo sommergono di nomi che non hanno quasi nulla a che vedere con il metal. Gli Scream, i Black Flag, Robert Johnson… se oggi tanti metallari degli anni 90 conoscono l’hardcore e il blues, probabilmente lo devono agli imput eterogenei che sempre più band, nel periodo 1990-1994, passano sulle riviste metal prendendo prima di tutto le distanze dal metal e poi snocciolando preferenze che di metal non hanno nulla.

1990-1994 sono anni durissimi per Metal Shock e HM. La seconda non a caso ci lascia le borchie, mentre la prima mette in copertina così tante volte i Nirvana che alla fine un giovane metallaro come me, nel 1992, sente Bleach o Dirt pensando che stia ascoltando metal.

Bleach for the Ears

La cosa che impatta molto al mio orecchio di allora, sintetizzato da Michael Wagener o iperprodotto da Bob Rock è che Bleach suona potente ma piuttosto crudo ed essenziale. Si sente che ci sono tre persone dentro quel disco. E suonano pesanti facendo sostanzialmente la stessa identica cosa. Niente controtempi e tantomeno armonizzazioni. Tutto molto anni 70 ma più semplice ancora. Siamo all’abc del rock and roll, glassato con la furia del punk. In un certo senso i Nirvana del 1990 stanno portando avanti lo stesso discorso di sottrazione-uguale-più potenza dei Metallica. Con le dovute differenze, ovvio.

Gli anni 80, i 70 e i 50. Esatto, i 50. Non è un caso che nel video di In Bloom la band appaia poi come in un vecchio filmato della TV alla Buddy Holly & i Crickets. Perché è a quell’essenza rock and roll che i Nirvana fanno riferimento. Ed è una bella lezione per il pubblico metal, che nel 1992 fa i conti con i Pantera e i Morbid Angel.

Un metallaro al concerto dei Nirvana

Cobain

Ai concerti dei Nirvana al Vogue del 1989 ci sono i metallari e i tipi del grunge. Hanno tutti i calzoni strappati e i capelli lunghi ma puoi distinguerli dalle scarpe. I primi portano le Doc Martens. I secondi scarpe da tennis bianche che alla fine del concerto sono diventate marroni. – Al Vogue spesso la birra finiva in terra – spiega Krist Novoselic – perché appena iniziava la musica il pubblico veniva vorticato verso il palco. Era come risucchiato e molti dei bicchieri finivano per aria. Morale della favola: alla fine della serata le scarpe dei metallari erano diventate marroni.

Nonostante le difficoltà, i Metallari sono attratti dai Nirvana ma per Cobain non rappresentano certo il pubblico ideale. – Molti metallari vengono ai nostri spettacoli e chiedono sempre “Negative Creep” – dice lui – non si lasciano coinvolgere da cose come “About A Girl” o dal nuovo materiale. Solo quando arriva Negative Creep si scatenano e fanno un vero bordello. In fondo subiscono un furto: pagano per godersi giusto un paio di canzoni. Di sicuro c’è gente che viene dal metal e apprezza molto più delle cose che facciamo ma tanti di loro vogliono solo che continuiamo a fare cose molto pesanti e veloci. E a noi non interessa. La musica dei Nirvana potremmo definirla Punk-rock. Non nell’accezione classica, però.

In concert

A parte la questione delle scarpe e la birra dei metallari, i concerti dei Nirvana piacciono alla gente perché sanno di puro. Quando salgono sul palco del Vogue e attaccano gli strumenti, da tre che sono, sembrano diventare nove ma non nel senso dei Rush.

Si presentano sempre in ritardo. La gente li esorta a non perdere altro tempo perché non ne può più di attendere. E loro partono con un gran casino. Casino vero, non qualcosa di molto rumoroso incastrato in un quattro quarti. Kurt sbrodola un accordo, Chad rulla un po’ e Kris manda il basso in palla. E poi ecco che tutto quel groviglio di scemenza sonora quaglia e da lì è come un fulmine. Ti ritrovi nel pezzo e non fai in tempo a rendertene conto che già devi “scendere” di nuovo.

La definizione di punk rock per i Nirvana di Bleach è anche quella che suggerisce Steve Turner dei Mudhoney ma la stampa continua a riferirsi alla scena di Seattle come a una fucina di un nuovo tipo di hard rock. – Un cazzo – dice Cobain – pensano all’hard rock solo perché si limitano a sentire un paio di assoli. Non badano a tutto il resto. I Cult fanno hard rock e scavano ancora una vecchia tomba in cui rubano riff e melodie.

I testi di Bleach

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Vorrei parlare di Floyd The Barber, per cominciare. È uno dei brani incisi in precedenza con Dale Crover dei Melvins e poi reinserito in Bleach con un nuovo missaggio. I testi dei Nirvana sono molto strani e aperti a ogni sorta di interpretazione ma Floyd The Barber è un personaggio abbastanza definito. Così come la visione del suo negozio e l’atteggiamento viscido del barbiere con i giovani clienti. Per un musicista rock il covo di Floyd è una specie di ante-inferno per l’omologazione, la rinuncia e il servizio militare.

Il barbiere del pezzo però non si limita a rasare e umiliare il protagonista dal pizzetto peloso, ma a molestarlo sessualmente davanti alla propria famiglia, che assiste senza intervenire, non si sa con quale impressione. Forse sono tutti in combutta con Floyd, soddisfatti di vedere il piccolo ribelle messo di nuovo in riga e punito con qualche bella ramazzata nel basso ventre dalla mano grinza e callosa. Quest’ultimo particolare anatomico del barbiere l’ho aggiunto io.

About A Girl

About A Girl è l’hit del disco. La maggior parte degli italiani finisce per conoscerla grazie all’Unplugged. L’unplugged è davvero l’album che porta la band in tutte ma tutte le camerette degli adolescenti di inizio anni 90, compresi quelli che se non muori non ti cago. E fa sorridere se si bada alle parole del pezzo.

In About A Girl Kurt sembra invocare una ragazza tranquilla e spera che lei non lo faccia marcire prima del tempo in cui giungerà nella sua vita. Chiedi e ti sarà dato… l’opposto. Tempo dopo arriva una che secondo i dietrologi fa marcire per davvero, Cobain.

Creativamente, la vita dei Nirvana nel 1990, è comunque a una svolta. Bleach è considerato molto heavy dalla band, ma la direzione futura prevede più cose “pop”.

Il titolo “su una ragazza” nasce dalla risposta che Kurt dà a Krist quando gli domanda di che tratta la canzone. “È su una ragazza”, dice lui. Cobain la scrive in risposta a Tracy, la sua fidanzata di allora, dopo che lei gli domanda perché non le abbia mai dedicato un pezzo. E lui butta giù About A Girl. Solo non le dice nulla. Tracy lo scopre leggendo il libro Come As You Are, quattro anni dopo la morte di Cobain che “quella ragazza” è proprio lei.

Ehm… pop?

Esatto, Kurt ha una propensione naturale verso la melodia che per molto tempo si sforza di non assecondare. About A Girl la scrive dopo aver visto il film Meet The Beatles! ma non ha davvero intenzione di inserirla nel disco.

E non è la prima volta che esce una cosa del genere dai suoi strimpellamenti. Di conseguenza, la scelta di mettere il pezzo nell’album, con Jack Endino che impazzisce per esso decretandolo sicuro singolo, è l’inizio della fine. Senza la melodia i Nirvana non diventeranno mai i Nirvana delle camerette e non intoneranno il canto malinconico di una generazione strana e triste.

Paper Cuts & Negative Creep

Paper Cuts

Paper Cuts potrebbe intitolarsi Nirvana song. È il pezzo dove questa parola viene ripetuta parecchie volte. Il titolo “Paper Cuts” invece significa “Testicoli di carta”. Non guardatemi così. Ci arrivo da solo a capire che vuol dire “carta tagliata” o qualcosa del genere. C’è una traduzione in rete che opta per “giornali sparsi”. Eppure nel volume di traduzione dei testi dei Nirvana che ho riesumato nella vecchia cameretta di mia sorella, edizioni Lo Vecchio, insistono coi testicoli di carta. E mi piace così.

Si tratta di una visione tra il losco e l’apocalittico, un po’ come Floyd. Solo che qui il protagonista del pezzo, che convenzionalmente chiamerò Kurt, vive in una specie di prigione materna con una donna che gli offre sostentamento e molestie. Al centro lui parla del Nirvana e nella seconda parte aggiunge una specie di visione nazista dove i più vecchi sono portati via.

E chiudo con Negative Creep. La traduzione sarebbe una cosa tipo Balordo irrecuperabile. E non sorprende che sia il pezzo preferito dai metallari. Oltre a una buona presa melodica non fa che dire “che sono un balordo irrecuperabile e sono fatto. Sono il lamento di un balordo irrecuperabile. E sono fatto” con l’aggiunta sibillina che il balordo irrecuperabile alla fine si fa la ragazza di papà. “Che non è più una bambina. Yeah!”

Epilogo

Chad è fermo davanti a una grossa pozzanghera che qualcuno chiama lago. Zanzare enormi spostano l’aria intorno a lui. Da qualche parte del suo cervello sta pensando a David Bowie al Vogue. Pazzesco immaginarlo lì, davanti alla calca, il vomito e la birra. Indossa jeans, doc Martens e camicia di flanella. Ha un taglio di capelli che gli copre metà viso. E canta una canzone dei Nirvana. E Chad è tra il pubblico e urla alla gente che quel fottuto Bowie sta rubando la musica della sua band!

“Chad!”
“Sì?”
“Che ci fai lì in piedi?”
“Krist?” dice sorpreso. Chad p
ensava fosse in coma. Lui e Kurt hanno vomitato tutta la sera. Si sono passati il secchio. Quando rigettava uno, l’altro lo teneva. E poi sono svenuti insieme ridendo come dementi. Krist però ora sta lì. E anche Chad è lì, palle all’aria. Una zanzara gli pizzica lo scroto facendolo trasalire. Ecco cosa sta cercando di fare. Svuotarsi la vescica. Giusto. Ma le anatre non glielo permettono. Mandano dei rumori tremendi dal mezzo del laghetto.

Nel laghetto

Probabilmente hanno svegliato anche Krist. E Kurt. Si sono alzati entrambi. Ora sono accanto a Chad che seguita a tenersi l’uccello. Loro non sembrano interessati al suo coso in mano. Guardano intensamente l’aria come se stiano solo ascoltando.
Krist torna indietro ai sacchi a pelo, prende una torcia e si avvicina di nuovo. Supera gli altri due.
Illumina la superficie del laghetto. Una nuvola di nebbia volteggia a mezzo metro dalla superficie. Le anatre sono lì.

Sembra che dormano, dice Kurt.
“Forse sognano. Fanno brutti sogni!” dice Chad.
“O magari c’è un alligatore che se le sta pappando una dopo l’altra” ribatte Kurt.
“Non ci sono mica gli alligatore in Texas… Vero Krist?”
“Cosa, Chad?”
“Non ci sono mica gli alligatori in Texas”
Krist si ferma vicino a loro. Spegne la torcia sbattendola sulla coscia. Si tratta del suo metodo. Nessuno sa accenderla e spegnerla. Solo Krist.
“Certo che ce ne sono” dice.
“Sul serio?” chiede Chad infilandosi di corsa il cazzo nelle mutande.

Alligatori del Texas

Krist annuisce con un leggero sorriso. “Mio zio una volta era in un campeggio come questo e se ne ritrovò uno vicino alla branda. Un coso lungo quattro metri”.
“Mi prendi per il culo?”
“No Chad. Lui s
i era alzato ed era andato a pisciare lontano dalla tenda e…”

Una delle anatre lancia un altro urlo. Anatre che urlano. Roba da non credere.
“E poi cosa fece tuo zio?” chiede Kurt.
“Oh… Beh, lui rimase lì paralizzato finché il cocco non se ne tornò nel lago. Ma non dormì tutta la notte”
“Cazzo” pensa Chad.
Già dice Kurt. Come se l’abbia sentito pensare. O forse Chad l’ha detto credendo di pensarlo?

Il GSN

Per un momento c’è il GSN. Grande Silenzio Notturno. Capita circa tre volte ogni notte. Chad l’ha notato anni prima, quando da piccolo soffriva d’insonnia. Almeno tre momenti di una nottata sono completamente immersi nel vuoto di un silenzio terrificante. Dura poco, per fortuna.

L’urlo di un’anatra squarcia ancora una volta la quiete e subito dopo segue un gran fragore nell’acqua. Per la prima volta Chad e gli altri sentono come una cosa pesante che si tuffa. Chad pensa allo zio di Krist, con la sua grossa pancia che fa splash in mezzo alle anatre. Non ha idea dell’aspetto ma se lo vede grasso e col viso di David Bowie.
Krist va spedito verso il furgone.
Gli altri due si voltano a guardarlo. Lui sale e si mette al volante, poi abbassa il finestrino.
“Voi che fate?” chiede. “Avete sentito anche voi, no?”

Gli altri due lo guardano. Kurt poco dopo lo raggiunge e si chiude nel furgone.
Chad rimane lì. Tutto sembra tranquillo. Lui non pensa sia il caso di andare a spaccarsi la schiena sui sedili del furgone. Si infila nel sacco a pelo e poco dopo si addormenta.

E sogna Kurt che sta seduto con un fucile tra le gambe. Due alligatori avanzano verso di lui ma Kurt non ha paura. Spalanca la bocca e mostra i denti ai rettili in avvicinamento, come farebbe una tigre. L’esplosione lo sveglia. Giorno. La vescica sta per cedere. Si affretta a sgusciare fuori dal sacco e corre più o meno nello stesso punto dove si trovava la notte prima. Si prende l’uccello in mano e urina nell’acqua. Sul lago galleggiano migliaia di piume. Una zampa d’anatra finisce proprio davanti a lui, trascinata a riva dalle piccole onde striate di rosso del laghetto.

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